Diku ci parla di noi

“È don Remigio che mi ha dato il suo numero…”. Il momento di esitazione all’altro capo del filo svanisce nel fare il nome del padre dell’Ucsei, che la accolse nel Centro Giovanni XXIII di Roma fin dagli inizi dei suoi studi di medicina. La dottoressa Mbiye, primo “Ufficiale della Repubblica Italiana” di origine africana, nominata all’inizio dell’anno, è ora, a giusto titolo, il fiore all’occhiello dell’opera di Musaragno. “È una persona straordinaria, sia sul piano professionale sia culturale”, dice di lei don Remigio.

Il piccolo ambulatorio dove visita dieci-dodici immigrate al giorno, fin dall’apertura del Centro Welcome nel febbraio del ’91, è in effetti illuminato dalla sua presenza. Al Centro – nell’ambito di una parrocchia del quartiere Parioli e con attività di vario tipo a vantaggio delle famiglie immigrate – Diku Mbiye (“ma Suzanne è il mio nome di battesimo, che non tralascio”) ha visto passare donne di ogni orizzonte. All’inizio venivano, al 90%, dal Corno d’Africa, ma poi molte sono emigrate altrove: Nord America, Nord Europa… “Oggi abbiamo Moldavia, Ucraina, Est europeo. Per l’America Latina, prima erano soprattutto peruviane, adesso è il momento delle ecuadoriane”. Se parla sempre al femminile, è che la dottoressa è specialista in ginecologia e ostetricia. E si è fatta una posizione professionale a tutto campo: esercita all’ospedale dell’Isola Tiberina ed ha il suo studio privato.

Come è arrivata a questo risultato?
Non avevo minimamente l’intenzione, anche dopo la laurea all’Università La Sapienza, di fermarmi a lavorare in Italia. Anche perché senza la cittadinanza italiana non potevi far niente; se mio figlio aveva la tonsillite, io non potevo fare un certificato medico. Dovevo chiederlo a uno magari appena laureato, mentre io stavo finendo la specializzazione. Non rivendicavo il diritto al lavoro, ma la dignità come persona. Poi la legge Martelli (1989) ha reso possibile l’iscrizione agli albi professionali. Sono così stata tra le prime persone straniere ad essere iscritta all’albo dei medici di Roma. Già prima avevo cercato di far valere la reciprocità: perché i medici italiani possono lavorare da noi (io sono del Congo ex Zaire) e l’inverso non è possibile? Il professor Forleo, primario all’Isola Tiberina, mi aveva proposto di andare al suo ospedale come medico frequentatore, e mi spingeva: «Guardi nella Gazzetta Ufficiale, questo e quell’altro…». Ma all’ufficio amministrativo mi rispondevano picche. («Lei è zairese. Dunque non può»).

Proprio la cronaca locale di oggi riporta un caso di infermieri tirocinanti rifiutati perché «la proprietà non gradisce persone di colore in corsia»… Che cosa domanda, lei, Ufficiale della Repubblica, ai candidati leader di governo?
Primo di tutto avrei da dire qualcosa ai giornalisti. Sono molto critica con l’informazione, soprattutto Rai (le reti private… be’, ognuna fa quel che crede): avevamo anche scritto una lettera al direttore generale, dopo un “Porta a porta” dove si decantava la generosità degli italiani nei confronti degli immigrati…

All’onorevole Berlusconi dico: la presidenza del consiglio non si conquista facendo credere – o lasciando credere – agli italiani che l’immigrato è un pericolo da controllare. Quando arrivai in Italia, c’era una trasmissione alla radio che si intitolava “Una parte di noi”: che si riproponga l’ascolto di quel tipo di trasmissioni. Adesso l’Italia è orgogliosa di presentare il sindaco di New York come di origine italiana; è una storia vostra, riascoltatela, e avrete occhi e orecchi per poter giudicare la storia che gli immigrati vi fanno vivere qui: una parte di voi.

A Rutelli vorrei ricordare che la sinistra è sempre stata portavoce della classe che non ha potere contrattuale. È bene che gli immigrati che credono nella sinistra non avvertano nemmeno una sensazione di “dover difendere l’immigrazione perché non possiamo fare altrimenti”. La difesa dell’immigrazione ha dei solidi fondamenti. Basta leggere la storia con gli occhi della verità.

L’uno e l’altro, vorrei invitarli a dedicarsi ad eliminare le cause dell’immigrazione dettata dal bisogno. Le guerre hanno una motivazione, che l’Occidente conosce; la fame ha una motivazione, basata sull’opulenza dell’Occidente. Non mi piace fare la vittima o chi sta sempre ad accusare gli altri; ma siamo abbastanza adulti per sapere quali sono le regole del gioco politico, economico. Le maggiori contestazioni, del resto, contro la piega che ha preso il grande capitalismo, si stanno facendo già qui in Occidente.

E allora ben venga l’immigrazione, anche disordinata. Perché creare disordine, creare confusione, sofferenza, lontano da casa propria, e garantirsi l’orticello, è troppo facile. Questo è un calcolo che l’Occidente non aveva fatto; adesso la miseria e anche i rifiuti, non solo tossici, che hanno portato a casa nostra, gli tornano indietro… L’immigrazione non è un’invenzione del Sud del mondo, è una conseguenza della logica politico-economica dell’Occidente. Vogliamo giocare a viso scoperto? Giochiamo, e vedrete che né Berlusconi né Rutelli dovranno inventarsi una soluzione finale per l’immigrazione

pubblicato su Nigrizia 4/2001
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