Nella Chiesa di Zion

Non fumano, non bevono alcolici, non usano medicinali. Si curano con la preghiera e l’acqua santa. Ma soprattutto coi consigli degli antenati. Sono gli zionisti, i fedeli cristiani della più importante Chiesa indipendente sudafricana.

Scansiamo subito gli equivoci. È vero che “Zion” e “zionista” ci evocano parole che usualmente leggiamo con una esse iniziale al posto della zeta, ma qui il monte su cui sorgeva il tempio di Salomone c’entra solo in seconda battuta; e, soprattutto, c‘entra men che meno il movimento nazionalista ebraico nato a fine Ottocento. Bisogna invece girarsi a ovest e guardare all’Illinois, dove lo scozzese John Alexander Dowie fonda, nel 1896, una Chiesa Cristiana Cattolica Apostolica (sic) situata nella galassia del nascente movimento pentecostale protestante. Nello slancio, fonda anche Zion City. Da quella cittadina sulle rive del Michigan – lago il cui nome vuol dire “grande acqua” – partì un giorno un missionario, David Bryant, che il 24 maggio 1904 avrebbe amministrato a Wakkerstroom, fra il Transvaal e il KwaZulu-Natal, 141 battesimi.

La corsa al battesimo

«Il loro Giordano fu lo Snake River. L’immersione ebbe luogo vicino al ponte che porta al villaggio», ricostruisce Bengt Sundkler in Zulu Zion, un classico nel suo genere. Confusi tra quelle primizie africane, anche due bianchi. «Le Roux e sua moglie stavano là, nell’acqua fino alla cintola, aspettando il loro turno, e vennero allora immersi per tre volte, battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

Pieter Louis Le Roux era un afrikaner, un sudafricano bianco fuoriuscito dalla Chiesa Riformata Olandese nel corso della guerra anglo-boera (1899-1902), il quale giocherà un ruolo decisivo nella crescita della Zulu Zion. Mentre il fossato tra bianchi e neri si allargava, soprattutto in occasione dell’ultima delle rivolte zulu (1906), nelle comunità zioniste si cementava invece un clima di amicizia tra africani ed europei. Era senza dubbio il frutto, in buona misura, dell’opera e dell’atteggiamento fraterno di Le Roux. A lui dobbiamo, tra l’altro, una testimonianza scritta della distinzione, chiara fin da allora, tra zionisti ed etiopisti – un altro importante filone nel panorama religioso sudafricano, dove si usava più indulgenza in fatto di “tabù” (gli etiopisti tolleravano, al contrario degli zionisti, l’alcol e il tabacco, ed erano degli oppositori più accaniti. Ma il governatore, che aveva provocato la ribellione con l’inasprimento delle tasse, non guardava per il sottile: per lui erano i cristiani africani, in blocco, a istigare la sollevazione).

19 febbraio 2005. Quattro uomini annegano a Battery Beach, una spiaggia presso Durban. Non è la bravata notturna di bagnanti troppo sicuri di sé in un mare agitato, ma il tragico epilogo di una cerimonia di battesimi per immersione della Nuova Chiesa Corinzia di Gerusalemme, affiliata alla Zcc. Oramai al termine della celebrazione, uno dei neofiti si era diretto, in trance, verso il largo anziché tornare a riva. «Voleva essere battezzato di nuovo – ha raccontato un testimone –. Era abitato dallo Spirito Santo e ha voluto inoltrarsi nell’oceano. Tre fratelli, tra i quali un pastore, hanno cercato di trattenerlo. Un’onda più forte li ha travolti».

Acqua benedetta

L’acqua! Elemento fascinoso e sacro per ogni religione. Soprattutto nei territori dove il liquido vitale non è sempre né facilmente raggiungibile. Nylstroom, Nelspruit, Groenvlei, Springfontein, Bloemfontein, Waterval, Witwaters Berg, Water Fall: sono tutte località che fin dal loro nome dicono la gioia di essere sorte presso corsi di acque vive. E non fu proprio a Wakkerstroom – “Corrente veloce” – che prese vita la più importante denominazione religiosa del Sudafrica? L’acqua santa, poi, benedetta da un ministro o da un profeta, è usata in cento occasioni. Viene portata a casa per riti di purificazione, per aspersioni… e per il radiatore dell’auto: i pericoli della strada, si sa, sono sempre in agguato.

L’acqua è anche un valido strumento di cura. «Io ero ammalato di tubercolosi – racconta un ministro della Zcc –. Passavo da un dottore all’altro, senza risultato. Mi davano delle medicine, ma non sapevano capire il vero problema. Allora sono andato alla Chiesa di Zion, che opera sotto lo Spirito di Dio. Là mi hanno detto che io non avevo la tbc: erano gli spiriti degli antenati a farmi tossire, a soffocarmi. Mi hanno fatto bere un po’ del loro tè e poi con l’acqua mi hanno fatto vomitare. Quindi hanno profetizzato su di me e mi hanno dato delle istruzioni da parte degli antenati. Dopo averle adempite, mi venne detto che sarei diventato ministro della chiesa. I capi della comunità imposero le mani sopra di me e io da quel giorno non ho più tossito. Tutto il segreto consiste nell’obbedire a quanto gli antenati vogliono da te. I bianchi dicono che è tubercolosi perché non sanno niente degli antenati».

Guarigioni divine

Una testimonianza come questa viene a confermare che il “reclutamento” dei nuovi amaZioni (o maZayoni) si opera in occasione di crisi, malattia fisica o disagio psichico, o anche famigliare (un rischio di divorzio, ad esempio), che trova infine una soluzione. Ma nell’osservatore ciò suscita anche degli interrogativi. Il primo concerne la percezione della malattia e delle pratiche sanitarie. La frase di una ragazza, raccolta dall’inviato del Monde diplomatique, ci lascia intuire i termini in cui la problematica si pone: «Per noi avere l’influenza o l’aids è la stessa cosa… La Chiesa di Zion sostiene che si può guarire con la preghiera».

Fratelli diversi

Un altro interrogativo riguarda l’importanza data, per conseguire la guarigione, a degli strumenti materiali e ai santi (se vogliamo così tradurre, in linguaggio ecclesiale, gli antenati) da parte di una chiesa che è nata in un ambito protestante anglosassone. E difatti i credenti bianchi provenienti dal mondo evangelico – dove solo contano la Parola di Dio, la predicazione e la preghiera – quando vengono a visitare questi loro fratelli nella fede rimangono sovente perplessi, se non shockati.

Per capire simili “modificazioni genetiche” va tenuto presente il processo di rifondazione subito dalla Zion Christian Church. Nell’Unione Sudafricana costituitasi nel 1910, cominciava a mettere radici quell’ideologia dello ”sviluppo separato” che verrà in seguito formalizzata con il nome di apartheid. Ciò non poteva che provocare la reazione degli africani, i quali cercarono di assumere la leadership in tutti i campi dove ciò non era loro precluso. Fra i “rinati” nelle acque battesimali sorsero così dei leader carismatici che proponevano nuove sintesi tra fede ricevuta, cultura tradizionale e posizionamento sociopolitico. I missionari bianchi, da parte loro, insistevano nel mantenere il controllo delle chiese, anche quando erano uomini pii e ben disposti come Le Roux. Non si rendevano conto che era in corso un processo di ricerca e di costruzione di una nuova identità.

Profeti neri

Engenas Lekganyane, un contadino del Basutoland (l’odierno Lesotho), fu uno di questi profeti. A metà degli anni Venti si staccò da una chiesa zionista già guidata da un altro africano, per dare vita alla Zion Christian Church. I due figli, alla sua morte, si contesero l’eredità spirituale e le Zcc si clonarono. Il ramo che si è rivelato preponderante è quello che ha il suo “papa” attuale nel nipote di Engenas, Barnabas Lekganyane. Il suo “Vaticano” è a Zion City Moria, nella provincia del Limpopo, l’ex Transvaal. E il raffronto con San Pietro a Roma (ma c’è chi lo fa con la Mecca) non è casuale. A Moria si radunano ogni anno folle di pellegrini – più di un milione anche quest’anno – che vengono anche dagli stati vicini a celebrare la Pasqua.

Bianco e verde sono i colori dominanti degli abiti dei ministri del culto e dei “profeti”. Bianche o, perlomeno, chiare, sono le scarpe dei numerosi componenti delle corali, con la loro uniforme (retaggio dell’influenza che anche l’Esercito della Salvezza ebbe sul fondatore?) color kaki, o anche blu o grigio. Si muovono al passo di una sorta di toyi-toyi, quella danza introdotta nelle manifestazioni antiapartheid in cui il ginocchio viene energicamente alzato al ritmo dei canti.

Una Chiesa africana

Che cosa ha favorito il successo degli amaZioni? «Questa chiesa è africana. Tutto quello che facciamo, i canti, la maniera in cui saltiamo… tutto, non ti fa sentire uno straniero in questa chiesa, senti che sei africano». La risposta di questo fedele di Pretoria è la risposta di tutti. Ed è una africanità, si badi, che non è affatto sinonimo di religione accomodante. Oltre agli interdetti sul fumo e gli alcolici c’è quello sulla carne di maiale. In campo sessuale vige il rigore. La violenza è aborrita. Ed è proscritto il ricorso a indovini e sangoma (guaritori) tradizionali. In positivo, viene incoraggiata la consumazione di un cereale come il sorgo, che rievoca in profondità la grande tradizione africana, tanto alimentare come religiosa, e di una bevanda come il tè mogabolo. Non può mancare l’obbligazione di contribuire con offerte materiali alla vita della chiesa, che peraltro non ama erigere templi grandiosi, nemmeno sulla montagna sacra di Moria, ma che va invece fiera della sua rete di solidarietà. Speciali incentivi vengono stanziati per la formazione scolastica dei giovani. Amore, rispetto, onestà sono principi morali tenuti in gran pregio e che, con l’andar del tempo, hanno reso gli amaZioni persone di fiducia, stimate nella società e sul posto di lavoro.

Il tasto debole di Zion, a parte la sua diffidenza nei confronti della medicina, è stato l’atteggiamento “neutro” o, tutt’al più, conservatore, assunto nei lunghi anni dell’apartheid. Nei confronti di Nelson Mandela, però, gli amaZioni hanno mostrato simpatia. “Madiba” si recò a Moria per celebrare con loro una delle sue prime Pasque da uomo libero. E in certo qual modo li “riscattò”, quando interpretò le loro origini in sintonia con la storia del paese che stava per giungere a maturazione. «Quando il vescovo Engenas Lekganyane fondò questa chiesa – dichiarò Mandela in quell’intervento del 1992 –, quello fu un importante atto dell’oppresso che resiste alla teologia della sottomissione. Fu un atto di autoaffermazione da parte di un popolo che ci si aspettava rimanesse inascoltato e invisibile». Fu l’equivalente, aggiunse il futuro presidente del Nuovo Sudafrica, di quanto venne poi consegnato nella Carta della libertà dell’African National Congress: «Il Sudafrica appartiene a coloro che ci vivono, neri e bianchi!».


Una crescita mozzafiato

È spettacolare la crescita registrata dalla Zion Christian Church (Zcc), che è probabilmente diventata la chiesa indipendente africana con il maggiore seguito nel continente (nonostante la Chiesa Kimbanghista si proponga con numeri ancora più forti). Gli zionisti nel Sudafrica erano valutati fra i quaranta e gli ottantamila nel 1970, ma nel 1996 erano già 1.660.000 (per l’Encyclopædia Britannica) o addirittura, secondo il Boston Globe, 5.250.000: in un paese che contava, in quello stesso anno del censimento nazionale, 40.583.611 abitanti. Le stime oscillano oggi fra i tre e i sei milioni di adepti.

Per l’insieme dei fedeli sparsi in tutta l’Africa meridionale si parla di otto milioni a dir poco. Di vera e propria «rivoluzione zionista» si è parlato per il Mozambico, soprattutto, ma non esclusivamente, in ambiente urbano e nel sud del paese. Nella capitale Maputo i masione sfiorano il 40%. «È chiaro che lo zionismo fiorisce in popolazioni in precedenza animiste – annota un africanista francese, Michel Cahen – ma erode certamente le altre confessioni cristiane. Si arresta solo davanti all’islam».


Masekela ricorda

Così Hugh Masekela, mitica tromba del jazz, ricorda la sua infanzia a Soweto, la celebre città-ghetto presso Johannesburg: «Con i miei amici ci precipitavamo da una via all’altra, seguendo la banda di ottoni della Chiesa di Zion di Lekganyane. Marciavano nelle loro divise militari color kaki, con le scarpe bianche, i cappelli neri, stelle da sceriffo appuntate sul bavero. E cantavano: “Il nostro Dio è con noi sulla terra, ben visibile, generoso e infallibile”. Noi marciavamo dietro quei battaglioni di Dio levando le ginocchia in alto, seguendo quei pifferai etnici, come stregati. Ci ubriacavamo dei rumori e ci divertivamo nel caos ilare di magia e pazzia dei week-end africani, incuranti del freddo e della pioggia, del vento e della polvere – o del coprifuoco».

pubblicato su Africa maggio-giugno 2005
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