Che bello pedalare

Il Tour du Faso è il raduno ciclistico più importante del continente. Una classica dei corridori africani, ambita e temuta anche dagli europei. Una grande festa di sport dove l’agonismo si mischia all’entusiasmo popolare.

Discesisti e scalatori, astenersi. Il profilo di questo Tour è sostanzialmente piatto (attenti però agli insidiosi falsi piani che vi stroncano proprio in vista del traguardo). Di Gran Premio della Montagna non se ne parla proprio. Ma non crediate di venire a fare del turismo. Qui c’è il sole, che sole!, ci sono bei tratti di pista di laterite (una quarantina di chilometri in tutto, ma tosti), e tanta polvere. Quella polvere rossa che viene con te e non ti abbandona più. Se hai nostalgia del Giro del dopoguerra o decenni precedenti, o del Tour d’Oltralpe anni Cinquanta riproposto due anni fa da un suggestivo cartone animato francese (Appuntamento a Belleville), qui, fra Pâ e Ouagadougou, tra Fada N’Gourma e Bouroum-Bouroum, hai tutto l’agio di ritrovare l’agonismo, lo sforzo e il clima popolare di una grande festa del pedale. «Uno viene qui per sentirsi un vero ciclista», confessò un olandese, Wout Conijn, nel 2000. In quell’anno fu un certo Mikhaylo Khalilov a portare a casa la maglia gialla (colore scelto in omaggio alla classica francese, oppure alla stella che brilla dalla bandiera burkinabè?). Era ucraino, aggregato a una squadra toscana di nome Icet. In quell’edizione i concorrenti bianchi furono addirittura più numerosi degli africani, e come ospite d’onore (ma non sulla sella) si vide perfino Faustino Coppi, il figlio del Campionissimo.

Se il tour non basta

L’anno seguente, il Tour du Faso inaugurò un partenariato con il Tour de France. Il contributo dal punto di vista organizzativo si è rivelato importante, ma non tale da snaturare la spontaneità dell’evento. «Noi veniamo perché ci piace gareggiare – commentava l’anno scorso il manager di un’équipe francese tutta di pompieri – ma quello che soprattutto piace ai ragazzi è il contesto, indimenticabile. Non ci capita mai di vedere migliaia di bambini fare il tifo lungo le strade!». E non è solo l’infanzia ad aggiungere calore umano a quello meteorologico. Se la sera non possono mancare i momenti programmati di musica, danza e teatro, non è raro trovare non importa dove e non importa quando dei complessini di giovani con kora, djembe e marimba, o personaggi che esibiscono incredibili velociferi, monumenti ambulanti alla “piccola regina” dello sport non meno che alla fantasia saheliana.

E poi si svolgono, parallela alla grande competizione, altre gare: per ragazzi di 12-18 anni (si contano adesso nel paese 47 scuole di ciclismo, da poco rimpolpate con un’iniezione di oltre 600 bici venute dalla Francia nell’ambito della collaborazione tra i due Tour); e anche una femminile.

Il raduno ciclistico più importante del continente, per lo meno di quella vasta regione che va dal Sahara al Capo di Buona Speranza, si trova ora alle ultime battute preparatorie. Salvo cambiamenti o contrattempi dell’ultima ora – sempre possibili, come la forzata rinuncia, nel 2004, dei camerunesi, in balia a trasporti e trasbordi aerei poco sensibili alle esigenze dello sport – i partecipanti saranno quest’anno più numerosi e variati che mai. Un centinaio di forzati del pedale solcheranno in lungo e in largo un paese che a sorpresa – rispetto alla sua abituale maglia nera in troppe classifiche, che riguardino la crescita economica, l’analfabetismo o le precipitazioni – in alcuni casi eccelle. Il “Paese degli uomini integri” rimane, per esempio, il santuario della cinematografia africana, ed è anche il crocevia dell’artigianato continentale, grazie alla più importante fiera d’Africa che qui si svolge. Oltre ad ospitare un popolo, ma questa non è più una graduatoria, ad alto tasso di simpatia.

E a dispetto della crisi del cotone, la materia prima che sostiene l’export nazionale (o per meglio dire: a dispetto della crisi del prezzo del cotone, deciso dai “mercati” internazionali), abbattutasi sul Burkina alla fine degli anni Novanta, nessuno si stupisce se accanto al tradizionale Tour e ad altri raduni minori è nata una nuova Vuelta, promossa dall’impresa parastatale del settore (Sofitex). La Boucle du coton si è corsa per la prima volta lo scorso mese di maggio. 44 °C all’ombra. Quale la maglia indossata dal primo classificato? La maglia bianca, naturalmente, bianca come l’oro bianco…

Questione di baraka

Mezzo di locomozione africano più di ogni altro, la bicicletta si sente di casa in questo paese, complice la timida altimetria. Il made in Burkina delle due ruote (ciclomotori compresi) esce dalle officine Sifa, che a tutti gli attuali “stalloni” del Tour (in Burkina li chiamano così; in Italia li diremmo “girini”) hanno permesso di fare le prime pedalate. Come Tidiane Ouédraogo, che aveva 5 anni quando ricevette in regalo la prima Sifa da papà; e oggi corre proprio per il team che Sifa sponsorizza. Ma l’industria di Bobo Dioulasso non produce velocipedi da corsa. Per questo può accadere che la maglia gialla 2004, Abdul Wahab Sawadogo, confessi candidamente di essere stato portato al podio da una bici di seconda o terza mano, acquistata da un europeo in procinto di lasciare il paese. Sawadogo se l’è rabberciata per conto suo, saldata ove necessario, e tanto è bastato per far mordere la polvere (rossa) anche a chi era equipaggiato di tutto punto. Come quegli italiani dai caschi superaerodinamici che al loro passaggio facevano fare oh ai bambini.

Bici vecchie o bici nuove, per tutti c’è comunque poco da scherzare. Un belga, Joris Van Mechelen, ha tagliato il traguardo di Koudougou dopo un ultimo chilometro divorato ai 40 all’ora con una gomma a terra. La foto che lo immortala felice, ma sfigurato, vorrà pur dire qualcosa. A un collega olandese abituato ai piani alti della classifica, Karel Pattyn, è andata peggio: quattro fori in cinque chilometri. Al giornalista che invece interroga Sawadogo su come fa a cavarsela così bene dove non c’è ombra di pavimentazione, il campione rivela senza pudori il suo segreto: «Sono abituato a pedalare nel mio villaggio. Bisogna saperci fare… e soprattutto avere buona sorte!». Sembra fargli eco Adama Diallo: anch’egli burkinabè, è presidente uscente della Confederazione africana di ciclismo, con sede al Cairo: «Nel ciclismo non puoi prevedere nulla. Però ho molta speranza. In ogni caso bisogna avere la baraka, perché lo sport è anche fortuna».

In pieno slancio

Bel tipo, Sawadogo. Lamine Badiane, noto cronista sportivo, corre a incontrarlo con videocamera e microfono mentre si gode il meritato relax (i giochi sono ormai fatti): «Raccontaci, Abdul: come hai potuto vincere proprio ora, dopo anni che avevi praticamente abbandonato la bicicletta?». «Beh… è Dio che l’ha voluto». Il giornalista insiste, tenta di carpire un programma, una tecnica, una tattica. «Ma… e l’anno prossimo, correrai di nuovo? Conti di farcela ancora?». Da buon musulmano, la risposta non può essere che: «Dipende da Dio».

È dipeso anche dai talent scout mescolati alla carovana del Tour, se Sawadogo si trova ora in Bretagna, dove pedala per un team locale che vuol farne un campione a tutto tondo. Per altre vie anche due eritrei, Ephrem Tewelde e Habte Weldesimon, sono finiti in un’équipe europea, la Marco Polo del carismatico olandese Maarten Tjallingii, maglia gialla 2003 in Burkina. Weldesimon, vincitore nel 2003 del Giro d’Eritrea (altro paese innamorato della bicicletta), è stato uno dei pochi africani a competere ai Mondiali di Verona del 1999, sezione Juniores. Aveva 18 anni. Tagliò il traguardo davanti a lui un certo Damiano Cunego.

Perché la forza e la determinazione non mancano di certo ai polpacci africani. Il Tour du Faso ne rappresenta la cartina di tornasole. All’edizione del 1989, ricorda Saïdou Rouamba, memoria storica del Tour, «andavamo a una media di 33-36 km orari». Oggi siamo già oltre i 40. «Il ciclismo africano – ci conferma il francese Yannick Goasduff, coordinatore generale del Tour du Faso – è in pieno slancio e progredisce sempre più. Lo constatiamo confrontando le medie orarie che migliorano da un anno all’altro».

Quello che in Africa ancora scarseggia, ci fa notare Joachim Nikiema che assicura i rapporti con la stampa a nome del ministero burkinabè degli sport, è la possibilità di competere, di confrontarsi tra ciclisti di analogo livello dello stesso paese, di paesi diversi, e anche con corridori non africani. La più importante corsa a tappe africana offre appunto questa occasione. Certo, precisa Goasduff, «la selezione degli europei che vengono in Burkina è delicata: facciamo in modo che si possa assistere a un vero confronto sportivo e per questo evitiamo gli squilibri che deriverebbero dalla partecipazione di formazioni ciclistiche professioniste».

Qual è il punto debole, oggi, dei corridori africani? A parte il “materiale rotabile” di qualità inferiore di cui si servono, devono imparare a giocare di più in squadra. È un appunto che gli stessi africani si riconoscono, ma il patron del Tour de France, che sta seguendo da vicino l’evoluzione, pensa positivo. «I burkinabè ormai sanno come si corre in squadra, come si costruisce una strategia. E oltre a loro si fanno notare anche gli angolani, molto competitivi (hanno vinto due tappe), e i senegalesi, piuttosto promettenti (a Malik Thiam è andata la maglia bianca di miglior giovane del Tour)». Certo – stima lo stesso Jean-Marie Leblanc – prima di vedere un africano al Tour de France ci vorrà una decina d’anni. «Cinque o sei», azzarda Sawadogo.

E il ramadan?

Adesso che ci penso: come ha fatto il devoto Sawadogo a correre in pieno ramadan? E anche le tappe dell’imminente Tour, calcolate in modo da tener conto della stagione ciclistica internazionale e da non dover correre con una canicola ancor più feroce – trascurando però il calendario della prima religione del Burkina –, coincidono in buona parte con il digiuno islamico. Che si fa? Si pedala a pancia vuota?

Il mio dilemma è presto risolto. «È sempre possibile spostare il proprio ramadan a un altro periodo», mi assicura seraficamente Nikiema. «Occorrerà forse l’autorizzazione di un imam?…». «Ma no! Ciascuno decide per sé». Tidiane Ouédraogo, assiduo dell’antica moschea di Bobo, non si sente meno osservante solo perché fa slittare il ramadan: «È anche la religione che mi dà forza» per affrontare la fatica di correre. Del resto il Corano stesso, precisa Tidiane, ammette il posticipo del digiuno per cause di forza maggiore.

In ogni caso si potrà sempre pregare, non appena possibile, sotto una pianta. Prima della tappa. E dopo. Anche con la maglia sudata.


Il testimone di Coppi

Il Burkina Faso si chiamava Alto Volta, venticinque anni fa, e la capitale, ora come allora, Ouagadougou. Fu proprio qui che il Campionissimo disputò, il 13 dicembre 1959, un criterium sulla distanza di 60 km. Arrivò secondo (aveva già 41 anni) dietro a Jacques Anquetil. Di ritorno a casa, Fausto Coppi cominciò a sentirsi male, molto male. Clamorosa la cocciutaggine dei medici che insistettero sull’influenza, nonostante le telefonate da casa Geminiani, in Francia, indicassero la pista della malaria. Anche il corridore francese, infatti, che aveva corso con Fausto in Africa, era in coma; ma era chiaro che la causa era il plasmodio falciparum, da snidare con il chinino. «I letti non avevano le zanzariere. Fummo martoriati dagli insetti», ricorderà poi Raphaël Geminiani, tuttora vivente.

Moriva così l’Airone (anche così venne chiamato l’eterno rivale di Bartali), che pur aveva già contratto e superato un’altra volta in vita il paludismo: quando fu mandato a combattere sul fronte africano.

Forse non è solo un caso che il ciclismo agonistico africano sia nato proprio là dove il Campionissimo lasciò cadere il testimone. E che là accada ancora – è successo l’anno scorso a Siaka Diallo, del Mali – di veder sfumare una vittoria: per una dannata zanzara.


Pedala pedala…

Il 19° Tour du Faso prende il via il 26 ottobre 2005 da Kokologo per concludersi il 6 novembre a Ouagadougou: 11 tappe (lunedì 31 è giornata di riposo) per un totale di 1449,5 km. Le squadre africane previste sono 11, provenienti da Benin, Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo. Le 7 extracontinentali vengono da Francia (4), Svizzera, Belgio e Giappone. L’intero gruppone sarà di oltre 100 uomini: 6 per squadra.

Il 1° giro del Burkina si svolse nel 1987 (vinse allora un sovietico, Igor Luchenko), ma solo nel 1998 venne inserito nel calendario ufficiale dell’Unione ciclistica internazionale (Uci), che lo ha classificato “2.5”, dando così ai concorrenti l’opportunità di accumulare punti. È lo stesso livello del Tour de l’Avenir, quello che rivelò Felice Gimondi e Lance Armstrong. Dal 2001 è in vigore un partenariato con il Tour de France. L’organizzazione prevede anche la possibilità di controlli antidoping, la cui eventuale realizzazione spetta all’Uci; in passato dei controlli sono stati effettuati in alcuni casi.

Vincitore della scorsa edizione del Tour du Faso è stato Abdul Wahab Sawadogo; l’ultimo neroafricano sul podio prima di lui era stato un altro burkinabè, Ernest Zongo (1997). Nell’intervallo, avevano indossato la maglia gialla campioni europei e nordafricani. Va comunque segnalata anche un’altra performance, quella di Saïdou Rouamba. Il capitano della selezione burkinabè nel 2004 ha scorso per la sedicesima volta al Tour, exploit che ha coronato con la maglia verde, quella della classifica a punti.

pubblicato su Africa settembre-ottobre 2005
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