Identità, quanti delitti in tuo nome

“Civis, Verso una società multirazziale”, suona il titolo di un progetto congiunto del ministero dell’interno e della Rai, volto a fornire materiali informativi agli immigrati, nonché ai giovani italiani per favorirne la socializzazione con i cosiddetti extracomunitari. Bene. Ma perché ostinarsi, nel 2005, a dire “multirazziale” quando la razza è un concetto smontato da decenni, dall’antropologia come dalla biologia?

Il colore della pelle, la forma del naso, le proporzioni degli arti… sono definiti, lo sappiamo per certo, da fattori genetici minimi.
Già negli anni Sessanta, una ricerca dell’Università di Harvard condotta sul sangue di persone di gruppi umani “visibilmente” diversi aveva concluso che ben il 94% delle variazioni ematiche era riscontrabile tra individui della medesima “razza”. In Italia è in libreria da qualche mese un bel volumetto che spiega queste cose ai ragazzi (ma va benissimo anche per i grandi). Il titolo è, guarda caso, Fratelli di sangue (Edizioni San Paolo).

Si potrà obiettare che non è il caso di fare i difficili: se si dice “multirazziale” è a fin di bene, così come si dice “multiculturale” o “plurietnico”. L’essenziale è che passi il messaggio di un’Italia dove tutti i gruppi umani – chiamateli razze, etnie, popoli o tribù – possano convivere pacificamente.

Ma gli operatori qualificati della politica e dell’informazione non avrebbero delle peculiari responsabilità (anche) nell’impiego delle parole? «Quelli che continuano a vedere razze nella biologia, senza alcuna cattiva intenzione, non sono altro che “razzisti buoni”. Continuando a legittimare la razza, aiutano inconsapevolmente i “razzisti cattivi”», sostengono ricercatori come gli americani Donal Muir e Alan Goodman. Alla stregua di quelli che continuano a vedere nel diverso “etnico” nient’altro che il portatore di una cultura altra; mentre «a incontrarsi o a scontrarsi non sono culture, ma persone», ci ricorda un antropologo nostrano in un tascabile Einaudi che sta tutto nel titolo: Eccessi di culture. «Se pensate come un dato assoluto – chiarisce Marco Aime –, le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo».

Con le migliori intenzioni

Jeremy ha 15 anni, va a scuola di breakdance. Parla in romanesco, ha la pelle nera. «La maggior parte delle persone mi dicono “tu il ballo ce l’hai nel sangue”… Questo non l’ho capito. Il corso mi piace… ma per me è troppo difficile!». Altro che sangue che non mente. «Ma ti diverti lo stesso – commenta Jeremy come farebbe un suo coetaneo qualunque – e questo è il bello». Una sua amica, come lui di origine africana e accento laziale, confida alla videocamera di Screensaver (RaiTre) le sue reazioni quando un’altra ragazza le fa un complimento del tipo “ma come sei carina… beata te che sei nera”. «Io di dentro mi sento come se mi dicessero: “Guarda, tu sei diversa da me”».

E gli si legge in viso, come si debbano sentire quei dodici-tredicenni immigrati di seconda generazione sul set del telequiz Genius. Mike Bongiorno, certamente «senza alcuna cattiva intenzione», non fa che sottolineare in continuazione la loro provenienza aliena.

L’atteggiamento discriminatorio – anche quello bonario – non svanisce d’incanto solo perché si è accertato che le differenze tra i gruppi umani non si pongono a livello biologico ma culturale. Può anzi accadere che proprio la coscienza delle diversità culturali, del loro valore e della necessità (da parte dei “buoni”) di rispettarle, induca la pratica di più sottili forme di emarginazione. Neppure ce ne rendiamo conto, tanto siamo intrisi di una certa idea dell’identità: statica.

Noi e loro

A dire il vero oggi si parla molto di identità nuove, nomadi, ibride, mutanti, cangianti… ma senza che ciò abbia l’aria di modificare mentalità e comportamenti. Il discorso identitario che prevale tra la “gente” è quello legato alle radici, non importa se vere o presunte. La storia ci insegna quanto tale bisogno di identità possa essere cavalcato dagli arruffapopolo che vogliono mantenere il potere, o conquistarlo. Con le buone o con le cattive.

Basta uno spregiudicato battage per costruire un po’ alla volta una nuova comunità umana, positiva, ricca di “valori”, che è obbligata a difendersi da un gruppo concorrente, una torma minacciosa che vive alle sue frontiere o già serpeggia nelle sue città e campagne. Si arriva così a inventare, letteralmente, due opposte identità a tutto tondo, sulla base di alcuni elementi scelti arbitrariamente come caratterizzanti, in maniera esclusiva, l’uno o l’altro gruppo. Può trattarsi di un modo di vita, di un credo, di qualche caratteristica fisica… Ed ecco noi e loro fronteggiarsi. Ecco il Ruanda o la ex Iugoslavia, per limitarci ai casi più macroscopici, recenti e tragici. E i fanatismi religiosi, a qualsivoglia Libro essi si ispirino.

«Era tipico di una guerra civile – riflette il somalo Nuruddin Farah nella sua ultima opera, Legami – produrre una molteplicità di affiliazioni per pronomi, l’“io” nascosto dentro al “noi”, il “loro” usato per separare un gruppo dall’altro. La confusione rivelava la debolezza delle pretese esclusive insite nell’uso del “noi” da parte di chi intendeva implicitamente riferirsi a un “io” singolare».

Oppure, meno cruentemente, prendiamo la fiction. Un romanzo uscito all’inizio dell’anno (Lo stato dell’unione di Tullio Avoledo) mette in campo un pubblicitario che viene ingaggiato da un assessorato regionale alla cultura per organizzare l’Anno dell’identità celtica…

Ma l’identità non è naturale

“Oh identità, quanti delitti si commettono in tuo nome!”, potremmo dire parafrasando Madame Roland mentre porgeva il collo alla ghigliottina. Qualcuno ha detto che l’intera storia umana non è, a ben vedere, che la storia dell’identità. E di quanto la questione identitaria sia oggi, come sempre, inaggirabile, ne sono persuasi per primi i teorici dell’identità mobile, pendolare, relazionale, sfuggente… Come Jean-Loup Amselle, il padre della nozione di meticciato: «Non c’è nessuna morte annunciata per le identità, anzi. Nel quadro della globalizzazione molti gruppi locali riescono a esprimere meglio le loro istanze». Soltanto, lo sanno fare non incarcerandosi nella loro memoria (vera o presunta), ma servendosi di strumenti nuovi, dunque introducendo delle alterazioni nella cultura che stanno difendendo – come del resto è sempre accaduto nei secoli. «Ognuno deve essere libero di scegliere la cultura che sente propria. Per questo, al contrario dei fautori del multiculturalismo – conclude provocatoriamente ma con grande coerenza l’autore di Connessioni – io non sostengo il diritto alla differenza, ma il diritto all’indifferenza!».

I problemi nascono quando, a un’origine nazionale o etnica (essere brianzoli, per esempio, oppure baluba), o a un’appartenenza religiosa, si attribuisce una valenza “naturale”. Anche chi può vantare un curriculum particolare, anche chi ha a lungo soggiornato in altri continenti, anche chi tra le sue amicizie più decisive conta persone di origini, religioni, pigmentazioni svariate, rischierà di rimanere per sempre in balia di attese, sospetti o atteggiamenti che lo ricacceranno nella sua “primigenia” condizione, quella “naturale”: di musulmano, di baluba o brianzolo. Perché, si dice, il sangue non è acqua!

Nell’epoca del più grande individualismo diffuso che la storia abbia mai conosciuto, è curioso rilevare come le relazioni tra “diversi” siano vissute – e, spesso, falsate o rese impossibili – in maniera così tribale.

pubblicato su Evangelizzare settembre 2005
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...