Il Cristo delle lagune

La stregoneria era per lui un male assoluto. La combatté con la Bibbia e in stile tutto africano. Con centomila battesimi in due anni, William Wade Harris fu uno tsunami dell’evangelizzazione. Oggi la Costa d’Avorio conta un milione di fedeli “harristi”.

L’anziano cicerone della Casa degli schiavi dell’isola di Gorée scopre una traccia, negli archivi, dei suoi antenati imbarcati due secoli prima per la Carolina del Sud. Parte per gli Stati Uniti in cerca dei loro pronipoti, che saranno, dunque, membri della sua stessa famiglia!

È l’avvio di Little Senegal, un bel film di qualche anno fa che testimonia come la fraternità tra i neri d’America e gli africani è soprattutto un mito. Gli afroamericani, specie quelli dei ceti più umili, non hanno voglia di sentirsi rammentare le loro origini schiave. E vedono, negli africani di recente immigrazione, più dei concorrenti nella giornaliera guerra tra poveri per la pagnotta, che non dei fratelli dalle stesse radici.

Era successo lo stesso fenomeno, ma in un movimento contrario, quando nel XIX secolo gli Stati Uniti cominciarono a colonizzare uno spicchio di Africa occidentale inviandovi migliaia di schiavi emancipati. La Liberia nacque così. Ma le popolazioni locali non provavano nessuna simpatia per quell’ondata di coloni, anche se neri come loro. Tanto più che costoro si misero ad impadronirsi delle loro terre, a imporre tasse, a controllare il commercio, ad abusare delle loro donne… Fra i più scontenti della bandiera a stella (una sola) e strisce, i Grebo, sottoinsieme dei Kru, che occupavano la porzione sud-orientale del paese.

Uno di loro, nato verso il 1865, si chiamava William Wade Harris. Uno dei nomi con i quali sarebbe passato alla storia è quello di Old man Union Jack. Nel 1909, infatti, in un momento di alta tensione fra americano-liberiani e inglesi, Harris, alla testa di un forte gruppo di Grebo, strappa il vessillo liberiano e alza quello britannico, la Union Jack. L’epilogo dell’eroico gesto non potrà essere che l’arresto del gagliardo resistente, un ex interprete dell’amministrazione. La prigionia durerà tre anni.

E la poligamia?

L’exploit di Harris, che all’epoca ha già 45 anni circa, non è un colpo di testa. Omone ben piantato, di carattere ottimista e gioviale, Harris aveva studiato nella scuola della missione metodista di Sinoe, dove si era rivelato un ragazzo vivace e generoso. Si era poi imbarcato come mozzo. Conclusi gli anni marinari, si stabilisce a Cape Palmas, dove fa il muratore. Ma Harris era ormai uomo di due culture. Conosceva l’inglese, aveva una buona formazione religiosa, biblica in particolare, amava vestire all’occidentale e frequentare gli ambienti dei coloni. Allo stesso tempo, rimaneva attaccato alla sua gente, fremeva per i suoi problemi. Se passa alla Chiesa protestante episcopaliana, cioè all’anglicanesimo, è infatti perché qui ha notato una maggiore vicinanza di cuore ai Grebo, confermata dall’uso della loro lingua nella liturgia e dal sostegno dato alle loro rivendicazioni. Qualche anno più tardi, lo troviamo in un nuovo ruolo, di maestro e di catechista.

Ma Harris non è uomo da accomodarsi all’esistente. I suoi interrogativi sulla proibizione della poligamia lo rendono sospetto agli occhi di Samuel Ferguson. Era stato lui in persona, il primo vescovo americano nero della storia, a riceverlo nella sua Chiesa. Ma non tollera discussioni di questo genere. Harris si ritrova sollevato per qualche anno dell’insegnamento.

Intanto il governo, non riuscendo a imporsi sui Grebo che da cinquant’anni rumoreggiano, fa appello a lui perché, grazie al ruolo di interprete che gli affidano, aiuti a mediare fra le parti – cioè a convincere i ribelli. Harris accetta, nella speranza di poter aiutare i suoi fratelli a difendere i propri diritti. Ma commette un passo falso e si ritrova licenziato. La sua diventa allora un’opposizione frontale. Il suo nome diventa famoso in tutto il paese. Finché il caso della Union Jack non verrà a imprimere alla sua vita la grande svolta.

L’annuncio di Gabriele

È una notte di mezza estate quando nella sua cella che lo ospita da diciotto mesi riceve una visita inattesa. «William Wade Harris, tu non sei in prigione. Dio verrà a trovarti. Tu sarai un profeta». È la voce di Gabriele, l’angelo. Una trance causata dallo Spirito Santo che si getta su di lui «con la violenza di un getto d’acqua» viene a confermargli la vocazione. L’angelo tornerà due volte durante la detenzione. Particolarmente sorprendente e doloroso uno dei suoi annunci: «Tua moglie morirà… Ma prima, ti darà sei scellini. Saranno la tua ricchezza. Non avrai mai bisogno d’altro. Con quei sei scellini, andrai dappertutto».

Quando, finalmente libero, Harris torna a casa, trova la sua unica sposa già grave. A lui confida: «È venuto l’angelo Gabriele. Mi ha domandato di raggiungerlo in cielo perché tu possa compiere liberamente la tua missione».

Harris dedica il tempo del lutto allo studio biblico e alla preghiera. Quando si sente pronto, dismette i suoi abiti all’europea e si veste nel modo originale in cui lo vediamo sempre raffigurato, e che viene ripreso, identico sino ad oggi, dai predicatori harristi.

Nessuno è profeta in patria

Harris vorrebbe convertire la Liberia intera, ma raccoglie soprattutto derisione o compatimento, forse per il suo modo di predicare. E fastidio, per i suoi richiami continui a troncare con l’alcol, i feticci e l’immoralità. L’evangelizzatore si spinge fino a Monrovia, la capitale. Un diplomatico francese annota che egli «porta un bastone sormontato da una croce, gesticolando e gridando, se non urlando, agli incroci delle strade, senza ottenere grande successo». Ma un missionario cattolico che lo accoglie per qualche tempo ne serba tutt’altro ricordo. «La sua conversazione non rivela nessuna tara di intelligenza, le sue maniere, la sua condotta, non lasciano trasparire nessun sintomo di eccitazione nervosa o di isteria», ricorderà padre Harrington, della Società missioni africane. «Non è affatto preoccupato di mostrare simpatie politiche… Posso affermare che il suo orrore per il feticismo e la guerra che gli ha fatto sono stati di grande aiuto per la nostra missione di Grand-Cess».

Poi, Harris sente l’appello a volgersi ad est. Attraversa il fiume Cavally ed entra nella colonia francese della Costa d’Avorio (anche là vivono popolazioni kru). Ha finalmente trovato la sua giusta dimensione di profeta. Missionario itinerante – raramente si ferma più di tre giorni in un villaggio – rigorosamente a piedi, sempre spoglio di mezzi e accettando solo il minimo necessario per vivere, “il Cristo nero delle lagune” (del litorale ivoriano) richiama folle su folle. Adrian Hastings, importante storico della Chiesa africana, lo ha definito «il primo tra i profeti cristiani eminenti d’Africa. Nessuno come lui ha avuto un tale impatto in un tempo così breve. Ha effettuato quella che probabilmente è stata la più notevole campagna di evangelizzazione che l’Africa abbia mai conosciuto».

Qual era il suo messaggio? Africano e fiero d’esserlo, incitava a ripudiare subito, radicalmente e per sempre, la stregoneria con tutti i suoi annessi e connessi. E annunciava un Dio liberatore dalle paure. «Voi che tremate davanti ai portatori di malocchio e ai loro idoli, ascoltate quello che vi dice Harris il profeta: il solo vero Dio è il Dio della Bibbia! Gli altri sono solo degli impostori che dovete cessare di adorare! Distruggete tutto ciò che li rappresenta, e sarete invasi dallo Spirito Santo!».

Gli uomini del Libro

Harris è sempre raffigurato con una lunga croce di legno in una mano, la Bibbia e una ciotola nell’altra. A volte anche con una zucchetta che serve da strumento ritmico.

Quando arriva in un villaggio, su uno spiazzo stanno dietro di lui due o tre donne che lo accompagnano nella sua missione, come lui vestite di bianco. Suonano maracas di guscio di zucca e cantano salmi. Gli uomini e le donne accorsi a udirlo gli stanno di fronte, in due gruppi separati. Al termine della sua predicazione, che include una sua trance e una danza sacra cui tutti prendono parte, quanti hanno avuto il cuore toccato dalle sue parole si inginocchiano, cinque per cinque, e afferrano la sua croce-pastorale confessando ad alta voce i loro peccati. Quindi gettano in un falò gli strumenti dell’idolatria. È il momento del battesimo (a questo serve la sua ciotola). Il profeta impone poi la Bibbia sul capo di ogni neofita e questi recita il Padre nostro.

Neppure qui gli scettici fanno difetto. Harris con autorevolezza li invita ad avvicinarsi, a toccare anche loro la croce. C’è sempre qualcuno che accetta la sfida. Ma non appena costui sfiora il legno, viene strapazzato dalle convulsioni. Come un epilettico, o un ossesso. Allora il profeta si china su di lui, lo benedice. L’uomo si calma, è guarito. Convertito.

Ma quello, nelle intenzioni di Harris, non è l’inizio di una nuova religione. Il profeta invita semplicemente a frequentare la chiesa più vicina. «Riconoscerete quelli che parlano in mio nome dal fatto che hanno il Libro». Per i missionari è la manna dal cielo. E se di chiese a una distanza ragionevole dal villaggio non ce ne sono, prima di ripartire Harris sceglie dodici “apostoli” che costruiscano un tempio e veglino sulla comunità.

Risveglio della dignità

Così prosegue la missione fino all’altro capo del paese, fino a penetrare nella Costa d’Oro (l’odierno Ghana). E ritorno. Questa volta le autorità francesi della Costa d’Avorio sono preoccupate. Non hanno capi d’accusa per Harris, che anzi incita al rispetto per i «superiori». Ma la sua ingiunzione ad osservare alla lettera il riposo domenicale, i grandi assembramenti di persone che il suo passaggio provoca e, comunque, il senso di dignità ritrovata che il suo messaggio suscita, esigono un intervento. Con cortesia e fermezza, un bel giorno del 1915 il profeta viene espulso. La sua tournée evangelizzatrice si era così conclusa a Port-Bouët, dopo avere battezzato in meni di due anni non meno di centomila persone di numerose etnie. Il profeta passerà tranquillamente il resto dei suoi giorni a Cape Palmas, dove la morte lo coglierà nel 1929.


 

Il decalogo di Harris
  • Crederai in un Dio creatore, unico e vendicatore, come ha prescritto l’Antico Testamento.
  • Rispetterai scrupolosamente il riposo domenicale, e dedicherai la tua domenica alla preghiera e al raccoglimento.
  • Distruggerai tutto ciò che rappresenta il tuo antico culto degli idoli.
  • Lotterai contro la pratica della stregoneria.
  • Obbedirai ai superiori; seguirai le norme delle autorità amministrative e offrirai il tuo lavoro a servizio dello stato.
  • Abbandonerai il vizio e la corruzione: soprattutto non commetterai uccisioni (neanche rituali) né furti né adulteri, né dirai menzogne, e non sarai dedito all’alcol.
  • Potrai essere poligamo in misura ragionevole.
  • Rispetterai le credenze altrui e sarai pronto a collaborare con le chiese cristiane.
  • Otterrai la remissione di tutti i tuoi peccati con il battesimo.
  • Conoscerai dopo la morte la vita eterna, se avrai seguito questi precetti. Altrimenti, sarai consegnato ai supplizi dell’inferno.

Successori

Harris non era un fondatore. Ma la corsa alla sua eredità spirituale si aprì presto, mentre era ancora in vita. Sorsero profeti più o meno ispirati. Ognuno brandiva una reliquia della croce di Harris (che in verità ne spezzò e rifece molte, affinché il simbolo non fosse inteso in modo feticistico). Alcuni corrompendo o tradendo il messaggio; altri, adattandolo ai propri limiti. John Ahui era analfabeta, non poteva attribuire troppa importanza alla lettura della Bibbia. Da lui è comunque sorta l’attuale “Chiesa del Cristo / Missione Harris”, che dal 1998 fa parte del Consiglio ecumenico delle chiese. Un alto esponente degli harristi, Jules Dogbo, ha preso parte all’incontro interreligioso 2003 di Sant’Egidio.
Bodjui Aké, Papa Nouveau, Kilomètre 17, Bodo Adaï sono i nomi di altri leader neo-harristi. Albert Atcho si è reso celebre per la sua attività di taumaturgo, efficace soprattutto per le depressioni e i disturbi mentali.
I momenti di preghiera degli harristi sono pressoché quotidiani, con un culto più importante la domenica, in un tempio dall’architettura spesso caratteristica. Dall’altare troneggia una croce, si fa largo uso di candele. I fedeli vestono di bianco.

pubblicato su Africa settembre-ottobre 2005
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