Tenere, forti

Tra donne e storia c’è una relazione complessa. In Africa forse più che altrove. Ce ne accorgiamo anche solo occupandoci di principesse…

Una principessa? Se lo dice lei, difficile dubitarne. La figura, il portamento, sono il ritratto di quello che uno immagina quando si dice “regina d’Africa”. Aminata Fofana, nata in Guinea, residente a Roma da molti anni, è una slanciata mandingo di sangue blu. Ma, con modestia tutta regale, non ama essere presentata in questo modo. «Non è una cosa che mi sono guadagnata, e mi imbarazza», dice. Ha mandato un manoscritto alla Einaudi come un esordiente qualunque, senza santi in cielo. Praticamente sconosciuta – anche se fa musica (un cd per la Mercury) e l’indossatrice a intermittenza («per mangiare»). Detto fatto. La luna che mi seguiva, scritto direttamente in italiano, è stato presentato a Francoforte e a Torino ancor prima d’essere stampato. La principessa che calzò una scarpa la prima volta a 12 anni, quando si trasferì in città per andare a scuola, si reputa senza nasconderlo una donna fortunata.

Principesse… regine… Non sarà un po’ da rotocalco guardare da questa angolatura alla donna africana reale, la cui condizione ci appare di solito meno brillante di qualche eccezione regale?

Non è detto. Proviamo a fare un passo indietro nel tempo e vediamo cosa potrebbe venirne fuori. Facciamo un piccolo test. Hai dieci secondi per fare i nomi di due importanti personaggi della storia dell’Africa, uno maschile e uno femminile.

Già risposto? Ti saranno probabilmente venuti in mente Lumumba, Senghor, Nyerere… O, con minor sforzo, Nelson Mandela. E le donne? I più aggiornati si saranno ricordati di Wangari Maathai (ma questa è quasi più cronaca che storia), o persino di Graça Machel, la moglie mozambicana di Mandela (ci risiamo). I più colti ci avranno spiazzato con un balzo di tre milioni di anni fino a Lucy, la nostra gracile progenitrice rinvenuta in Etiopia nel 1974. E i più religiosi, avranno pensato a Candace, regina di Etiopia: un suo alto funzionario fu uno dei primissimi ad essere battezzato nel nome di Cristo. E poi?…

Siamo in un campo della storiografia africana effettivamente ancora poco scandagliato. «La spinta mi è venuta da mia figlia», confessa Sylvia Serbin, una giornalista afrocaraibica che pur ha una solida formazione storica. «Aveva otto anni. Un giorno, mi ha domandato: “Come mai tutti gli altri popoli hanno delle donne celebri, e noi no? Gli indiani hanno Pocahontas, gli americani Calamity Jane, i francesi Giovanna d’Arco, gli inglesi la regina Vittoria… E noi? Prima non esistevamo?”. Siccome non si deve mai lasciare un bambino senza risposta, ho ripreso i miei appunti sparsi e ho scritto un libro». Si intitola Reines d’Afriques. È uscito in Francia l’anno scorso, subito prima di un’altra opera simile, Femmes de l’ombre et Grandes Royales.

Anche Jacqueline Sorel, l’autrice, è giornalista di lungo corso, con uno spiccato interesse per i protagonisti della storia africana. Anche lei, francese, ha dovuto concludere che «in Africa, come in tutte le società, le donne hanno avuto un grosso ruolo, ma occulto, “dietro”…». Non a caso ha voluto far posto nel suo libro tanto a regine effettivamente regnanti quanto ad eroine “nell’ombra”, quelle che «erano quasi scomparse dalle nostre memorie – come osserva la sociologa senegalese Fatou Sow – mentre invece hanno segnato con le loro impronte la storia africana».

Tra queste donne-dietro, guerriere e reggenti, profetesse o resistenti o semplici “madri di”, troviamo nomi come Kimpa Vita (Donna Beatrice – nell’immagine), la “Giovanna d’Arco” congolese che creò un movimento messianico anticoloniale e finì ventiduenne sul rogo (1706); Nana Triban, che trasmettendo al fratello Soundiata Keïta un segreto carpito al nemico, gli consentì di fondare l’impero mandingo del Mali (XIII secolo); la “stregona” Sourrania, che ad un feroce capitano francese in marcia sul Ciad fece cogliere una vittoria di Pirro (1899).

Una regina vera e propria è invece Abraha Pokou, che nel Settecento condusse una porzione di popolo ashanti dall’attuale Ghana alla Costa d’Avorio, dando così origine ai baulé. Ma perché la sua gente potesse attraversare il Comoe in piena, dovette sacrificare il suo unico figlio alla dea delle acque. Zauditù, l’imperatrice etiope «dal cuore tenero», era sensibile e modesta, dal carattere conciliante. Il popolo rivedeva in lei il padre, il grande Menelik II. Le succedette Hailé Selassiè: altra musica. E poi Thandile, organizzatrice degli swazi; Ranavalona III, ultima sovrana del Madagascar; e Yennega, principessa-amazzone, la madre dell’eroe fondatore del popolo mossi del Burkina…

Altre donne consegnarono il loro nome alla storia non per la nobiltà del sangue ma dell’animo, per la dignità che seppero conservare in mezzo alle umiliazioni più atroci. È il caso di Bwanika, la katanghese comprata e rivenduta una decina di volte al prezzo di un fucile, e di Saartjie Baartman, la “Venere ottentotta” impudicamente trascinata da uno zoo umano all’altro, dalla puritana Londra a Parigi l’illuminata.

Quale fu, dunque, il ruolo della donna nella storia del continente?

C’è chi sostiene con sicurezza che il matriarcato fu la forma originaria delle società africane. Per Calixthe Beyala, combattiva scrittrice camerunese, «fino al XVI secolo erano le donne che comandavano, che viaggiavano… Ma l’islam prima, e poi il cristianesimo, hanno relegato la donna in cucina, e l’Africa è rimasta orfana della figura matriarcale». Allora «come spiegare – si domanda un’allieva del grande storico senegalese Cheikh Anta Diop, autore dell’ipotesi sostenuta da Beyala – la rinuncia totale della donna africana al potere politico, la sua flebile rappresentanza nei movimenti di resistenza?». «Il potere effettivo delle donne è sempre stato un mito», conclude Penda Mbow, già ministro della cultura e femminista militante. Per lei, neppure il matriarcato (inteso come sistema matrilineare) garantisce, in realtà, l’esercizio del potere da parte della donna.

Effettivo è invece il potere diffuso, quello esercitato “nell’ombra”, grazie alla capacità di influenza tutta muliebre. Ma se alle regine e principesse d’oggi questo non basta più, beh, come dar loro torto.

Ma chiudiamo dando la parola a un uomo. Per Nuruddin Farah, scrittore somalo candidato al Nobel, «in Somalia le donne sono più forti degli uomini, e lo hanno provato dopo il crollo dello stato, quando hanno saputo organizzarsi meglio e più velocemente degli uomini. Hanno sempre dovuto subire la patriarcalità della società somala. Ma quando si sono ritrovate nella diaspora, hanno scoperto che la società patriarcale non dà valore a chi vale. E allora hanno cominciato a muovere le ali, a spiegarle, per mostrare quanto valevano, mentre gli uomini nella diaspora diventavano sempre più depressi. È un fatto che le donne sono generalmente superiori agli uomini, perché tutto è contro di loro; una giovane di 15 anni ha antenne interne che la avvertono dei pericoli che la circondano. Un ragazzo della stessa età è ancora un bambino. Questa maggiore consapevolezza di sé è la qualità che cerco di esplorare nei miei romanzi. Era la stessa consapevolezza che animava mia madre, e che mi attirava a lei; sono stato sempre attirato dalle donne forti, quelle che ti dicono di punto in bianco dove e perché sbagli». Come delle vere regine.

pubblicato su Amani settembre 2005
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