Informare stanca

Il nostro immaginario dell’Africa – e di ogni Altro – dipende dalle finestre che i mass media aprono o tengono chiuse su quelle realtà. Donde le idee e giudizi che l’homo videns formula, perpetuando stereotipi vecchi e nuovi.

Roma Circo Massimo, 2 luglio. Durante la diretta Rai dell’iperconcerto “Live8”, organizzato per premere sul G-8 affinché adotti misure decisive di lotta alla povertà nel continente africano, il conduttore confessa, tra un Ligabue e una Mariah Carey: «Negli ultimi quattro mesi i tigì hanno dato 21000 notizie… di cui 180 sull’Africa». E ancora, non specifica quali notizie, con quale evidenza (posizione nella scaletta del notiziario, titoli, durata, immagini) e livello di approfondimento.

L’informazione sull’Africa è un caso eloquente ma tutt’altro che raro, solamente più macroscopico, di come i meccanismi dell’informazione condizionano la nostra percezione dell’Altro – specie se è un Altro “debole”. Il dato più appariscente è quello quantitativo. E, se è vero che il numero (e la qualità) di notizie e servizi cresce man mano che si scende dall’informazione generalista alle testate che “stringono” sui fatti internazionali, la solidarietà, il Sud del mondo… (e che hanno un pubblico tanto più ridotto quanto più è specializzata la testata), rimane il fatto che sono soprattutto la “grande” stampa e le reti televisive nazionali, specialmente i notiziari, a determinare l’immaginario popolare dell’Altro. Con effetti tanto più pesanti quanto più l’Altro è lontano, geograficamente e/o culturalmente. Neanche un viaggio in Africa è in grado, di per sé, di smentire i pre-giudizi nati e cresciuti nel turista per anni prima della sua partenza. Come recita un proverbio africano: «L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce».

Continente scomunicato

Un giornalista africano che ben conosce gli italiani, “dalla porta di servizio”, ha letto i risultati di un’analisi condotta dall’Università di Siena, per conto di Amref, sul posto dell’Africa nei mezzi di comunicazione. Il lavoro è stato presentato all’inizio dell’anno con il titolo Africa scomunicata? Jean-Léonard Touadi identifica tre principali modelli di immagine del suo continente veicolati dai media.

Il primo filone è quello di «un tutto indifferenziato, un luogo geografico senza distinzioni e con storie intercambiabili». È l’Africa come un nostro «luogo mentale», che non tiene conto delle storie e dei modi di vita diversi dei suoi popoli. Poi viene l’Africa «succursale dell’inferno, un inferno con tanti gironi»: dell’aids, della fame, dei ragazzi di strada, dei bambini soldato… Tutte «battaglie sacrosante» da combattere, ma che, nel modo in cui vengono proposte – spesso con uno scopo immediato di fund raising, per quanto nobile – ci propongono persone «passive, oltre che pazienti», ed evitano di parlare delle cause profonde di certe situazioni: queste sono troppo complesse per uno spot o un breve articolo, oppure metterebbero troppo in discussione lo stile di vita dei potenziali donatori. C’è infine il modello dell’Africa dal mitico passato, «serbatoio di valori primordiali», esotico «supplemento d’anima» per l’uomo europeo «smarrito nella giungla del postmoderno hi-tech».

Si è fatto qualche passo avanti, tutto sommato, nella quantità di informazione sull’Africa rispetto al passato. Soprattutto nelle rubriche di cultura e spettacoli, la presenza di artisti e campioni africani è più frequente e connotata positivamente. E si moltiplicano i servizi ecologico-avventurosi su luoghi e folclore, tra gorilla, kilimanjari e immancabili masai. Ma raramente si esce dall’infotainment, l’informazione-intrattenimento che rifugge «la complessità, le sfumature, la riflessione sui grandi problemi», perché «il pubblico vuole una maquette semplice, ben definita, riconoscibile come i personaggi e le scene dei teleromanzi» (Bruno Lussato, I bambini e il video).

Quando il profeta è falso

L’informazione come strumento di comprensione del mondo, e intesa come “i fatti separati dalle opinioni”, è un’altra cosa. È anche – diciamolo senza giri di parole – fatica. Per chi la produce come per chi la consuma. Fatica raddoppiata, da quando fra il giornalista e il lettore/ascoltatore/telespettatore si è messo in mezzo, a dettar legge, il mercato (auditel, vendite, pubblicità…), il quale si impone come criterio ultimo della selezione, degli spazi e del confezionamento della materia informativa.

Il pensiero corre senza scampo al «falso profeta» dell’Apocalisse, le cui parole facevano sì che «tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio»… e che nessuno potesse fare business senza il logo della «bestia»: l’impero dalle sette teste che controllava tutto il potere, politico economico giudiziario. Un profeta efficace: le sue parole convincono le persone ad erigere un simulacro della bestia; lui lo trasforma in un audiovisivo che pronuncia anche sentenze di morte: su quanti non lo adorano. I manager dell’informazione come Ted Turner – denuncia uno che se ne intende, Ryszard Kapuscinski – si sono fatti una posizione «non costruita sull’esperienza di giornalista, ma di money-maker, per il quale vivere la vita della gente comune non è importante né necessario» (Il cinico non è adatto a questo mestiere, Roma, 2002).

La trappola della semplificazione

Fa parte del lavoro del giornalista catturare l’attenzione e semplificare per spiegare. Con il massimo del rigore, però. Non tutto è semplificabile ad ogni costo – soprattutto quando il costo è la verità. Un giorno, un giornalista tedesco si è così sfogato con un missionario: «Per me la cosa più frustrante è quando, di ritorno dal Sudan in Germania, un collega del telegiornale mi chiama e mi annuncia, quasi mi concedesse un privilegio, che mi intervisterà sul Sudan, e che il direttore gli ha promesso di darmi ben ottanta secondi! Ma come si fa ad aggiornare sul Sudan, in un minuto e venti, milioni di tedeschi che hanno appena una vaga idea di dove sia questo paese?» (Renato K. Sesana, Io sono un nuba, 2004).

Uno dei ricorrenti (e fondati) rimproveri all’informazione sull’Africa è il suo carattere catastrofista. Guerre «tribali», meglio se con episodi di cannibalismo; epidemie scatenate da un nuovo virus, possibilmente «letale e di origine oscura»; carestie «apocalittiche». E l’altra Africa? Quella della società civile, dei tentativi di democratizzazione, delle performance economiche?…

All’Africa viene solo applicato, in fondo, e con più precisione che altrove, il trattamento che subiscono i fatti bruti in generale. Con delle conseguenze di ordine anche antropologico. «Per 5000 o 7000 anni di storia scritta – affermava Kapuscinski dieci anni fa – abbiamo vissuto una sola storia, che abbiamo creato e a cui abbiamo partecipato. Ma dallo sviluppo dei media nella seconda metà del XX secolo, stiamo vivendo due storie diverse: quella vera e quella creata dai media. Il paradosso, il dramma e il pericolo stanno nel fatto che conosciamo sempre più la storia creata dai media e non quella vera». E quella dei media finisce per apparire ancor più cupa e tragica della storia vera. Tesi che il reporter polacco suffraga con un esempio che trova facilmente proprio in Africa: «Contemporaneamente alla tragedia del Ruanda, si sono verificati in Africa altri tre o quattro avvenimenti molto importanti, a cui non è stata data alcuna attenzione, perché tutti gli operatori dell’informazione erano in Ruanda. La tragedia del Ruanda è stata presentata come la tomba dell’Africa, la morte dell’Africa. Nessuno ha osservato che il Ruanda è una nazione molto piccola, i cui abitanti ammontano a meno dell’1% della popolazione africana. Ma quelli che sono stati mandati in Ruanda, siccome non sanno niente dell’Africa, sono assolutamente convinti che quella è l’Africa»…

pubblicato su Evangelizzare ottobre 2005
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