I paradossi del perdono

Nel corso della storia, la vendetta personale si è tramutata in giustizia amministrata dallo stato. Il perdono potrà mai uscire dalla sfera del privato?

Pochi mese fa un giornale – il Giornale – dedicava un pezzo in prima pagina alle «amministrazioni creative». Comuni con «assessori bizzarri» al gemellaggio o alla pace, ai rapporti con la chiesa o ai diritti umani, persino ai nuovi stili di vita o al consumo critico. Tutte stramberie tali da suscitare l’ilarità dell’articolista, e che soprattutto gli porgevano qualche freccia in più da scagliare sulle giunte sinistrorse. Chissà che avrebbe scritto se avesse allargato l’orizzonte dai Comuni alle Regioni. Non avrebbe mancato di ironizzare su un assessorato… al perdono.

Un sito internet politicamente omogeneo al quotidiano di Maurizio Belpietro, anzi ancor più “ufficiale” di questo, in effetti aveva già provveduto, e con linguaggio più diretto, a parlare di «Toscana rossa: il perdono diventa una poltrona politica». L’assessorato incriminato, a dire il vero, è intitolato «alla Cooperazione Internazionale, al Perdono e alla Riconciliazione tra i Popoli» e ne è responsabile Massimo Toschi, di cui tutto si potrà dire men che sia un politicante o un opportunista. Un uomo che di pace e solidarietà tra i popoli, e le persone, si occupa attivamente e da sempre. Uno che, più che una «poltrona», cerca eventualmente una carrozzella – data la poliomielite che lo accompagna dal suo primo anno di vita.

Ma tant’è. Portare il perdono nel lessico delle istituzioni amministrativo-politiche – a quanto pare è la prima volta che succede in Europa – ha l’aria, per qualcuno, di una risibile furbata (a differenza, eventualmente, del “condono”: edilizio, fiscale e possibilmente tombale). Oppure è l’indizio di un esecrabile pacifismo. C’è invece chi vi intravede le primizie di una nuova tappa dell’umanità, o per lo meno di una sua rinnovata coscienza.

Non toccare Caino

Facciamo un passo indietro e consideriamo il contrario del perdono, la vendetta. L’inizio della civiltà giuridica è consistito nel passaggio dalla gestione in proprio della vendetta da parte dell’offeso, o dei suoi congiunti o sodali, all’affidamento di essa a un’entità terza: la comunità, lo stato. La divinità. Possiamo riscontrarlo a livello “mitologico” nella stessa Bibbia. Dio difende Caino dai potenziali vendicatori di Abele con la minaccia di una controvendetta «sette volte» superiore, in grado cioè – interpretiamo – di stroncare una faida sul nascere. E, a livello storico, il Codice dell’Alleanza sancisce, con la legge del taglione e annessa casistica, una giustizia dura, sì, ma regolamentata. Lo stesso accade in tutte le comunità umane: la vendetta viene sottratta all’arbitrio del singolo e consegnata a un’istanza superiore. (Il che non impedisce che si registrino dei continui “ritorni” al fai-da-te, nella cronaca nera e anche nell’accettazione sociale: come nel caso della figura del giustiziere solitario dei western, “simpatica” nell’immaginario americano, e non solo).

Negli ulteriori sviluppi del diritto, la pena viene letta in modi che via via ne attenuano la connotazione retributiva: diventa dissuasiva, mette la società al riparo dal criminale, assume valore di risarcimento, fino ad accedere a una funzione rieducativa (il suo unico scopo, secondo la Costituzione italiana) se non redentiva.

La giustizia, insomma, con un po’ di ottimismo (e ce ne vuole, visti i periodici appelli, specie “padani”, a legalizzare l’autodifesa), è da tempo (da millenni!) uscita dal privato per approdare al pubblico.

«Necessario a livello sociale»

Ma il perdono, quello no – occasionali amnistie, indulti e indultini confermano la regola. È vero che ogni tanto il tema irrompe in modo pubblico e forte. Noi ricordiamo ancora, a distanza di venticinque anni, le parole di Giovanni Bachelet: assicurava il perdono della sua famiglia ai brigatisti rossi che gli avevano abbattuto il «papà Vittorio». Però «senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare». Per la Giornata mondiale della pace 2002, Giovanni Paolo II lanciò una parola d’ordine particolarmente coraggiosa, con un 11 settembre ancora fumante: «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono». Opponendo il perdono al rancore e alla vendetta, e dichiarandolo complementare alla giustizia (poiché ci sono «legittime esigenze di riparazione dell’ordine leso»), sosteneva che esso «si rende necessario anche a livello sociale. Le famiglie, i gruppi, gli stati, la stessa comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono». Nemmeno il papa, in ogni caso, era in grado di indicare in quale modo concreto ciò possa accadere, se non confidando che, dello stesso ceppo dell’amore e del bene, anche il perdono risulti diffusivum sui. Ne faceva balenare però la «ragionevolezza» anche per chi non sia uomo o donna di fede. Un po’ come ha scritto il laico recensore di una mozzafiato Breve storia della vendetta (autore Antonio Fichera): «Vendicarsi è sublime, ma anche faticosissimo. Chissà se i grandi vendicatori del mito e della letteratura, una volta raggiunto l’obiettivo, si sono compiaciuti. Forse nel silenzio della propria solitudine, al cospetto dell’eterno ritorno della violenza, hanno modestamente pensato che non ne valeva la pena. Il perdono sarebbe stato più semplice, più veloce, più gioioso» (Bruno Ventavoli).

Qualche uscita pubblica il perdono l’ha comunque già tentata. La più famosa, a giusto titolo – cui si è esplicitamente ispirato Toschi – è la Commissione verità e riconciliazione, presieduta da Desmond Tutu che ne ha poi anche scritto in un libro: Non c’è futuro senza perdono. In realtà, ricorda il Nobel per la pace, «non c’era nessuna richiesta, nell’Atto costitutivo della Commissione, che le persone perdonassero o fossero perdonate. Le occasioni in cui i persecutori hanno chiesto il perdono alle proprie vittime sono state il frutto di un’esigenza umana individuale». Il celebre vescovo anglicano osa sognare che il modello sudafricano potrebbe funzionare anche in paesi come il Ruanda e Israele-Palestina…

La soluzione non è l’oblio

Iniziative simili sono state avviate altrove, in Marocco e Sierra Leone. Con altri nomi, avevano già lavorato analoghe commissioni in America Latina, dalla Bolivia (la prima di tutte, nel 1982) all’Argentina (Nunca más) dall’Uruguay a El Salvador, qui con conclusioni controverse. Con il medesimo nome ne venne istituita una in Cile nel 1990. Juan Gerardi Conedera, il vescovo guatemalteco ucciso nell’aprile 1998 subito dopo la presentazione di un rapporto sui diritti umani da lui voluto, dopo aver chiarito che «un paese non può sanare le sue ferite per decreto» aveva aggiunto: «L’abolizione dell’apartheid, gli accordi di pace, servono a noi da riferimento per la transizione e per la costruzione di un nuovo tipo di processo di perdono da ambo le parti. È chiaro che la riconciliazione nasce dalla verità e dalla giustizia; non si tratta in nessun momento di dimenticare».

Parole che raggiungono quelle di Jacques Derrida, il filosofo ebreo algerino scomparso l’anno scorso, che al Perdonare (è uno dei suoi ultimi titoli) e alle sue contraddizioni ha dedicato parte della sua riflessione. Che non avrebbe certo potuto condurre a cuor leggero: lui, figlio del popolo vittima della Shoah, escludeva che il perdono potesse avere per oggetto «il veniale, lo scusabile. Non c’è perdono, se ce n’è, se non dell’im-perdonabile». Una frase folgorante, da appuntarsi e meditare. Il vero perdono è pressoché inattingibile, dagli individui e ancor più socialmente e politicamente. Anche perché «non si tratta di dimenticare». Ma esso è necessario, e ragionevole, proprio quando lo si direbbe improponibile. Siamo davvero ai primordi di una lunga storia del perdono.

pubblicato su Evangelizzare novembre 2005
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