Igiene orale

“Straniero” e “strano” hanno lo stesso etimo… Fino a che punto siamo consapevoli dei termini che usiamo? Non serve la mania del “politicamente corretto”, basta capire come l’altro preferisce essere trattato.

In una seguita rubrica del supplemento femminile di Repubblica, un lettore esprimeva, a fine estate, il suo sconcerto nello scoprire nei Vangeli un comportamento indegno per un Figlio di Dio: Gesù che ostenta un atteggiamento discriminatorio nei confronti di una povera donna «perché siro-fenicia, perché non ebrea». Se non fosse stato per «gli apostoli, quei suoi rozzi apostoli», non avremmo «traccia di quell’universalismo che solo successivamente ha caratterizzato il cristianesimo». Nella sua risposta, Umberto Galimberti non si sofferma a discutere l’esegesi del suo corrispondente e sposta il discorso su un altro piano.

Quello che ha colpito noi, è quanto i «cani» e «cagnolini» del passo evangelico abbiano calamitato l’attenzione del lettore. E a ragione. Il contesto del brano e un’infarinatura di cultura generale lasciano intuire il senso spregiativo dell’epiteto, appena attenuato dal diminutivo. Sappiamo tutti che il miglior amico dell’uomo è in realtà, per le due religioni semitiche, un essere impuro. Gli angeli, si dice nell’islam, non entrano nella casa di un credente in cui ci sia un cane.

Le parole, insomma, hanno un peso, sono carezze o pugni, specie quando hanno a che fare con persone “diverse”. Sono innumerevoli, fortunatamente, i tentativi di riunire un galateo terminologico al cui interno possano ritrovarsi a proprio agio tutti. Sforzi che sembrano venire in molti casi frustrati, poiché ogni bonifica rischia di divenire presto obsoleta, sorpassata da una nuova “maleducazione” linguistica o perché, all’atto pratico, è poco convincente. Non per questo possiamo tirare i remi in barca. In questa sorta di gioco a guardie e ladri si raggiunge per lo meno il risultato di affinare la sensibilità al peso delle parole e, per questa via, al punto di vista dell’altro. Per chi poi abbia un ruolo di parola pubblica, dai media alla scuola al pulpito alla catechesi, l’uso consapevole della terminologia applicata ai “terzi”, presenti o assenti che siano, è oggi più che mai strategico.

Attenti alla cosmesi

La problematica più macroscopica di adeguamento all’emersione di un nuovo soggetto storico – l’altro per eccellenza in tutte le culture – è il cosiddetto linguaggio inclusivo: come nominare le donne senza annegarne la specificità in un presunto neutro generico, che in realtà combacia con il maschile? «Quando dico “fratelli” io voglio abbracciare tutte le donne», si difendeva maldestramente un curato da barzellette.

L’assunto non è semplice. Storia, lingue, sensibilità si intrecciano dando luogo a soluzioni talvolta contraddittorie in nome del medesimo principio. Per le stesse buone ragioni trovi, anche sul fronte femminista, chi difende “l’assessora” e chi “l’assessore Tizia Caia”. Soprattutto nel mondo anglofono il “politicamente corretto”, come è definito lo sforzo di creare una lingua antidiscriminatoria, finisce a volte per rasentare il ridicolo. Edoardo Crisafulli, che in Igiene verbale (Vallecchi) ci offre un bel campionario di forzature e scempiaggini, ricorda che «la tanto millantata forza rivoluzionaria del linguaggio non sessista è tutt’altro che accettata da tutti» (anzi: da tutte). Due le obiezioni principali sollevate: «ogni velleità di igiene verbale non è altro che una cosmesi» (potrebbe cioè illudere il maschio di aver adempiuto al suo dovere quando ha detto “persona” invece di “uomo”); in secondo luogo, «è giusto far ricorso al linguaggio non discriminatorio, ma solo nei testi contemporanei, scritti per il pubblico odierno» (non è forse un autogol diluire, in traduzioni “corrette” delle Scritture, la misoginia di testi prodotti in un ambiente comunque patriarcale?).

Rimane il fatto che in Italia non si corrono grandi rischi del genere. Una sensibilità maggiore, anzi, non guasterebbe anche nelle liturgie cattoliche. Si potrebbe cominciare con qualche «pregate fratelli e sorelle» in più…

La scappatoia dell’inglese

Poi c’è chi si ritrova né uomo, se uomo, né donna, se donna. Va riconosciuto che in pochi anni il movimento omosessuale, dopo una lunga storia di clandestinità quando non di persecuzione, è riuscito a imporre anche una rivoluzione di linguaggio. Chi reagisce con termini offensivi alla vista di un gay non è più circondato dalla stessa accettazione sociale di un tempo. Soltanto vien da domandarsi perché, per scovare un termine di uso non offensivo (né troppo tecnico come “omosessuale”), si sia dovuto andare a scomodare il dizionario inglese. Fa pensare, il fatto che l’italiano e i nostri regionalismi trabocchino invece di titoli ingiuriosi…

Parole contro è un bel libro di Federico Faloppa che ci fa prendere coscienza di come espressioni che avvertiamo sulla nostra bocca come semplicemente colorite (“bestemmiare come un turco”; “fare il mongolo”) abbiano in realtà una storia caratterizzata dall’erezione di barriere, se non di spregio verso l’altro. Come dice Maurizio Cherici, sono parole «innocue soltanto all’apparenza, che tracciano le linee di un recinto ancora più ristretto. Sbarramenti eretti per stabilire con certezza un “di qua”, il mio, ben diviso da un “di là”, ad uso e consumo di quelli rimasti fuori. Sono confini molto affollati che tutti, prima o poi, potremmo essere costretti ad attraversare». Anche gli italiani in Francia non sono stati, per i padroni di casa, che dei ritals

Il linguaggio indicante chi è costretto a una carrozzella o ha difficoltà di socializzazione ha saputo aggiornarsi. Da “minorato” (per non dir di peggio) siamo passati a “handicappato” (di nuovo l’inglese!). Anche quest’ultimo, però, si è presto rivelato a doppio taglio: utilizzabile come offesa generica, anche se non rivolta ai “portatori di handicap”, soprattutto nel gergo giovanile. Migliore fortuna incontra “disabile”; mentre “diversabile” (“diversamente abile”) pare non avere la forza di uscire dalla cerchia degli addetti ai lavori.

Ci sono poi i casi in cui si rischia di essere più realisti del re. “Non vedenti” e “audiolesi” sembrarono, sul momento, delle caritatevoli alternative a “ciechi” e “sordi”. Che però non hanno fatto colpo sui diretti interessati. Il Mac è sempre la sigla del “Movimento apostolico ciechi”, e dal sito Nonvedenti.it veniamo rassicurati: «Ciechi e non vedenti sono sinonimi e potete usarli indifferentemente», perché «quello che conta non è l’espressione usata, ma il tono con cui la si dice». “Cieco” e “sordo”, in effetti, non hanno mai avuto connotazione di per sé offensiva.

“Tu”

C’è almeno un campo in cui l’italiano medio appare ancora parecchio maldestro nell’uso di un lessico rispettoso. Nei confronti di chi proviene da altri paesi e culture. Vu’ cumprà? Immigrato? Extracomunitario?… Marocchino? Ogni termine meriterebbe una trattazione. Tra tutti, il caso di chi ha la pelle nera (ma è davvero nera?) è la querelle più antica. Secondo i linguisti che guardano alla tradizione letteraria, “negro” va benissimo. Agli interessati… un po’ meno, di solito. Non sono tanto sensibili alle etimologie quanto a quel senso di disprezzo che credono di percepire, nove volte su dieci, nella voce di chi li nomina in quel modo. Se poi la direttrice camerunese di un quotidiano calabro vuol essere chiamata negra, benissimo: ma è una scelta sua, con la quale Geneviève Makaping afferma comunque il suo diritto ad autodefinire la propria identità.

E poi c’è l’abitudine, presa da molti, di dare subito del tu a un immigrato. Può essere un atto di simpatia, con l’intenzione di mettere l’altro a proprio agio. Ma “l’altro” sa benissimo che in Italia, di norma, tra “bianchi” adulti e sconosciuti ci si dà del lei…

pubblicato su Evangelizzare novembre 2005
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