Il complesso di Tartarino

Una donna, araba, musulmana non praticante, esiliata in Italia, dà il suo punto di vista sullo Scontro di inciviltà in atto.

«D’un tratto, lungo il parapetto della nave vide una sfilza di grosse mani nere che vi si aggrappavano dall’esterno. Subito dopo, gli apparve davanti una testa di negro tutta crespa e, prima che avesse il tempo di aprir bocca, il ponte si trovò invaso in ogni parte da un centinaio di filibustieri neri, gialli, seminudi, orrendi, terribili».

È questo il primo impatto che Tartarino, imbarcatosi a Marsiglia dopo aver lasciato la sua sonnecchiosa Tarascona, ha con la Algeri della seconda metà dell’Ottocento. Ridicolmente armato di tutto punto, scoprirà che quei furfanti non erano un’orda di pirati ma robusti facchini. Partito per la caccia grossa nel «paese dei leoni», non abbatterà che un ciuco.

L’istituto di analisi sociale Eurispes ha paragonato gli italiani al personaggio di Alphonse Daudet. «La sindrome del nemico, la paura dell’altro da sé, la fobia dell’accerchiamento – commentava il presidente di Eurispes nel presentare il Rapporto Italia 2002 – accompagnano Tartarino nei suoi pur brevi spostamenti da casa al circolo. Allora, l’equazione immigrati-criminali ci aiuta, ci occorre perché allontana da noi la nostra cattiva coscienza e il peso di una responsabilità che pure abbiamo. Sarebbe nostro dovere fare di più ed invece ci accorgiamo di loro solo quando capiamo che ormai numerose aziende e tante attività funzionano solo grazie al loro indispensabile apporto, ma, soprattutto, quando scopriamo che non sono poi così diversi da noi, come pensavamo. Non sono il nemico invisibile da cui difendersi».

«Chiesa della debolezza»

Quasi per caso, vengono proprio da Marsiglia e Algeri le due prefazioni a un libro recente (edito da Sperling & Kupfer), scritto con passione e ragione da un’algerina che conosce il nostro paese. È Nacéra Benali, detentrice di un poco appetibile doppio record: è stata l’unica giornalista donna ad essere messa agli arresti per avere scritto, nel 1993, un articolo sul terrorismo (sul quotidiano El Watan); e la più giovane giornalista ad essere condannata a morte, l’anno dopo, dai Gia, i Gruppi islamici armati protagonisti della stagione di sangue algerina (almeno 180mila morti). Si capisce perché Nacéra abbia cercato scampo all’estero.

Gli autori delle prefazioni sono due uomini di religione, l’arcivescovo di Algeri e il Gran Muftì di Marsiglia. Quest’ultimo, Soheib Bencheikh, algerino, è uno dei teologi musulmani più in vista per le sue posizioni liberali. A presentarlo bastano un paio di citazioni di qualche anno fa. La laicità: «È un principio buono per lo stato e per le religioni. È dovere dei credenti chiedere con urgenza la separazione fra sfera politica e sfera religiosa». La donna: «Forse che le donne di oggi hanno bisogno di un tutore? Direi, semmai, che molti uomini avrebbero bisogno di una tutrice. Forse che Dio ha veramente voluto schiacciare la donna? Mai».

Teissier è il degno successore del cardinal Léon-Etienne Duval. La sua ecclesiologia è di una «chiesa della debolezza», fatta di «cristiani a mani nude». Così dicendo non si riferisce tanto alla percentuale microscopica di cattolici in Algeria, e in gran parte di origine straniera, ma al fatto che tale situazione non ha dato forma a una chiesa in difesa nervosa della sua identità, bensì, al contrario, a una presenza solidale con la circostante realtà sociale e religiosa.

«In Algeria noi cristiani – scrive l’arcivescovo nell’ampio testo introduttivo – abbiamo l’opportunità di lavorare con molti algerini musulmani. A riunirci è l’impegno comune per aiutare, per esempio, le persone disabili, per favorire l’occupazione giovanile o per sostenere le donne nella loro lotta per la dignità. Lavoriamo insieme, senza ripeterci a ogni istante “io mi impegno in nome del cristianesimo” e “loro s’impegnano in nome dell’islam”. Semplicemente, è il valore della causa per la quale ci mobilitiamo a unirci».

I due illustri prefatori impartiscono insomma una invidiabile “benedizione” al libro. Il quale ha il merito di farci riflettere sui nostri luoghi comuni relativi ai musulmani, una vera sindrome che l’autrice definisce senza tanti giri di parole «islamofobia». E se la foga di Nacéra è talvolta un limite (non tutti i giudizi sono espressi in piena cognizione di causa; non tutti gli argomenti hanno la stessa persuasività), la sua è soprattutto l’urgenza di una testimonianza, peraltro sostenuta da mille riferimenti alla cronaca e alla storia.

Temperamento indocile e ribelle (parole sue), la Benali confessa di non aver avuto mai inclinazione per la religione: «La prima volta che ho messo piede in una moschea è successo proprio a Roma»! Vuole però smarcarsi da quegli «intellettuali musulmani i quali, una volta in Europa, si sentono in obbligo di chiarire, appena vengono interpellati, che loro sono assolutamente atei e non intendono in alcun modo difendere l’Islam».

Sette pregiudizi

Lo schema del libro è chiaro. In sette espressioni stereotipate viene fotografata la diffidenza che molti nutrono verso i musulmani: «Sono complici dei terroristi fondamentalisti; non hanno rispetto per i simboli cristiani; non vogliono integrarsi nella nostra società; maltrattano le donne; vogliono distruggere i nostri valori; vogliono invadere l’Italia; sono fanatici». Un capitolo evidenzia poi il ruolo dei politici («Gli altri devono convertirsi, non essere riconosciuti»: Irene Pivetti, 1995) e dei media («Sono dieci anni che cerco di capire come mai i miei colleghi italiani dimostrino tanta facilità nell’insultare noi arabi e musulmani a ogni occasione»). Nel capitolo finale – «La convivenza possibile» – alcune storie individuali alimentano la speranza in un futuro migliore.

Ogni capitolo smonta il pregiudizio indicato nel rispettivo titolo. Mancanza di rispetto per i simboli cristiani? Alla corrispondente da Roma di El Watan, la malattia e la morte di Giovanni Paolo II sono costate un bel superlavoro («i lettori algerini volevano sapere più cose su papa Wojtyla, su quest’uomo che rispettavano e ammiravano profondamente»). Complicità con il terrorismo? Ma se proprio i musulmani (Algeria ieri, Iraq oggi) ne sono le prime e più numerose vittime! Perché, piuttosto, certi paesi europei sono stati così ospitali (Gran Bretagna) o indolenti (Italia) nei confronti di predicatori velenosi e di moschee-covi (l’autrice non esita a nominare quella milanese di viale Jenner)?
E così di seguito.

Scontro di… ignoranze

Anche se il suo assunto è “partigiano”, l’autrice non sottovaluta che i musulmani stessi – soprattutto una parte dei loro leader – prestano sovente il fianco all’islamofobia.

Durissimo è, ovviamente, il giudizio sui terroristi sanguinari. Se poi il Nobel per la pace 2003, l’iraniana Shirin Ebadi, «è il simbolo di tutte le donne musulmane che lottano con determinazione per il rispetto dei diritti umani nei loro paesi», vuol dire che di lotta da fare ce n’è ancora tanta. Quanto alla laicità, solo adesso si comincia a parlarne apertamente, ed è un «paradosso», secondo il vicepresidente della Conferenza mondiale delle religioni per la pace, un musulmano, poiché «la tradizione islamica è una tradizione che più laica non si può, in senso etimologico e teologico». E giudizi duri, tornando in Italia, anche per le principali sigle, Ucoii e Coreis, che bene o male rappresentano i musulmani.

A questo punto capiamo anche meglio il senso del titolo. Se uno scontro è in corso, non è certo di civiltà, ma tra inciviltà. Fra… Tartarini. Fra ignoranze che si gonfiano il petto sicure «che si tratti di uno scontro, ma tra una civiltà e una non civiltà. Sarebbe troppo qualificante definire quella [cioè l’altra] una civiltà». Dixit un ministro della Repubblica Italiana.

pubblicato su Evangelizzare dicembre 2005
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