Parole di colore

Attenti a dare del marocchino a qualcuno. Anche se fosse nativo di Casablanca o Agadir.

«Sostantivare l’aggettivo che riflette la provenienza etnica di una persona ed apostrofare quest’ultima in tal modo, con evidente atteggiamento di scherno, costituisce ingiuria, che si connota, per giunta, di chiaro intento di discriminazione razziale, rendendo così più riprovevole sotto il profilo soggettivo la condotta offensiva». Suona così una sentenza della Cassazione pronunciata nel maggio scorso. «Il rispetto dell’altrui persona – aggiunge la Suprema Corte – esige che ad essa ci si rivolga appropriatamente, mediante l’uso del nome o del cognome».

Le parole continuano ad avere il loro peso specifico, a dispetto della leggerezza con cui a volte le maneggiamo. Ben lo sa il politically correct, di cui conosciamo anche qualche deriva ridicola – a dire il vero più in ambito anglosassone che italofono. In un libro intitolato Igiene verbale, Edoardo Crisafulli mette alla berlina espressioni come vertically challenged (svantaggiato verticalmente) al posto di “basso” (short). Ma anche in italiano siamo bellamente passati dagli spazzini ai netturbini agli operatori ecologici…

Eppure il tema è serio. Ci riferiamo qui al termine “negro”, che sostanzia la negritudine di cui Senghor fu bardo insigne. Un termine, quello di “negro”, che molti continuano a usare imperterriti. Forse non sempre a sproposito, ma… vediamolo più da vicino.

«Or tristi auguri, e sogni, e penser negri, mi danno assalto». Canzoniere, Petrarca. I linguisti giustamente difendono l’uso del termine «che vanta una nobile tradizione letteraria, e non può avere alcun significato offensivo per la gente di colore» (Claudio Marazzini). E deplorano che, se una valenza negativa si è intrufolata nell’elegante latinismo, ciò è stato per ragioni meramente esterne. È vero. Per Wu Ming 1 – l’autore di New Thing (Einaudi), un bell’affondo nel mondo del jazz – “negro” «ha ormai valenza dispregiativa ed è utilizzato come traduzione di “nigger”». Ma forse non tutti sanno che la responsabilità di questo slittamento di connotazione è addebitabile al cinema. «I doppiatori l’hanno sovrapposto a nigger per sincronia labiale».

In ogni caso, è difficile pensare di poter tornare indietro. In un’intervista alla Rai concessa recentemente da Hassan al-Turabi, il celebre guru sudanese del fondamentalismo islamico ha ammonito: «Vi avverto: non trattatemi come un negro africano…». Era possibile udire anche il sonoro originale: Turabi aveva detto proprio nigger, usando questo bisillabo apparso alla fine del Seicento, «forse non espressamente offensivo all’inizio», ma che sicuramente lo era nel secolo XIX. Si credette poi di trovare in negro (ma pronunciato all’inglese) un’alternativa accettabile. United Negro Improvement Association (Unia) è il titolo che Marcus Garvey, uno dei padri del panafricanismo, diede a quello che divenne, negli anni Venti, il primo grande movimento di massa negli Stati Uniti. Ma negli anni Sessanta, quando le lotte per i diritti civili toccavano il loro apice, e negro era divenuto sinonimo di schiavo, si rese necessario un nuovo lessico.

Il riferimento, però, rimaneva ancorato al colore della pelle. Black is beautiful, “Nero è bello”, fu lo slogan di quegli anni, passato alla storia. Ma il richiamo alla pigmentazione si faceva sempre meno pertinente. All’inizio degli anni Ottanta si era già affermato “afroamericano” e, poco più tardi, soprattutto grazie al reverendo Jesse Jackson, “africani-americani”. Mentre intanto ricompare nigger, questa volta all’interno degli ambienti giovanili afroamericani, con un uso spregiudicato dell’ironia. Che non viene però perdonata a chi non ha le credenziali per farlo. Eminem, il più celebre rapper bianco, e ammiratore della band Nigger with Attitude, evita – pur facendosi un baffo del galateo in mille altre circostanze – di pronunciare nigger nelle sue tirate rap.

Problematiche analoghe, non meno complesse, anche nelle altre lingue europee. In portoghese preto ha valore spregiativo, negro è passabilmente neutro (ma talvolta accade il contrario). Per lo spagnolo… dipende. In Argentina e a Cuba negrito può essere un vezzeggiativo, anche rivolto a un bianco; non è detto che lo stesso sia vero per l’Ecuador, ad esempio. Il francese négritude è forgiato a partire da nègre, come uno scatto d’orgoglio che fa levare la testa e dire “ebbene sì, io sono nègre; ciò che tu disprezzi ha tutta la dignità di un essere umano”.

Non è detto, tornando all’italiano, che “nero” sia la migliore alternativa a “negro”. Fa sempre allusione a una caratteristica somatica che tende a imprigionare l’altro in una inesorabile diversità “naturale”. È forse un termine più innocente, almeno per il momento, più di “vucumprà”, “marocchino”, “di colore”, “extracomunitario” e affini. Rimane chiaro che, sempre, più del testo conta il contesto. La relazione umana. Se questa è tale da consentire anche lo scherzo, dare del negro potrà essere anche un’espressione di affetto. Ma a chi spetta deciderlo?

  • Al di là di ogni considerazione di tipo storico o sociologico, decisivi sono i sentimenti dei diretti interessati.

Anabela Bessa è una studentessa mozambicana. Non si attarda sulla distinzione “nero/negro”. Anche dopo alcuni anni romani, la parola “negro” è per lei piuttosto neutra, come lo è nel portoghese che pratica fin dall’infanzia. Il problema sorge – ed è lo stesso per gli altri africani che conosce – quando si sente trattare con disprezzo da qualche sconosciuto che insiste sul suo essere «nera». «Se invece alludono al mio colore degli italiani amici, ci rido sopra, anzi a volte diventa un buon argomento di conversazione».

Venuto dal Togo, Jean-Pierre Piessou vive a Verona da quindici anni. Un tempo lungo, che ha ammorbidito le sue reazioni. «Ma una volta mi arrabbiavo molto di più. L’uso di nègre («povero negro», «sporco negro»…) è un retaggio culturale che viene da lontano, depositato persino nella letteratura. Ma oggi non me la prendo più di tanto. Questo linguaggio mi fa soprattutto considerare chi lo usa come un ignorante, uno rimasto… all’età della pietra». Come per Anabela, anche per Jean-Pierre gli stereotipi legati al “negro”, o le battute del tipo «sennò viene l’uomo nero» possono occasionare simpatici momenti di compagnia con persone amiche o per lo meno aperte.

Dove invece Jean-Pierre – che per il suo stesso lavoro nel sindacato e come mediatore culturale ha sviluppato una forte coscienza – si sente ribollire, è quando il linguaggio razzista viene messo in campo da queste quattro categorie di persone: gli studenti, che dovrebbero avere un bagaglio sufficiente per comprendere; i politici, dalla Lega Nord a Marcello Pera; i giornalisti, soprattutto quelli delle testate locali; gli uomini di chiesa che ignorano quanto la chiesa stessa fa di buono («come il rapporto annuo della Caritas sull’immigrazione») per vedere nascere una società migliore. Nel “lessico razzista” indicato dal sindacalista togolese rientrano anche “marocchino” («per i vecchietti in autobus siamo diventati tutti marocchini!») e “extracomunitario”: «Intanto perché è anacronistico, non esiste più la “Comunità” europea ma l’Unione; e poi perché è un termine di per sé escludente».

A Cosenza il direttore del locale quotidiano è una donna. Camerunese, antropologa di formazione. Il titolo di un suo libro è già un programma: Traiettorie di sguardi (E se gli altri foste voi?). Geneviève Makaping difende il diritto di dirsi «negra». «Perché io non lo intendo nella sua accezione di schiava. E poi, pur essendo la negritudine una fase del passato, per niente al mondo rinnegherei questo termine. La mia storia non la rinnego, e la radice di negritudine è nègre!». Bisogna dire che Makaping (che significa “la donna che dice no”) detiene le conoscenze che le consentono di «operare la decostruzione e lo svuotamento del termine “negro” da quello che gli altri, negri compresi, pensano debba significare: il peggio, il meno, l’inferiore…».

La sua speranza è che, riportando il termine «al suo significato linguistico, esso perderà la sua malefica potenza». Intanto comincia da se stessa. «Chiamatemi negra. Siate pur certi che non mi offendo. Ragazza o donna “di colore”, questo sì che mi dà sui nervi e mi incita alla violenza verbale: mi vedo costretta a chiamare gli altri da me, uomini e donne “incolori”». Ma la sua dichiarazione non si ferma qui. «Preferisco essere definita africana-italiana. In questa successione, se vogliamo pensare che la prima nazionalità sia identità non scelta, ma naturale ed imposta; italiana-africana, se pensiamo che il primo termine è una identità scelta e dunque desiderata. Se poi vogliamo accorciare le distanze, ebbene mi presento: piacere, Makaping Geneviève – per gli intimi, Maka».

pubblicato su Amani dicembre 2005

 

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