La fine del convivio

Quando certi alimenti minacciano la nostra salute, ci agitiamo. Non così quando il nostro nutrirci sottrae vita a persone ignote.

Non sappiamo che ne sarà stato, al momento in cui questa rivista entra nelle case, della tempesta in un bicchier… di latte scoppiata a novembre. La Nestlé si era ritrovata vittima di un difetto di confezionamento del suo latte liquido per l’infanzia. Lotti per milioni di litri di Nidina 1 e 2 e di Latte Mio presentavano tracce di Itx, un componente chimico utilizzato nella stampa delle scritte sui “cartocci” di Tetra Pak. I sequestri sono stati poi estesi a prodotti Milupa e il sospetto è subito planato su altri 1.200 alimenti.

Una volta di più, e con l’incubo influenza aviaria ancora non dissipato, l’ossessione degli italiani è il cibo. Preoccupazione più che legittima, naturalmente, e specifica dell’“umano” (attorno al mangiare e al bere si danno appuntamento, da sempre e sotto ogni cielo, economia, antropologia, teologia), ma che nella società dei consumi, e dello spreco, si manifesta sempre più con caratteri schizofrenici. Cibi e bevande avulsi dal convivio. Un mangiare e bere che diventano cannibalismo, anche se inconsapevole (e chiediamo venia ai veri antropofagi, che non uccidevano di certo per soddisfare il palato: il loro era un paradossale atto di rispetto alla forza e all’intelligenza del morto).

Latte indigesto

Ripartiamo allora dalla Nestlé, per la semplice ragione che è la più grossa azienda alimentare al mondo; che è al 43° posto per fatturato tra le multinazionali a prescindere dalle tipologie di produzione; e che si piazza al 94° fra tutte le economie mondiali (introducendo cioè nella classifica i Pil nazionali): appena dietro, per capirci, agli Emirati Arabi, e davanti alla Malaysia, all’Ucraina e… altri 140 stati. Ebbene, di Nestlé e di altre cinque ditte, consociate in un “cartello”, si parla dal 2000, per via dei prezzi esagerati che praticano in Italia per il loro latte. Quell’anno si beccarono una sonora multa dall’Antitrust, senza che ciò le abbia convinte, a tutt’oggi, a modificare sostanzialmente la loro politica dei prezzi.

Ma la viva sensibilità che l’opinione pubblica manifesta quando viene toccata nella salute (anche solo in via ipotetica) e nel portafoglio, si volatilizza quando in gioco ci sono invece il borsellino e la vita di chi ci risulta “invisibile”. Data dal 1977 la prima campagna, made in Usa, contro l’azienda svizzera accusata di scoraggiare l’allattamento al seno con la sua pubblicità, tanto diretta come subdola. Con conseguenze gravi per qualsiasi bambino (il latte materno non è eguagliato da alcun surrogato), tanto più nelle aree del mondo con precarie condizioni economiche, igieniche e a diffuso analfabetismo. Qui si consumava una vera e propria Baby Food Tragedy, come titolava nell’agosto 1973 il New Internationalist, un mensile sostenuto da Oxfam e Christian Aid. Il latte in polvere infatti veniva eccessivamente diluito, in acqua non sempre potabile.

Il boicottaggio ripartì nel 1988, quando la campagna (in sigla, Ibfan) constatò che le irregolarità nell’attuazione dell’apposito Codice che l’Oms, l’Organizzazione mondiale della salute, aveva adottato nel 1981 erano ancora troppe. Nel 1994 si costituiva la Rete italiana boicottaggio Nestlé (Ribn). La multinazionale si è fatta nel frattempo più accorta, e oggi è più difficile rilevare violazioni grossolane al Codice Oms/Unicef, soprattutto nel campo della pubblicità diretta. Ma il portavoce della campagna, Adriano Cattaneo, in un’intervista contenuta in Io boicotto Nestlé (a cura di Miriam Giovanzana e Davide Musso, Edizioni Altreconomia) tra gli altri esempi ricorda il British Medical Journal che nel 2003 ha denunciato come «la Nestlé, assieme alla Danone, alla Wyeth e ad altre compagnie, violi sistematicamente il Codice in Togo e in Burkina Faso».

Ma quanti sono gli utenti che vengono resi consapevoli di queste problematiche dei mass media, a fronte del flusso pubblicitario ininterrotto riguardante merendine, alimenti per cani, acque minerali, uova di Pasqua, Bacetti e gelati… tutti marchiati Nestlé?

Caffè amaro

Accade che persino “in chiesa” ci si distragga. Nestlé fu sponsor della Giornata mondiale della gioventù di Parigi (1997). Le rimostranze di papaboys e associazioni più sensibili non sono servite a scongiurare il bis, al Giubileo. E di nuovo a Colonia, alla prima uscita internazionale del nuovo papa, proprio quando Benedetto XVI mette apertamente al centro dell’incontro un cibo, ma eucaristico.

Su un altro versante, di recente il già citato Cattaneo ha inviato una lettera di protesta a Famiglia Cristiana per l’inserzione Milupa ospitata dal settimanale. Il messaggio pubblicizza un “latte di partenza” per neonati, violando così il Codice Oms/Unicef.

La multinazionale svizzera controlla anche il 25% del mercato mondiale del caffè, che trasforma in Nescafé (un tradizionale prodotto target del boicottaggio): una delle “materie prime” del Sud del mondo che «per noi – scrive Francesco Gesualdi nella prefazione al libro di cui sopra – sono leccornie, ma per milioni di famiglie rappresentano la base della sopravvivenza». Ebbene, grazie alla legge “naturale” della domanda e dell’offerta, pilotata ad arte dai Piani di aggiustamento strutturale e da poderose lobby quali la Camera di commercio internazionale, il prezzo del caffè al produttore è in discesa da trent’anni. Nel 2001 ha toccato il fondo: mai così in basso da un secolo.

Comprensibile lo sconforto degli operatori del commercio equo e solidale italiani, che nel 2005 hanno visto l’assegnazione di una certificazione europea di “equità” a un nuovo caffè Nestlé, perché acquistato da piccole cooperative in Etiopia e di El Salvador. Che senso ha «da una parte supportare alcuni produttori svantaggiati nei paesi in via di sviluppo, e dall’altra continuare con comportamenti che riteniamo eticamente scorretti»?

Acqua salata

E che dire del cacao? Nel luglio 2005, l’autorevole International Labor Rights Fund ha denunciato Nestlé, Adm e Cadmill per avere «ignorato i ripetuti e ben documentati allarmi, lanciati diversi anni fa, sul fatto che le coltivazioni di cacao da loro utilizzate impiegano bambini schiavizzati».

Ancora più importante, soprattutto guardando al futuro, l’acqua. Nella corsa alle privatizzazioni che non risparmia nemmeno questo basilare bene comune, Nestlé è in prima fila (seguita da Danone). Solo in Italia controlla i tre quarti della acque minerali. Ha nelle sue mire l’acquedotto pugliese. Come Danone e altre imprese, sta acquistando sorgenti in giro per il mondo. In Brasile ne ha prosciugata una. In Pakistan, già commercializza “acqua purificata”, ossia acqua di rubinetto, mineralizzata. Chi siano quelli che fanno, e faranno, le spese di tutto questo gran daffare, non è difficile intuirlo, soprattutto prevedendo cosa accadrà in quei paesi dove i governi, già in… cattive acque, si sentiranno ancor meno motivati a fornire ai loro cittadini servizi essenziali come la fornitura di acqua potabile.

Cambiando bersaglio, ci ha deluso la facile ironia versata da un commentatore come Michele Serra, solitamente arguto e acuto, sulla «decocacolizzazione» (peraltro senza effetti pratici) deliberata dal Consiglio comunale di Torino. E questo, proprio quando gli studenti (90mila) di due università americane lanciavano una campagna di boicottaggio della Coca-Cola per la sua «soppressione violenta dell’attività sindacale in Colombia e sfruttamento incontrollato delle risorse idriche in India».

L’argomento è pressoché inesauribile, ma la morale abbastanza chiara. Non più simbolo (stavamo per dire “sacramento”) di ospitalità e convivialità, il cibo, soprattutto quello industrializzato, si tramuta in troppi casi nell’esatto contrario di ciò che esso significa.

pubblicato su Evangelizzare gennaio 2006
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