Democrazia senz’anima

La vita politica italiana ha incorporato modi di fare e di pensare che forse non sono poi così “normali”.

La quaresima ci impone quest’anno – mera coincidenza di calendario! – almeno una penitenza: la campagna elettorale. Il parallelo, che non vuol peccare di qualunquismo nei confronti della «forma più alta ed esigente di carità» che è la politica (Paolo VI), è accentuato dal fatto che le elezioni sono spesso definite la “liturgia” delle democrazie.

Senza entrare nel merito delle questioni agitate dai partiti, ci lasciamo andare, quasi a occhi chiusi, a due o tre pensieri a margine, “impolitici”, sicuramente naïf.

Cabine egocentriche

Che cos’abbiamo in mente, noi elettori, quando andiamo a tracciare la croce sulla scheda? Saremo in tanti, questa volta, risparmiatori scottati o impauriti dalle banche allegre: penseremo a chi saprà difendercene meglio. Avremo in mente, nel dare la nostra preferenza, anche chi ha l’aria di saper metter mano alle problematiche del mondo del lavoro, e alla difesa dei “nostri” valori, e alla sicurezza nelle città… e giù elencando.

Ma in quanti penseranno, nel votare, anche al genere di relazioni internazionali promosso dai partiti? Se questi sono favorevoli al “nuovo modello di difesa” che prevede militari italiani in ogni guerra in giro per il mondo, o piuttosto a un’insistente ricerca della pace condotta in ambito multilaterale; se intendono promuovere, nelle sedi internazionali, politiche economiche per un sistema globale che non penalizzi sempre i paesi più deboli; se sono interessati all’instaurazione di un efficace ordine giuridico internazionale; se hanno in mente un tipo di cooperazione con il Sud del mondo che non sia affarismo ma autentica solidarietà. Eccetera. Anche nella cabina elettorale si può essere, oppure no, egocentrici o egoisti.

«Secondo coscienza»

C’è da ridere – da piangere – quando in speciali occasioni i capipartito o i capicoalizione accondiscendono a che i loro parlamentari votino «secondo coscienza». Secondo coscienza?! Vuol dire allora che nel 90 per cento dei casi senatori e deputati votano da “incoscienti”, e che quando osservano la disciplina di partito lo fanno ignorando il loro intimo grillo parlante? E che, se invece gli danno ascolto e la sua voce è in contrasto con l’ordine di scuderia, non possono agire che da “franchi tiratori”?

È dunque normale che una forza politica abbia un suo progetto in materia economica, ambientale, giuridica… ma non sui temi che hanno a che fare con le questioni della vita e della morte. Come se non fosse vero che tutto è politica (anche se la politica non è tutto). E come se per votare una legge, che so, sull’immigrazione, la coscienza fosse superflua.

In altre parole: perché a un partito di cui condivido la linea, poniamo, sulla difesa dello stato sociale, devo dare una delega in bianco anche, mettiamo, sull’eutanasia? O perché devo darla a una formazione che proclama la difesa della famiglia ma è probabile che spinga per far partire un contingente al primo vento di guerra nel mondo? Devo accontentarmi di incrociare le dita sperando che la “coscienza” dei miei rappresentanti corrisponderà alla mia?

Certo ogni formazione politica ha una sua “cultura” di cui ha dato prova nel passato, in parole, opere ed omissioni, e l’elettore informato può prevederne, in qualche misura, le mosse. È anche vero, però, che sempre più spesso si presentano “d’improvviso” nuovi e complessi temi che hanno l’aria di cogliere impreparati i partiti e su cui urge comunque che la politica intervenga: dagli organismi geneticamente modificati al ritorno del “bisogno” energetico di nucleare, alle biotecnologie concernenti direttamente l’essere umano.

Il tema è oltremodo complesso. In una democrazia rappresentativa, e in una società plurale come la nostra, il mio eletto non può né deve essere semplicemente il mio portavoce – senza contare che la politica è l’arte della mediazione, del compromesso nella più positiva delle accezioni. Il fine da perseguire non potrà essere il Bene, ma il meglio possibile, che forse sarà solo il meno peggio.

Ma perché, comunque sia, invocare la coscienza sempre tardi, e solo in certe occasioni?

Molte facce, pochi programmi

Democrazia vuol dire “potere del popolo”. Ci rallegriamo di essere tra le nazioni democratiche, non come quelle dittature dove il tiggì comincia con la foto del tiranno che scende dal cielo. Ma perché allora le facce dei leader politici, le loro battute, sono sempre più invasive, più importanti delle loro stesse idee? Perché il programma elettorale è l’ultima cosa di cui si venga ad avere notizia, e a fatica – a meno che pure quello non sia stato ridotto a uno spot? Conosciamo le risposte: sono le esigenze della moderna comunicazione (il personaggio “buca” meglio dell’istituzione, e le parole contano meno dell’immagine); è il sistema maggioritario che ha portato alla polarizzazione…

Ma siamo sicuri che l’onnipresenza mediatica degli uomini politici faccia crescere la democrazia, che sappia comunicare dei contenuti, che incrementi la passione politica nel cittadino, anziché la disaffezione?

Aritmetica

50 per cento più 1. È stato deciso che la formula per avere il potere in un parlamento, ergo in un paese a regime democratico, esiste, ed è questa. A volte può bastare la maggioranza relativa, per qualche rara evenienza si parla di maggioranza qualificata (i due terzi). Sempre meglio che avere un governo uscito da un golpe. Ma come avviene che una formula aritmetica abbia il magico potere di consacrare “la” democrazia? La conseguenza è allora che la coalizione che resta in minoranza non ha il diritto di vedere in qualche modo rispettate le istanze fondamentali della metà (o quasi) del paese che essa rappresenta? Può solo parlare a vuoto in parlamento e confidare nella rivincita (aritmetica) al voto successivo?

Per altri paesi, retti da dittature frettolosamente riconvertitesi in democrazie dopo il 1989, si coniò il termine di “democratura”. Formalmente tutto (più o meno) a posto, una volta che l’aritmetica elettorale è rispettata; ma non era che cosmesi.

Inventare altre aritmetiche? Non è detto che percentuali diverse, assortite di sbarramenti, “premi” o quant’altro, siano più desiderabili. In Africa, nell’Africa “tradizionale” dove le relazioni e il territorio sono abbastanza a misura d’uomo da poter essere gestiti in modo consensuale, la maggioranza è ancora poco: si insegue l’unanimità, o quasi.

Di un’aritmetica abbiamo comunque bisogno. Sarebbe bello se fosse condivisa da tutte le forze in campo. E se il fatto di una maggioranza assoluta non legittimasse un nuovo assolutismo. Ma non c’è aritmetica che tenga, se la democrazia non possiede anche un’anima. Un meccanismo democratico può benissimo sussistere senz’anima, o con un’anima dubbia (così come un’economia di libero mercato come quella cinese può prosperare senza democrazia). Fu, per esempio, quando l’Inghilterra avviò il suo cammino alla democrazia, che proprio allora diede impulso alla politica coloniale, soffocando oltre le sue frontiere quel diritto che andava sviluppando al suo interno. E la democrazia oggi esportata sulle canne dei fucili, come in Iraq, induce ad analoghe riflessioni.

Nutriamo il timore che anche in Italia la democrazia abbia perso, per altre ragioni, un pezzo della sua anima. Il timore si fa certezza quando si assiste a una politica fatta di schermaglie di parole, di demonizzazione continua dell’avversario, di beghe continue anche in seno allo stesso schieramento, di interventi che perseguono «l’interesse proprio e dei propri amici (e dei ceti medio-alti)» – per citare padre Bartolomeo Sorge –, di commistioni con appetiti inconfessabili. Mentre il paese si aspetta che la politica si occupi davvero, con i fatti e anche con lo stile, del Bene Comune.

pubblicato su Evangelizzare febbraio 2006
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