Banche in disarmo

Che vegliamo o che dormiamo, i nostri risparmi lavorano. Nel loro piccolo, contribuiscono a fare del mondo un posto più pacifico o più bellicoso. Un tema tipicamente evangelico, che ha fatto nascere una campagna ad hoc.

A metà gennaio l’opinione pubblica era in tutt’altre faccende affaccendata: manifestazioni in difesa dei Pacs e della legge 194, capo del governo in Procura a espettorare rivelazioni, saldi di fine stagione, dimissioni del giudice di Saddam Hussein… Era un’impresa da autentici guastatori della comunicazione riuscire a far passare la notizia di uno dei mille convegni che si tengono quotidianamente. Eppure, quello del 14 gennaio a Roma non era uno sbadigliatoio come altri: vi si tiravano le somme, con i rappresentanti di parti e controparti, di un’iniziativa nata e sviluppatasi in sordina ma con effetti, soprattutto “culturali”, di dimensioni insperate.

“Cambiare è possibile: dalle banche armate alla responsabilità sociale” era il titolo dell’appuntamento che ha messo attorno a un tavolo giornalisti e banchieri, amministratori (Comune e Provincia di Roma, e Regione Lazio) e politici (salvo latitanze dell’ultima ora), uomini di chiesa ed esponenti della società civile.

L’arma del correntista

La Campagna Banche Armate nacque nel 1999, alla vigilia del Grande Giubileo, dalla riflessione tra Pax Christi, con il suo mensile Mosaico di pace, e due riviste missionarie (che hanno ben presto ricevuto un “appoggio esterno” da Vita e Altreconomia): Missione Oggi e Nigrizia. Quest’ultima pubblicava, anno per anno, l’analisi cui Francesco Terreri, oggi direttore dell’associazione Microfinanza, sottoponeva l’annuale relazione del presidente del consiglio al parlamento sul commercio italiano delle armi. Non erano scoop né inchieste, ma una paziente lettura di dati al fine di sottrarre un documento al suo puntuale destino di polvere tra gli scaffali.

Anche il profano – che sarebbe poi il normale cittadino di questa Repubblica – poteva in questo modo farsi un’idea precisa dell’indole guerrafondaia o meno degli istituti bancari. A questo punto, e qui l’informazione diventa azione, il lettore/cittadino era (è) invitato a fare un passo: se ha affidato i suoi risparmi a una delle banche poco o tanto coinvolte nel commercio di armi, scriva al direttore dell’agenzia di cui è cliente esortandolo a far uscire in tempi brevi la sua banca da questo genere di affari. L’unica “arma” che il correntista può far valere è la minaccia di spostare il suo gruzzolo su un altro istituto, più etico.

Un po’ le lettere del silenzioso popolo della pace (cui si sono aggiunte le “tesorerie disarmate” degli enti locali e anche, in ordine sparso, parrocchie e istituti religiosi), un po’ il crescere, per quanto contraddittorio, del senso della responsabilità sociale d’impresa, hanno fatto breccia, al punto che «le banche italiane fanno storie su tutte le operazioni militari, anche le più banali», annotava un anno fa Il Sole 24 Ore. Lo sconcerto dell’articolista si esprimeva nella precisazione che ciò «rende più difficili e costose molte operazioni di export, costringendo le imprese a rivolgersi a banche estere, le quali non adottano lo spirito dell’istituto “non armato” o “banca etica”. Alcune imprese temono che l’atteggiamento delle banche “etiche” sia l’avvio di una corrente di pensiero socio-politico che potrebbe portare alla messa al bando dell’industria di difesa, come avvenne nel 1987 per l’addio all’energia nucleare».

Il pezzo terminava con la considerazione che «la limitata estensione di questa campagna non spiega come mai nell’ultimo anno gran parte delle banche italiane abbiano deciso di adottare “la concezione di banca non armata”, pur con qualche distinguo fra posizioni oltranziste e posizioni più flessibili in rapporto alla destinazione finale delle esportazioni».

Ma l’export cresce

Commenti del genere sono una discreta soddisfazione per chi ha preso parte, da artefice o da militante, alla Campagna. Soddisfazione confermata anche al convegno di gennaio dalle parole del direttore generale di Capitalia, Carmine Lamanda, il quale ha dichiarato che dal 2004 il suo gruppo «ha ridotto di oltre il 65% gli importi delle transazioni legate ad operazioni di import-export di armamenti». Un altro importante gruppo, Unicredit, aveva inaugurato nel 2000 una politica di disimpegno dal militare, seguito da Monte Paschi di Siena, dalla Cassa di Risparmio di Firenze e da Banca Intesa – per limitarci ai nomi più noti. Altri grossi istituti, come Sanpaolo Imi e Bnl, senza annunciare drastiche inversioni di rotta sostengono però di volersi muovere in ambito più limitato e “sicuro”, fornendo cioè appoggio solo all’export verso paesi europei e Nato (ma non mancano vistose e discutibili eccezioni, come Marocco e Cina – con buona pace di Ciampi che, amareggiando molti, al volgere del 2004 invocò l’abolizione dell’embargo Ue, in vigore dai fatti di Piazza Tien An Men, sulle vendite di armamenti a Pechino).

Qualcosa di interessante avviene anche a più ampio raggio. Come il recente ritiro dell’investimento del fondo previdenziale norvegese (il più importante a livello mondiale) da Finmeccanica – il grande gruppo industrial-militare italiano controllato dallo stato – a motivo della partecipazione di quest’ultimo al gruppo europeo Mbda, che fra due anni consegnerà alla Francia un missile a testata nucleare.

Questi relativi successi non hanno certo sgominato l’industria militare italiana. Anzi. Come precisa Giorgio Beretta, coordinatore della Campagna di pressione sulle “banche armate”, dal 2000 al 2004 le esportazioni belliche sono aumentate di oltre l’80%, raggiungendo il volume di 261 milioni di dollari (Annuario geopolitico della pace 2005, Altreconomia, Milano). È un minuscolo 1,5% sul commercio mondiale di armi, che pone comunque l’Italia al nono posto in graduatoria.

La preoccupazione aumenta quando si osservano i destinatari: non solo “tranquilli” paesi Ue (Gran Bretagna in prima fila, la stessa che era in prima fila anche nella guerra all’Iraq), ma anche paesi «sotto osservazione» per il rispetto dei diritti umani, come la Malaysia, la Turchia e la Siria, oppure per l’alto livello di debito estero coniugato a già elevate spese militari (Pakistan, India) – per non dire della Cina sotto embargo.

Una legge sotto tiro

Fu del resto anche per via di un altro embargo, quello imposto al Sudafrica dell’apartheid – violabile senza troppo sforzo –, e di una guerra come quella tra Iran ed Iraq – per la quale i mercanti di armi si fregavano le mani – che nel 1990 si pervenne, grazie a un tenace e mirato lavoro di settori della società civile e della politica, a varare le “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.

Era la famosa legge 185/90, quella che prescrive al capo del governo di presentare alle Camere una relazione, ogni anno entro il 31 marzo, «in ordine alle operazioni autorizzate e svolte entro il 31 dicembre dell’anno precedente». Una legge non certo tacciabile di “pacifismo” e che rimane comunque all’avanguardia in Europa quanto a trasparenza e a responsabilità verso i cittadini. Una legge che non poteva anch’essa non subire, nella trascorsa legislatura, un assalto alla diligenza, sotto pretesto di adeguamento a un patto europeo avente lo scopo di «rendere più competitiva l’industria bellica europea»: ne è uscita azzoppata, nel 2003, ma fortunatamente non stravolta (per ora).

La realtà europea è ad ogni modo, a torto o a ragione, anche in questo caso una sfida inevitabile. E allora, non rimane che rimettersi a lavorare, anche su scala Ue. Con l’imminente divulgazione della relazione sul 2005, la Campagna (www.banchearmate.it e anche nei siti delle riviste citate) non può che riprendere la sua nonviolenta battaglia.

pubblicato su Evangelizzare marzo 2006
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