Bambini per sempre

Davvero un “no”, un rimprovero, una sanzione, una regola da seguire, uno sforzo da compiere non sono che la cagione di traumi indelebili nei nostri figli? E se gli “infanti” fossimo noi, gli educatori?

«Mi chiamo Sempronio, da Vattelapesca. Sono un ragazzo di 38 anni». Un ragazzo di 38 anni. Non è raro sentire presentazioni di questo tipo nei mille fili diretti radiofonici.

Dalla radio al piccolo schermo. Una donna è dallo scorso anno la prima direttrice di rete in Italia, di una di quelle tivù “tutta musica”. Nella sua dichiarazione di intenti assicura che cercherà di «allargare il nostro target, attualmente tra i 14 e i 34 anni ma con una prevalenza netta di teenager. In fondo, i quarantenni di oggi sono molto vicini ai ragazzi».
Lo sospettavamo.

I figli non crescono più

In fondo che male c’è? Generazioni e generazioni prima d’ora hanno ripetuto, messa dopo messa e a dispetto dell’età dei fedeli, «ad Deum qui laetificat juventutem meam». La giovinezza non è forse una stagione dell’anima, indipendentemente dallo stato del corpo? Il regno di Dio non appartiene a chi è come i bambini? E il papà anni Sessanta che gioca col trenino elettrico assieme al figlio non è una figura che suscita tenerezza?

È vero. Tutto vero. Non fosse per un altro fenomeno, parallelo al ringiovanilimento degli adulti, e non meno inquietante. Quello che un noto psichiatra, Paolo Crepet, ha fotografato in uno dei suoi ultimi titoli, I figli non crescono più (Einaudi). Non si fatica a notarlo: sembrano non avere voglia di autonomia. Senza che ciò comporti un’obbedienza cieca e assoluta ai loro educatori. La mancata ricerca di autonomia rima piuttosto con il perseguimento di soddisfazioni a brevissimo termine abbinato al rifiuto delle proprie responsabilità. È un atteggiamento che comincia con la prima infanzia, età in cui esso è “naturale”, ma che tende a protrarsi fino a una tardissima adolescenza.

Michele Serra, che questa volta citiamo in positivo, ha ironizzato sul proverbiale mammismo italiano (applicabile, mutatis mutandis, pure ai padri) lamentando che «mamme e nonne invece di lasciare figli e nipoti a marcire nei cumuli di biancheria sporca e piatti unti che gli si ammonticchiano intorno, provvedono a soccorrerli, ancillari e masochiste, servizievoli e castranti, allevando maschi incapaci di soffiarsi il naso da soli».

Crepet sottolinea come la successione attaccamento/distacco sia garanzia di un sano processo educativo. Oggi accade invece che l’attaccamento al figlio nelle sue prime fasi di vita sia alquanto lasco (per via del lavoro e altre occupazioni); viene “compensato” più tardi, su istigazione di un susseguente senso di colpa, attraverso un eccesso di protezione che si prolunga anche nei confronti di ragazzi ormai cresciutelli.

Questi ultimi, ovviamente, ne approfittano fin dove possono, ignari (alla stregua dei genitori) del danno collaterale che consiste nel crescere in età, insicurezza e disistima di sé.

«Il segreto è volare basso»

Siamo in presenza di un fenomeno di infantilizzazione della società che non ha precedenti. Come un’educatrice diceva a un programma di Radio 3, «se gli adulti diventano bambini, non sono poi in grado di occuparsene» (si faceva allusione, tra l’altro, alla canzone vincitrice a Sanremo: «Volerò ma non troppo in alto / Perché il segreto è volare basso»). Sarebbe insomma il caso di assumersi, ciascuno, le proprie responsabilità.

Il guaio è che accanto a chi tenta di farlo (sentendosi puntualmente inadeguato) c’è chi reputa l’andazzo educativo attuale il miglior sistema possibile. Costoro sono anche i più ossessionati dalla paura di provocare dei traumi nei loro pargoli. E la paura, si sa, è cattiva consigliera. È vero che da un po’ di anni si è ripreso a parlare della necessità di regole, dei No che aiutano a crescere (Asha Phillips per Feltrinelli). Ma forse i primi “no” hanno bisogno di dirseli anzitutto gli educatori: a se stessi, e al pensiero debole che coltivano per non mettersi in discussione.

Sentiamo Paolo Crepet: «La differenza tra un amico e un genitore è ovvia: se il primo dice un “no” è un’opinione; se quello stesso “no” lo pronuncia un padre o una madre è una regola. Ecco perché molti adulti hanno scelto di immedesimarsi nella figura ibrida e ipocrita di genitore-amico: per evitare di assumersi la responsabilità delle regole». Rispunta il tema della responsabilità, che, se latita tra i più giovani, non per questo brilla nella generazione precedente.

Viene fatto poi un esempio, quello classico della figlia adolescente il sabato sera. «I genitori dovranno pur dirle a che ora rincasare (e qui si può rasentare il comico, una ragazza mi ha raccontato la prescrizione di sua madre: “Torna all’ora che ti sembra giusta”, costringendo la figlia a passare la serata a interrogarsi con l’amica su quale fosse l’orario corretto secondo la madre). L’esercizio dell’autorevolezza implica la necessità di declinare la regola (…) Ma perché abbia autorevolezza, una regola deve valere per tutti, per i genitori anzitutto (non esistono regole per i figli, ma solo regole)».

Per una mistica dello sforzo

C’è un ulteriore aspetto da non sottovalutare. Parliamo della distinzione delle figure e dei ruoli educativi. Il dialogo tra scuola e famiglia, naturalmente necessario e auspicabile, in troppi casi si tramuta in un controllo unilaterale sulla scuola da parte della famiglia. Un controllo ora anche istituzionalizzato dall’aziendalizzazione della scuola – dove cioè il cliente ha sempre ragione.

Presso molti popoli africani vige – o vigeva – l’iniziazione come momento educativo alto per ragazzi e ragazze che si affacciano alla vita sociale. Un vero e proprio noviziato all’età adulta, guidato da maestri che non sono di certo i genitori stessi; e questi si guardano bene dall’interferire con il loro spirito iperprotettivo. Le prove, fisiche e psicologiche, cui vengono sottoposti gli iniziandi sono in effetti dure, ma all’uscita dall’iniziazione i giovani non hanno l’aria traumatizzata; sono al contrario orgogliosi di aver saputo dimostrare forza d’animo e forza fisica, e di entrare finalmente nella comunità degli adulti.

Per loro come per san Paolo è questa la condizione umana piena: «Siate come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi». Da noi, invece, oggi si ha paura dei “salti”, si privilegia la continuità alla rottura, si aboliscono gli esami, moderni riti di passaggio da una scuola all’altra, da un’età all’altra. Si infantilizza – e ci si infantilizza.

Una temibile minaccia (o premonizione?) di Dio al suo popolo era proprio questa: «Io metterò come loro capi ragazzi, monelli li domineranno» (Is 3,4). Una sorta di inversione dell’ordine “naturale” delle cose che prelude alla fine. Tradotto in linguaggio attuale, è come dire che quando una generazione si è privata delle modalità di consegnare a quella successiva i suoi valori, questo è il segno della decadenza. Della dissoluzione (più che dello scontro!) di civiltà. Nella speranza che dalle ceneri nasca poi qualcosa di nuovo.

Eric-Emmanuel Schmitt, l’autore di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (Edizioni e/o), sa dirlo meglio: «Tutti i bambini dei miei libri hanno dei genitori silenziosi, dei genitori che non trasmettono. Sono dei genitori che hanno dato la vita, dei genitori carnali ma non di spirito, che non trasmettono dei valori, un modo di vivere.

Credo che la sofferenza nella nostra società stia nella mancanza di trasmissione dei valori. Quando i bambini fanno delle domande, preferiamo non rispondere; a volte non abbiamo una risposta, a volte abbiamo una risposta ma abbiamo dei dubbi e non rispondiamo. Questo accade perché siamo in una società del dubbio, il che va bene, ma si dovrebbe sia poter trasmettere la risposta sia dire: ho dei dubbi sulla risposta».

pubblicato su Evangelizzare maggio 2006
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