Affamati di velocità

La passione dei motori, delle corse… Innocuo passatempo o cartina di tornasole di Homo technologicus, concentrato sul presente ma smemorato, e miope quanto al futuro?

Chi di noi non ha visto, in diretta o in differita, la sequenza finale della spettacolare apertura dei Giochi invernali di Torino? La sorpresa, all’acme della cavalcata lungo i secoli dedicata al genio italiano, è stata la sgommata di una Rossa in burn out che abbozzava, sull’immenso palco dello Stadio, il disegno dei cerchi olimpici. La performance ha mandato il pubblico in visibilio, logicamente.

Ma qualcuno ha avuto l’impressione di una stonatura.

La rivincita del curling

Gareggiare in velocità sta alla base di molti sport, tradizionalmente legati alla forza fisica dell’atleta, alla sua intelligenza e, nel caso dei giochi in équipe, alla capacità di fare squadra. L’aspetto tecnologico occupa, è vero, uno spazio crescente (biciclette e sci sempre più sofisticati; indumenti e attrezzi sempre più “progettati”…). Ha reso possibili, unitamente alla preparazione sempre più mirata, prestazioni un tempo impensate (anche a prescindere dal doping). Tutte queste “pròtesi” però lasciano ancora l’uomo o la donna sostanzialmente al centro.

Ma quando a correre non sono più corpi umani bensì dei bolidi spinti da motori, lo scenario non è più lo stesso. Non perché anche i piloti non siano persone dotate di intelligenza, preparazione, nervi e forma fisica, ma perché qui l’atleta scompare davanti alla macchina. Tutt’al più entra in simbiosi con essa – moderno centauro – ma la tecnologia, come afferma in una nota la Federazione internazionale dell’automobilismo, «resta un aspetto determinante per l’interesse del pubblico». Non è un caso, forse, che le corse di auto e moto non siano discipline olimpiche.

Lo sono, invece – e sono state le specialità vincitrici morali di Torino 2006 – curling e pattinaggio di figura: dove la velocità, guarda caso, conta poco o nulla.

Gladiatori a motore

A dir male della Formula Uno o dei Gran Premi di motociclismo, in Italia si rischia più che a insudiciare il tricolore. A Maranello sono riusciti a far salire su una Ferrari, ancorché non da corsa, persino Giovanni Paolo II, e poi a fargli ricevere in udienza privata, a due mesi dalla morte, Schumacher, Barrichello e soci.

Eppure ce ne sarebbero di aspetti su cui ragionare. Anzitutto il livello di considerazione che questi sport hanno per la vita umana, a ogni giro sacrificabile sull’altare dei cavalli vapore. Il tasso di rischio della Formula Uno (quasi 40 morti; ma anche dei rally – 27 nei Paris-Dakar –, delle IndyCar, eccetera) è senza paragoni con le altre discipline. È vero che attorno ai grandi caduti – da Franco Bandini ad Ayrton Senna, da Ascari (padre e figlio) a Gilles Villeneuve – fiorisce la leggenda. È anche vero che la sicurezza si è accresciuta (da carambole ai 300 all’ora oggi si può uscire praticamente illesi), ma correre così rimane una sfida alla morte, lanciata per una passione che conserva i crismi dell’arte gladiatoria (l’incidente dal pubblico è temuto e, al tempo stesso, inconfessabilmente atteso) ed è immersa in un turbinio vertiginoso di interessi economici (Bernie Ecclestone, boss dei diritti commerciali per la Formula Uno, si è assicurato l’esclusiva fino al 2110; lo riscriviamo: 2110).

E poi c’è l’impatto ambientale. Il numero di vetture che ruggiscono nei circuiti è trascurabile rispetto a tutte quelle prodotte per uso “civile”. Come sottovalutare, però, l’immagine percepita: un enorme spreco e un danno gratuito all’ecosistema. Una normale vettura, oltre alle emissioni che provoca circolando, ha uno “zaino ecologico” medio di 25 tonnellate anche se rimane in garage (lo “zaino” quantifica le materie prime necessarie alla sua produzione, e l’energia impiegata, il trasporto dei materiali, dei pezzi…).

Il circus, inoltre, da un angolo all’altro del pianeta è in spostamento continuo. E rumoroso. Il Tribunale di Milano ha disposto la chiusura dell’autodromo di Monza fino a che non venisse risolto il problema dei decibel. Il popolo dei motori ha reagito con foga, e la Regione Lombardia ha scritto un’apposita legge (basata su deroghe) perché la corsa non si fermi. «Monza – ha spiegato Formigoni – è una meraviglia mondiale».

La memoria ama la lentezza

Al di là di queste considerazioni, un altro argomento, meno tecnico, ci fa percepire le insidie del mito della velocità. Ed è di ordine antropologico.

Sentiamo cosa dice Erri De Luca: «Abbiamo fatto parte di un secolo affamato di velocità. Il progresso meccanico ha spremuto questa virtù da ogni sua invenzione. Nati in epoca accelerata abbiamo imparato a pretenderla. I tachimetri delle automobili segnano numeri di velocità proibite. La mia riporta in fondo al giro la cifra immaginaria di duecento». Secondo Milan Kundera, lo scrittore forse più citato quando si parla di queste cose (per via del suo romanzo La lentezza, Adelphi), «c’è un legame segreto fra lentezza e memoria, velocità e oblio».

Gli fa eco Wolfgang Sachs, ambientalista e pensatore: «Allevare i figli, farsi nuovi amici, creare opere d’arte sono tutte cose che contrastano l’esigenza di velocità. Si fa strada la comprensione che andare più in fretta non è affatto un dato naturale dell’universo: è un problema che merita l’attenzione di tutti. C’è un interrogativo che finora non ci siamo posti, e precisamente: che tipo di velocità vogliamo?».

Ecco, l’ipotesi è che la velocità rombante perseguita, progettata, esaltata, idealizzata, sia un modello che centrifuga l’uomo fuori di sé, gli imprime ritmi – soprattutto mentali – in opposizione al pulsare della sua indole profonda.

Chi riflette sul tema non predica il ritorno a modi di vivere arcaici. Però guarda in faccia alle contraddizioni, si accorge che la velocità tecnologica diventa un ossimoro… Finisce per avere ragione Zenone con il suo paradosso di Achille che non può raggiungere la tartaruga. Mai abbiamo avuto mezzi di locomozione così veloci, eppure gran parte dei nostri spostamenti avvengono in un raggio massimo di 50 chilometri, nell’intasato tragitto fra casa e il lavoro, o l’ipermercato. Abbiamo tutti esperienza che il fax, il telefonino, il computer più potente, la posta elettronica… non ci hanno regalato un’ora di tempo libero.

«Delegando “il potere di produrre la velocità” a una macchina – scriveva un recensore della Lentezza –, l’uomo si sottrae a un doppio limite: al peso del proprio corpo (“l’uomo che corre a piedi è sempre presente al proprio corpo”) e alla continuità del tempo, scandita dal rapporto tra passato e futuro. “L’uomo curvo sulla sua motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente”. In questo modo la velocità-estasi non distrugge soltanto la possibilità della bellezza, e quindi della memoria e del senso della vita. L’uomo al volante, la figura che apre l’ultimo libro di Milan Kundera (“la freccia di sinistra lampeggia e tutta la macchina emette onde d’impazienza”), è capace di uccidere. Egli infatti non ha paura, né per sé, né per gli altri».

«Non mi passa per la testa di predicare la lentezza – precisa Erri De Luca –. Non è materia nostra, bisogna essere nati in una civiltà che va a piedi, si regola sui quarti della luna e considera il tempo un dono, anziché una variabile del costo del lavoro. Non siamo adatti alla lentezza e anche la religione non addestra: l’avvento del suo Messia è un acceleratore termonucleare, l’apocalisse è culmine d’impazienza del divino». Però, «senza ricorrere alla disciplina orientale del tempo, resta a portata di mano occidentale, e meridionale, l’invito a disertare le scorciatoie, a mettere in ridicolo, e non alla gogna, i forsennati dell’arrivismo e dell’accaparramento».

pubblicato su Evangelizzare giugno 2006
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