Agente con licenza di scrivere

Un’operazione d’immagine della Polizia? Noi preferiamo scommettere sulla sincerità di questo inatteso scrittore.

Potremmo considerarla la risposta a Io, venditore di elefanti. Nel 1990 un “vu’ cumprà” di nome Pap Khouma narrava le sue peripezie di «una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano». Fu un successo (il libro, curato da Oreste Pivetta, continua ad essere riedito, attualmente da Baldini Castoldi Dalai), praticamente il calcio d’avvio della “letteratura migrante” in Italia. Pap Khouma, per inciso, divenuto nel frattempo cittadino italiano, è lo stesso che a fine maggio è stato la vittima designata di quattro controllori del tram in un increscioso episodio (ma è un eufemismo) a Milano.

A quindici anni da quella prima edizione, ecco la vita degli ambulanti senegalesi vista dall’altra parte, dal lato delle forze dell’ordine incaricate di bloccare il commercio abusivo sequestrando merci e fotosegnalando venditori. Con una sorpresa: quella di scoprire che, come potrebbe annunciare un mediocre titolo a effetto, anche gli sbirri piangono.

L’anno scorso, la rivista Poliziamoderna lanciava un premio letterario, “Narratori in divisa”. Uno dei tre vincitori ex aequo rispondeva al nome di Gianpaolo Trevisi. Il suo racconto, L’Africa in un cassonetto, partito con il linguaggio burocratico di un rapporto di servizio continua «in un capovolgimento graduale fino a raggiungere un ambito surreale, inatteso ma estremamente confortevole ed evocativo», secondo la motivazione del presidente della giuria Giorgio Faletti.

La sorpresa sta nel fatto che l’autore non è un agente qualsiasi ma il dirigente di un Ufficio Immigrazione, e che scrive cose di questo tipo: «Sabato scorso, con una specie di esercito alle spalle, mi è toccato dirigere uno dei servizi che meno mi piacciono, anzi che più detesto: in termini puramente ministeriali, si tratta di combattere il fenomeno dell’abusivismo commerciale». Oppure confessa che la cattura di uno di questi «ragazzoni altissimi» è, già in partenza, un’ipotesi remota, data la loro stazza e agilità: «Ci si accorge di non riuscire a bloccare neanche il più lento di tutti loro». E graffianti sono gli accenni ai gestori delle boutique veronesi della centralissima Via Mazzini, «così poco intelligenti da pensare che ora senza loro [i “vu’ cumprà”, NdR] di mezzo, qualche cliente in più entrerà certamente, così profondamente ingenui da credere che i clienti delle gazzelle nere siano i loro stessi clienti».

Non rimane che andare a vedere da vicino un vice questore aggiunto così. Per accorgersi che le sorprese non sono ancora finite. Nel suo ufficio sull’Adige, tra cimeli in carattere con un ambiente di pubblica sicurezza, svetta una gigantografia del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo accanto a due bimbi ritratti da Sebastião Salgado. Sulla parete opposta, «Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone», la celebre frase di Nanni Moretti in Caro Diario che continua così: «Anche in una società più decente di questa, mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza di persone».

Il dottor Trevisi – romano, classe 1969, da quattro anni nel suo attuale posto – ha l’aria di un giovane adulto dinamico, maturo e senza peli sulla lingua. Le reazioni che il suo scritto (online qui) ha suscitato nel suo entourage? Premesso che non ha mai fatto mistero di come la pensa, ci assicura che i commenti negativi non sono andati oltre qualche battuta; numerosi, invece, quelli positivi, anche da parte di dirigenti, del tipo «finalmente qualcuno ha avuto il coraggio…». E, nel riferirli, Trevisi cerca una parola diversa da “coraggio”, «perché alla fin fine non è stata questa grande rivoluzione. Però…».

Però nessuno aveva ancora pubblicamente ammesso, e con qualità letteraria, di svolgere a malincuore dei «servizi» repressivi e poco utili come questo, con il risultato di ritrovarsi in mezzo a due «fazioni» opposte, «tra chi fa gli applausi e chi ci dice: “Invece di andare a caccia dei delinquenti venite qui a rompere le scatole!”».

Tanto più a malincuore in quanto, spiega il vice questore, «soprattutto con i cittadini senegalesi ho sempre avuto contatti con persone che non sono mai delinquenti o con grossi precedenti. Io mi sono messo un po’ nei loro panni. Se qualcuno oppone resistenza nel momento in cui viene fermato, è più per paura che per altro». E mentre dice così certo non pensa a quanto già raccontato da Pap Khouma: «I carabinieri sono due. Sono di pattuglia. Non so cosa mi prende. So purtroppo che mi metto a correre come un disperato, con le collane attorno alle braccia, i calzoncini che danzano, i miei lunghi piedi che perdono presto i sandali». Quella volta, uno dei due “caramba” – «alto, per essere un italiano» – riuscì ad afferrarlo.

Ma Trevisi non cerca di passare per un poliziotto alternativo. «A me piace il mio lavoro. Subito dopo i miei genitori amo la Polizia di Stato. È ovvio che la polizia come altre strutture può fare degli errori, ma credo molto nella polizia, cerco quindi di mettere il massimo dell’umanità possibile nel lavoro che faccio».

Umanità che esige anche dai suoi uomini. Non è sempre facile. «Io per primo, visti i numeri, trovo difficile agire sempre con umanità. Ogni giorno mi trovo in fila, qui nel corridoio, almeno cinquanta persone: è ovvio che venticinque vengono ascoltate e venticinque no, dipendendo dalle priorità. Si rischia poi di sembrare un po’ cinici, cosa che invece non è».

Nella sua passione per il lavoro che svolge e nel totale e «ovvio» rispetto per la legge (che per lui, anche se non la nomina, si chiama ancora “Bossi-Fini”), Trevisi si augura degli snellimenti, qualche «cambiamento che possa alleviare la sofferenza dei, tra virgolette, cittadini stranieri, che devono aspettare molti mesi per vedere i loro diritti riconosciuti. Così come stanno, le cose sono molto difficili. Un cambiamento renderebbe più agevole anche il nostro lavoro, e potrebbe liberare molti colleghi per compiti che, più che non quelli burocratici, sono più specifici per i poliziotti».

Come scrittore, Trevisi ha già pronti una buona dozzina di racconti sufficienti per un libro. Tutti prendono spunto da un fatto reale ed evolvono verso un finale surreale, «ovviamente un po’ meglio di quel che succede nella realtà».

La materia prima non gli manca, «ed è materia bella. Chi sta negli altri uffici, di solito non ha lo stesso quotidiano che abbiamo qui noi. Noi abbiamo a che fare proprio con l’umanità. E questo comporta, a volte, delle scelte inevitabilmente molto difficili. Ma quando vedo un ragazzo dalla pelle nera che parla veronese stretto, o un cinesino di 5-6 anni che fa da interprete al padre o alla madre… ecco, mi dico, questo è il nostro futuro».

Ma intanto, mentre parla, ho come l’impressione che sia già altrove… Forse in un cassonetto. Anzi ne sta uscendo… rieccolo: «Atterro sulla traccia di un cd falso di Manu Chao, sulla canzone Clandestino, e con una lacrima negli occhi, dopo aver visto l’Africa in un cassonetto, faccio entrare un po’ di nebbia dentro me e mi accompagno in Questura per capire chi sono».

P.S.: Nel 2008 i racconti di Trevisi sono stati editi da Emi con il titolo Fogli di via (prefazione di Gad Lerner).
pubblicato su Amani giugno 2006
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