Adriano Atiman: "Bwana Mganga"

Moriva 50 anni fa un grande medico-missionario laico africano. Dal suo Mali alla Tanzania, si guadagnò stima e affetto da parte di tutti.

Erano le prime ore del 26 aprile 1956 quando Adriano Atiman chiudeva gli occhi, alla bella età di 92 anni. «Una persona la cui beatificazione non dovrebbe suscitare controversie», suggerisce Bernard Joinet, il Padre Bianco che per lunghi anni fu vicino a Nyerere.

Tutto era cominciato nel 1876, nell’oasi di Metlili, in Algeria, all’epoca la postazione più avanzata dei missionari di monsignor Lavigerie nel loro progressivo avvicinamento alla mitica Tombouctou. All’inizio di quello stesso anno avevano trovato la morte mentre si spingevano a sud, e per mano delle loro stesse guide, i padri Alfred Paulmier, Philippe Menoret e Pierre Bouchand. Missione comunque compiuta, dato che, secondo la raccomandazione dello stesso Charles Lavigerie, essi dovevano «stabilirsi definitivamente nella capitale del Sudan (l’odierno Mali, NdR), o lasciarvi la loro vita per amore della verità».

Se il loro martirio fu certamente, ma misteriosamente, fecondo, frutti immediatamente tangibili li portò invece l’iniziativa di riscattare i giovani schiavi, una «crociata» che era in cima alle preoccupazioni dell’arcivescovo di Algeri. Tra i sei ragazzini che quel giorno nel Sahara i padri Deguerry e Delauney liberarono dalle mani dei mercanti, c’era anche Atiman. A 12 anni di età aveva già cambiato padrone diverse volte, da quando il capovillaggio di Toundurma aveva deciso di venderlo ai tuareg per una lastra di salgemma e una manciata di cauri.

Con la sua figura imponente e l’aria severa, Lavigerie, dal quale i sei furono condotti, fece una grande impressione su Atiman. Il futuro cardinale si prese cura dei nuovi arrivati e li fece studiare. Atiman passò così da Algeri a Cartagine e di qui a Malta, dove Lavigerie aveva già fatto aprire un “Istituto apostolico per giovani neri”.

Dopo il battesimo nel luglio del 1882, il giovane – che aveva assunto anche il nome di Adriano – iniziò gli studi di medicina. Furono anni belli e difficili, tra studio intenso, disciplina del convitto e ferite ancora non del tutto lenite del suo passato in cattività. Ma fu anche il tempo in cui maturare la sua vocazione di laico, a servizio dei fratelli africani come medico e come catechista.
E finalmente, nel 1888, il ventiquattrenne Atiman si imbarca con una “carovana” di Missionari d’Africa. Destinazione Zanzibar.

Condividendo

E la traversata non terminava là. Bisognava ancora passare sulla terraferma, il Tanganica, fino a raggiungere le sponde del lago Vittoria. A Karema, la missione in cui passerà gran parte dei suoi giorni, Adriano arriverà nove mesi dopo la partenza da Marsiglia.

L’ambiente, come già la carovana aveva ampiamente avuto modo di sperimentare, non era affatto facile, sia per le condizioni igienico-sanitarie, sia per la resistenza dei capi locali che non vedevano di buon occhio l’insediamento dei bianchi nelle loro terre (eravamo negli anni successivi alla Conferenza di Berlino, dove le potenze europee si erano spartite l’Africa), sia ancora per l’imperversare dei negrieri che vedevano nei missionari e nelle truppe coloniali un ostacolo alle loro attività “commerciali”. «Le carovane di schiavi che abbiamo incrociato mi ricordavano la mia traversata del Sahara», annoterà il giovane medico.

Costò fatica anche a un africano come Atiman inserirsi in luoghi nuovi, con lingue e abitudini nuove. Ma seppe farlo con successo. L’esperienza della schiavitù, il suo atteggiamento così semplice e generoso (per lunghi anni l’ospedale della missione fu la sua stessa casa), gli conquistarono la fiducia di molti. E un soprannome, rispettoso e affettuoso al tempo stesso: Bwana Mganga (“Signor dottore”).

Laggiù Adriano prese anche moglie. Gli toccò in sorte (la libera scelta della consorte non era prevista dagli usi locali) Wansahira Agnese. Era una principessa, di certo non il tipo ideale per metter su una famiglia cristiana come egli vagheggiava. Ma Adriano la custodì fino alla morte di lei, durante oltre cinquant’anni di matrimonio, imparando ad amarla così com’era. Da lei ebbe un figlio, Giuseppe, fonte di gioia come di dolore. Nel 1923 Giuseppe veniva infatti ordinato sacerdote, ma ben presto cadde in balia di una malattia mentale che non lo avrebbe mai più lasciato.

I fioretti di Adriano

Bwana Mganga trascorse il resto della sua vita a Karema tra medicina ed evangelizzazione, diventando una figura imprescindibile del paesaggio che si affaccia sul lago Tanganica. Di lui si narrano episodi che sembrano fioretti, come l’aver ammansito un carnefice, suo «amico». Arrivò a stringere un patto di sangue con il temuto Mwanawima Zaccaria, che domandò anche il battesimo. La seconda parte della vita di Mwanawima «si segnalò per carità e dedizione, sempre pronto ad aiutare col suo lavoro i poveri e quanti potevano aver bisogno di lui».

Adriano Atiman si spense sereno, dicendo «Grazie…» e facendosi il segno della croce. Uomo modesto e schivo, la sua presenza aveva però finito per attirare l’attenzione anche lontano da Karema. Ne sono segno le onorificenze di prestigio che gli vennero attribuite, ultima delle quali, nel 1955, la Welcome Medal della Royal African Society, che era stata assegnata l’anno prima ad Albert Schweitzer e in passato anche a Henry Morton Stanley. Bwana Mganga fu il primo africano a vedersela appuntare sul petto.


 

Catechista perché

L’ordalia, o “giudizio di Dio”, è un’usanza comune a molti popoli. Anche in Europa, in altre epoche, era assai praticata. Presso i Wabende, il giudizio era dato dalla prova del veleno.

Un giorno del 1897, morto il re Mlera, l’ordalia venne applicata su grande scala. Il dottor Adriano vi assistette. Ecco come narra quella vicenda padre Domenica Bosa, autore, con Lydia Gallesio, dell’unica opera sul Bwana Mganga esistente in italiano (Adriano Atiman, medico e apostolo africano, Emi, 1987).

«Atiman, a tale spettacolo, propone di pagare per poter curare una donna, affinché possa vivere per il suo piccolo e per curare il suo povero cieco. Si discute sul prezzo e Atiman accetta le esose condizioni pur di salvare una vita. Per altre cinque rupie si rinnova il trattamento per un vecchio vasaio e per altri poveri infelici che Atiman riscatta con denaro e minacce. Purtroppo, nel frattempo, altri individui muoiono.

La lotta del Bwana Mganga non fu inutile; a parte le vite salvate, egli poté notare: “Fu quella l’ultima volta che si osò praticare la prova del veleno in massa, a così numerose persone e così vicino alla missione di Karema, anche se il costume non scomparve”. La scomparsa della barbara usanza seguirà la lenta evoluzione dei costumi e l’adozione dei nuovi valori illuminati dalla fede cristiana.

Atiman ne è profondamente convinto ed è per questo che è rimasto sempre fedele al suo compito di catechista, certamente non più facile dell’esercizio della medicina, specialmente nei primi, difficili anni».

pubblicato su Africa luglio-agosto 2006
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