Troppo buio in sala

Al Festival del Cinema Africano (e d’Asia e America Latina) di Milano, tanti film (soprattutto corti e documentari), tanti spettatori, ma poca Africa. Che succede?

È forse terminata l’età d’oro del cinema africano? Peggio: il cinema africano è forse agonizzante? È l’interrogativo inquietante contro il quale abbiamo cozzato al recente Festival del Cinema Africano (da qualche anno allargatosi ad Asia e America Latina). A parte i titoli nelle sezioni retrospettive e speciali, L’appel des arènes del senegalese Cheikh N’Diaye è stato l’unico lungometraggio subsahariano in concorso; Barakat! l’unico nordafricano.

Gli stessi organizzatori della maggiore kermesse del cinema africano – il Fespaco che si tiene ogni due anni in Burkina Faso – sono preoccupati per la ventesima edizione che si terrà fra meno di un anno: il Festival di Ouagadougou sarà in grado di presentare qualche lungometraggio inedito?

Le pecche dell’assistenzialismo

Abbiamo chiesto a due osservatori qualificati la ragione di tanta crisi. Sia Annamaria Gallone, anima della manifestazione milanese, come Tahar Chikhaoui, un critico tunisino che tiene corsi universitari sul cinema africano in Italia, concordano sull’analisi. È un problema di denaro, ovviamente. Ma che va analizzato in modo non miserabilista. Ci sono delle responsabilità.

Fino a tutti gli anni Settanta, cinema africano voleva dire Maghreb, da una parte, e Africa occidentale francofona dall’altra. Il resto del continente era praticamente fuori scena. Con l’obiettivo di mantenere stretti rapporti con la “Franciafrica”, Parigi aveva dato un buon impulso alla produzione cinematografia nelle sue ex colonie. Autori che sono oggi i degni decani del cinema d’Africa (un nome per tutti, Sembène Ousmane, di cui è arrivato quest’anno, sui nostri schermi, Mooladé) hanno beneficiato di quella politica, riuscendo comunque a lavorare a mani libere. Ma ci furono anche molte «elargizioni generiche – spiega la codirettrice della manifestazione milanese – che hanno un po’ viziato i registi, i quali si sono convinti che bastava essere neri, un po’ furbi e andare in Francia… e se volevi fare un film-calebasse, di quelli che piacciono agli occidentali, con il villaggio e bei colori, ottenevi i soldi per girare. Film che poi morivano come nascevano, perché si limitavano ad accompagnare i registi: una pizza sotto il braccio e via da un festival all’altro».

Negli anni Ottanta venne creato uno specifico Fonds Sud Cinéma, continua Tahar, «che fu molto importante per il finanziamento dei film africani, ma che poi stato aperto anche all’Asia e all’America Latina. La concorrenza si è fatta dura, e il numero di film africani sostenuti dal Fondo è drasticamente diminuito». Parallelamente, gli stati africani non si sono minimamente curati di sovvenzionare il settore cinematografico, lasciando anzi che anche le sale esistenti chiudessero i battenti l’una dopo l’altra.

E i privati? Risponde Annamaria Gallone: «In Africa esistono dei privati che hanno dei soldi e che potrebbero impegnarsi, ma i produttori africani si contano sulle dita di una mano. Trovo quasi incredibile che non esistano produttori africani».

Toccato il fondo…

Ma il cinema africano ha davvero conosciuto un’età dell’oro? L’inventrice del Festival di Milano ne è convinta, e la identifica in quasi tre lustri a partire dalla fine degli anni Ottanta – non a caso la manifestazione milanese è nata nel 1991 – con nomi come Idrissa Ouédraogo, Cheikh Oumar Sissoko e, più tardi, Abderrahmane Sissako (un altro di cui è passata un’opera sugli schermi italiani: Aspettando la felicità). Ma «molti registi hanno approfittato dei sussidi finché hanno potuto, senza però essere abbastanza maturi per mettere su qualche cosa di serio». E adesso «la situazione è totalmente sinistrata, catastrofica», interviene Tahar Chikhaoui.

«Tra le rare possibilità di lavorare oggi – ricorda con l’ottimismo di cui è capace Annamaria Gallone – ci sono quelle offerte dalle televisioni francesi, che producono abbastanza, e qualche tentativo di operazioni Sud/Sud, che a volte riesce». È stato il caso di Mooladé, per il quale Sembène ha saputo mettere assieme una coproduzione panafricana. Ma può permetterselo chi un nome ce l’ha già. Ma… e i giovani?

La speranza è che, preso atto del punto morto cui siamo arrivati, chi ha a cuore il cinema africano si dia infine una scossa, «inventando magari un tipo di produzione e distribuzione diverso, oppure cambiando le regole dei fondi… È vero peraltro che il cinema indipendente in tutto il mondo conosce difficoltà enormi, anche in Italia. Ma in Africa è un fenomeno che si nota con più drammatica evidenza poiché investe un intero continente, escluse poche aree».

Dove si gira e perché

Queste poche aree sono il Marocco e il Sudafrica. Chikhaoui è chiaro in proposito. «Benché le istituzioni non siano tutto, comunque contano. Perché il cinema non è un hobby ma un’industria. Il Marocco, set ideale di produzioni internazionali dai tempi di Orson Welles (Othello), ha deciso di buttarvisi – soprattutto con il nuovo corso di liberalizzazione inaugurato dal giovane re Mohammed VI – consapevole che il cinema mette in moto tutta un’economia. Così il Centre Cinématographique Marocain è diventato uno strumento straordinario: si occupa della produzione, degli aiuti, della distribuzione, della regolamentazione… E oggi è diretto da una persona, Nour Eddine Saïl, che è stata scelta per la sua competenza specificamente cinematografica».

Ciò non significa che il Marocco sforni capolavori a getto continuo. «Per la maggior parte – ammette la Gallone – sono film brutti, deboli, molto televisivi… Però si produce, e qualcuno è molto bello».

Il Sudafrica merita poi un capitolo a parte: «È dirompente (a parte l’Oscar a Il suo nome è Tsotsi, anche l’ultimo Fespaco 2005 è stato dominato da un sudafricano, Drum di Zola Maseko). Ci sono fondi, coproduzioni con gli americani… e, anche se le storie sono africane, il taglio dei film è hollywoodiano. Sicuramente negli anni futuri assisteremo a una proliferazione di film sudafricani».

In attesa della rinascita del lungometraggio, che rimane il genere principe, non perdiamo però d’occhio il mondo del documentario e del cortometraggio di fiction. È una fucina di autori africani che sanno quel che fanno.

pubblicato su Africa luglio-agosto 2006
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