Il codice del nostro tempo

«Il conflitto… una cosa positiva!? Questa, poi, non l’avevo mai sentita», reagisce alla mia affermazione, con veemente perplessità se non disprezzo, un giovane adulto di cultura media.

Io veramente non sostenevo che il conflitto è, sempre e di per sé, positivo, ma che… esiste, che è un dato di fatto, non casuale, né raro o accessorio nella vita di una persona, di una società, di una comunità. Che esso si risolva distruttivamente, in guerra o comunque in violenza, oppure no – dando invece origine a qualcosa di buono, di inatteso –, dipenderà dal modo in cui esso sarà stato riconosciuto, affrontato, elaborato.

Prendiamo dei titoli a caso da un quotidiano qualunque di un giorno qualsiasi: “Pronti ad andare in piazza” – “La folla degli aspiranti kamikaze” – “Erika non si è pentita” – “Scontri a Dili” – “Somalia, ancora scontri” – “Emarginata per la pelle scura: suicida a 20 anni” – “Francia-Usa, guerra del makeup” – “Come conciliare universi divisi”. Che si tratti di eventi politici e bellici, familiari, culturali o… cosmetici, qual è il loro filo conduttore se non, appunto, il conflitto? (In questi casi spesso in chiave negativa – giornalismo oblige).

E da chi sono stati letti questi articoli? Da individui alle prese con liti di condominio, con incomprensioni in famiglia, con contraddizioni o dissidi interiori (non necessariamente patologici) di carattere etico o altro.

Entriamo nel mondo letterario: dai miti antichi alle favole più innocenti, dai classici ai romanzi di genere, sappiamo che una storia “funziona” solo se l’intreccio prevede un ostacolo da superare e se, oltre al protagonista, mette in campo un antagonista. In teatro o al cinema, accade lo stesso. «Il racconto – spiega Vincenzo Cerami, sceneggiatore di Roberto Benigni e di altri grandi – non potrà essere che la storia di uno scontro (o di un mancato scontro)». E sintetizza in quattro punti lo schema «di ogni drammaturgia: impostazione del conflitto; lotta tra gli elementi in conflitto; crisi del conflitto (eventuale colpo di scena o risvolto della storia); risoluzione del conflitto» (Consigli a un giovane scrittore, Einaudi).

Guerra o pace. O indifferenza

Il conflitto è come un uovo, per l’autore di Attraversare il conflitto (“Percorso per vivere relazioni positive”, Il Segno dei Gabrielli Editori). Un uovo ormai rotto – precisa Massimo Masotto – ma che anche così non cessa di avere un significato, di poter essere ancora utilizzato, in un modo diverso ma che non è detto sia peggiore.

Daniele Novara dichiara, dalle pagine della rivista Conflitti, che l’intento del Centro Psicopedagogico per la Pace che egli dirige è «aiutare gli altri a imparare a vivere meglio accettando la sfida dei conflitti nella relazione, una sfida impegnativa particolarmente in questi giorni in cui la tendenza a confondere “conflitto” e “violenza” e “conflitto” e “guerra” è molto forte. Cerchiamo piuttosto di difendere il conflitto come area della convivenza possibile per rifiutare la violenza come area della convivenza impossibile».

Un volume uscito nei primi mesi dell’anno rilancia il tema. Per quanto sia già stata prodotta una riflessione in materia, a partire da maestri come Gino Pagliarani e Gianni Pellicciari – esponenti del gruppo “Anti H” che negli anni Sessanta si batteva contro la bomba nucleare –, Ugo Morelli, l’autore di Conflitto. Identità, interessi, culture (Meltemi), trova che in fondo sta muovendo appena i primi passi una vera «scienza dei conflitti che, con un approccio transdisciplinare, sia in grado di analizzare tanto la dimensione profonda e intrapsichica del conflitto, quanto quella interpersonale, istituzionale e collettiva».

Eppure, sostiene Morelli alla prima riga del suo libro, «il conflitto emerge e si afferma come codice della contemporaneità». Della contemporaneità perché mai come oggi le differenze vagano per il pianeta e si incontrano/scontrano sotto forma di donne e uomini concreti. Nell’odierna accelerazione di contatti, in mancanza di una “cultura del conflitto” l’altro viene percepito come hostis, prima che come hospes. Più precisamente, sulla tradizionale alternativa tra cooperazione e antagonismo, pace e guerra, che si offre ad ogni incontro tra differenze (questo è appunto il conflitto), tende oggi a prevalere un nuovo esito: l’indifferenza. Che, sul terreno delle relazioni interpersonali, è ancor più distruttiva poiché nemmeno si contrappone all’altro, atto con il quale gli concederebbe per lo meno il riconoscimento del suo esistere; lo ignora, negandogli persino lo sguardo.

Se l’invidia non è un vizio

Un’attestazione classica di confligere nel significato di “far incontrare” viene dal De rerum natura. Lucrezio usa questo verbo a proposito della formazione dell’essere umano dall’«unione dei due semi», paterno e materno.

Dalla storia delle parole orbitanti attorno al conflitto ci vengono altre lezioni. Contra manifesta una forma di contatto (quale lo stringere amorosamente qualcuno “contro” sé), ben diversa dall’opposizione insanabile di versus. Adgredior, etimo di “aggressione”, non è in verità un attacco distruttivo, ma un camminare-verso.

Noi usiamo altri termini che connotiamo in forma abitualmente negativa ma che, come “conflitto”, sono in realtà polivalenti. “Mancanza”, “margine” (e anche “confine”), “ambiguità”… sono tutti spazi del possibile. Vi rientra persino l’esecranda invidia. Se essa è così onnipresente nell’umana esperienza, dovrà pur esserci una ragione. Meglio allora decodificarla, «riconoscere che l’invidia è un regolatore costitutivo delle relazioni» e creare così «un’immagine più verosimile della socialità umana». La quale socialità, d’altronde, non è una scelta né un di più: la relazione è esattamente ciò che, anche sotto il profilo neurologico, fonda la nostra identità. Allora, forse, “invidia” può significare che «l’altro è la nostra possibilità e il nostro limite».

Assumere il conflitto come “codice” che attraversa le cinque sfere concentriche dell’esperienza umana – intrapsichica, relazionale, culturale (il sistema dei valori), istituzionale (dalla famiglia all’associazione alla chiesa…), collettiva – vuol dire svegliarsi a una consapevolezza nuova che liquida i moralismi, poiché ti porta a capire le «buone ragioni dell’altro» (anche se non sono le tue ragioni) e a convincerti che la pace – se è questo il fine che persegui – davvero non può giocarsi che in tutte e ciascuna delle cinque sfere, nessuna esclusa.

L’autoinganno della rimozione

Il discorso è complesso (… e la pratica di più), benché muova da pochi, elementari assunti. Il guaio è che noi neghiamo anche questi, e d’istinto neghiamo anzitutto l’esistenza della conflittualità nel nostro Io, nella nostra vita, nel nostro ambiente. Da spettatori notiamo subito, per esempio, l’incongruenza di certi metodi e accenti scarsamente nonviolenti presso certuni che fanno peraltro professione di pacifismo. Ma restiamo ciechi sulle incongruenze nostre e del nostro entourage di riferimento.

Peggio: la rimozione della dimensione conflittuale tende a farsi tanto più tombale quanto più una persona o gruppo si pone degli imperativi morali alti. Raramente una comunità religiosa ammetterà, soprattutto davanti a terzi, una conflittualità nel suo seno. Visto che “siamo tutti peccatori” si concederà l’esistenza di screzi passeggeri, di differenze di temperamento, di incomprensioni “che però non lasciano il segno”… Ma il conflitto in quanto tale viene represso, è un fallimento dell’ideale. Mentre, secondo Morelli, «l’armonia, anche quando è possibile, non è uno stato stazionario bensì uno stato provvisoriamente consensuale».

Così, latente, soffocato, il conflitto che non è stato sottoposto a elaborazione esplode nei momenti e situazioni meno opportuni. Nelle forme più sgradevoli. Più violente.

pubblicato su Evangelizzare settembre 2006
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