La morte in crisi

Il lutto al crocevia tra crisi di ritualità e business, tra mancanza di fantasia e domanda di senso. Preoccuparsene prima che se ne occupi soltanto il mercato.

Un lutto di fresca data mi attira al cimitero. Nessuno in vista, a dispetto dell’estensione del luogo. Non potevo trovare momento migliore. Dalla lapide di fronte a cui mi raccolgo, la coda dell’occhio non riesce a ignorare una stranezza. Inseguo la distrazione ed eccomi presso un’altra tomba. Fra tutte, è l’unica senza marmo, a parte la modesta lastra con i dati essenziali del defunto.

Sul tumulo, non fiori ma una girandola color arcobaleno, e poi un aeroplanino di plastica – anch’esso con le sue eliche che frullano alla brezza – e ancora un altro, in fil di ferro e di fabbricazione chiaramente domestica. Oggetti lasciati lì da poco. Torno a leggere l’epigrafe: non è la sepoltura di un bambino bensì di un settantenne, inumato da più di trent’anni.

Chi sarà stato? Forse un ex aviere? E chi sarà quel parente, o quell’amico, che si ricorda di lui in quel modo fanciullesco e sfidando i decenni?

Poi, prevale un altro pensiero. Quella girandola è l’unica nota di colore, di calore, in una città dei morti dominata da marmi e ferro battuto, architetture decadenti e kitsch tardo-romantico. Anche le tombe nuove non si scostano, tutto sommato, dai cliché ottocenteschi. Quasi non fossero possibili altri modi di esprimere, oggi, la pietà per i defunti. Persino i fiori, qui – quasi sempre recisi, ossia rinsecchiti e scoloriti –, sembrano tristi. Cimiteri come questo sembrano avere la missione di imporre la mestizia, anziché di alleviarla o semplicemente accoglierla.

Bare a colori

Eppure, se c’è un tema nel quale l’umanità attraverso i secoli e le latitudini ha saputo dare prova di fantasia, è quello del suo rapporto con la morte. Dalle piramidi alle ceneri disperse, dalle “torri del silenzio” su cui i Parsi espongono i cadaveri ai rapaci, sino alle fosse con le salme in posizione fetale, non fa certo difetto la varietà delle forme di trattamento del cadavere. Similmente, sotto gli universali denominatori del rispetto tributato allo scomparso e del miglior equilibrio possibile da assicurare ai congiunti superstiti, differiscono i rituali del decesso, dei funerali, del lutto. Dove risa, musica e abbuffate possono essere più sacre del silenzio.

Si tratta di cose note, grazie a storici ed antropologi che le hanno descritte e interpretate. Meno conosciuto, e meno apprezzato, è invece il dato che all’interno di una medesima cultura cosiddetta tradizionale, riti e approcci possano evolvere, tanto ci siamo abituati a immaginare le culture esotiche come sistemi con una loro coerenza e bellezza finché rimangono immobili, ereditati da “tempi immemorabili”.

Prendiamo il caso delle bare fantasy oggi in voga in Ghana, che lasciano gli osservatori sospesi tra sorpresa e sconcerto. Si tratta di cofani in legno smaltato, coloratissimi, che stilizzano oggetti della vita comune tradizionale (piroghe, pesci, semi di cacao) o moderna (macchine fotografiche, cellulari, scarpe di marca…). Per il pastore di una Chiesa, il feretro sarà a forma di Bibbia; per chi ha solo sognato di volare, avrà la foggia di un aereo. E così via.

È una “nuova tradizione”, databile agli anni Cinquanta e originata da un falegname con nome e cognome: Samuel Kane Kwei. «Com’era usanza fra i Ga – racconta Roberta Bonetti, che ha studiato a fondo l’argomento – il giorno del funerale dello zio di Kane Kwei la bara a piroga venne portata per le vie di Teshi suscitando interesse e scrosci di applausi. Da allora, molte famiglie iniziarono ad ordinare bare dalle forme più svariate».

Insoddisfatti

Che cos’è successo a questa popolazione del Ghana? Un bel giorno ha dato un calcio alle sue solenni tradizioni funerarie? O non ha piuttosto innestato un elemento inatteso in un cerimoniale preesistente, il quale dall’innovazione è stato poi a sua volta rigenerato?

Anche qui e come sempre, a quanto ci è dato di capire, la tradizione rimane viva nella misura in cui si rinnova. Rimarrebbe inoltre da dimostrare che la situazione tradizionale precedente fosse davvero ideale. Uno psicologo, trattando della crisi dei rituali funerari, «tratto peculiare della contemporaneità in Occidente», così scrive: «Di fronte alla morte di un congiunto e col bagaglio delle nostre reazioni individuali a questa morte, non sappiamo cosa fare e non ci riconosciamo completamente in alcuna delle “proposte rituali” (dai funerali religiosi alle cerimonie laiche di più varia composizione e invenzione) a disposizione nella nostra cultura».

Ora, osserva ancora Francesco Campione, «mi pare di poter affermare che, storicamente, questa crisi non è così recente come si tende a sostenere». Meglio allora dichiararci onestamente «insoddisfatti dei risultati che otteniamo quando ci atteniamo ai rituali che la cultura ci propone. La continua evoluzione dei rituali funerari da una cultura all’altra e all’interno di una stessa cultura indica forse che in tutte le epoche l’uomo tenta di “saper fare” qualcosa di fronte alle minacce che la morte materializza».

Basta poco per renderci conto della misura in cui la “urbanizzazione” della nostra società ha influito sulle nostre modalità di rapportarci con la morte. Si muore sempre più in ospedale; la cura del cadavere è delegata a dei tecnici; i cortei, rigorosamente motorizzati, sono più un intralcio alla circolazione che l’accompagnamento da parte di una comunità all’estrema dimora di un suo figlio; il tempo del lutto si riduce a una messa di trigesimo. Anche la lapide è spesso standardizzata, e ci si può imbattere in regolamenti che proibiscono «assolutamente di portare davanti ai loculi vasi con fiori freschi, verde decorativo, corone, nonché lumicini o candele, eccezion fatta per la prima settimana dopo il funerale. La posa dei fiori è permessa solo nell’apposito vaso fornito dal Municipio».

Tali eccessi (così almeno ci appaiono), possono convivere con situazioni che suscitano indignazione di altro segno. Sul suo giornalino parrocchiale, un sacerdote leva un grido di dolore «per l’incuria generale che regna sovrana» nel camposanto del suo paese a pochi chilometri dal Po. A differenza dei cimiteri «caratteristici attorno alla chiesa nei paesini montani, di quelli monumentali delle grandi città, di quelli essenziali in terra brasiliana, di quelli dei caduti di guerra con le loro bianchissime croci».

L’approccio americano

Una girandola su una tomba, un necrologio meno banale, una liturgia funebre meno ingessata sembrano lanciare, qua e là, segnali del bisogno di qualcosa di diverso. Di rinnovare una tradizione che appare oggi esausta. In questo senso non andrebbe vista dall’alto in basso nemmeno la moda degli applausi ai funerali. E se fossero una domanda di ritualità?

Intanto, sul fronte della tecnologia e del design c’è un gran fermento. Dai “cimiteri virtuali” online (ma che tendono a ricalcare, nella grafica, quelli reali) ai lussuosi modelli di autofunebri, dalla ricerca stilistica sulle urne cinerarie alla gadgettistica (proprio così: accendini a bara, e calendari da camionisti con donnina sul “cofano”…), il business della morte è più vivo che mai. Per convincersene, basta un giro a Tanexpo (anche il settore ha una sua fiorente biennale). O, senza aspettare il 2008, su internet.

«L’approccio degli americani al mondo del caro estinto – confessa senza imbarazzi un operatore – è un approccio completamente diverso dal nostro, scevro da ogni pregiudizio e basato ad esaltare, in eguale misura e con serietà, le valenze sociali e commerciali». È il caso di lasciare da sola questa fiorente industria – 6000 imprese in Italia – a gestire il futuro dei nostri sentimenti e dei rapporti socio-religiosi più profondi?…

pubblicato su Evangelizzare ottobre 2006
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