Afrogrammi

Sono numerosi gli alfabeti africani creati dall’antichità fino a tempi recenti.

«Nessun alfabeto conosciuto fu mai inventato da un europeo». Un’affermazione che coglierà molti di sorpresa, eppur vera – a meno che non venga in qualche modo smentita dalle novità insinuate dai reperti del Danube Script (i curiosi possono andare a leggersi, fresco di stampa, La scrittura è nata in Europa? di Marco Merlini, Avverbi). Chi parlava in questo modo, nei primi anni Cinquanta, non era un afrocentrico estremista ma un tranquillo antropologo di origine britannica, M.D.W. Jeffreys. (Tranquillo, forse non troppo, dato che andava sostenendo sui giornali – lui, sudafricano bianco – che «”Uomo bianco” è un mito, c’è del colore in ognuno di noi»).

Nelle sue ricerche, il professor Jeffreys si era dedicato anche alla scrittura inventata da Njoya (vedi sotto). Una storia straordinaria, quella del re dei Bamun, ma non inedita. Secondo uno storico delle lingue dei giorni nostri, David Dalby, analoghe vicende devono avere contraddistinto l’invenzione di buona parte delle scritture africane, a cominciare da quella egizia. «Un solo uomo – scrive Dalby – e abbastanza ben situato socialmente da poter disporre di tutto il tempo necessario per un lavoro simile e da poterne fare accettare i risultati».

Perché l’Africa, se è il continente dell’oralità, è anche una terra di alfabeti. Numerosi e di epoche diverse, dall’antichità fino agli ultimi decenni. È un fatto poco risaputo, la cui ignoranza ha contribuito ad accrescere il consolidato complesso di superiorità occidentale. È vero che i caratteri latini si sono imposti in buona parte del mondo (anche le pagine web in arabo e in giapponese sono raggiungibili da una ricerca fatta con tastiera “latina”), mentre gli africalfabeti non si sono nemmeno posti l’obiettivo di colonizzare universi linguistici distanti. Ma tanto dovrebbe bastare a sfatare la tesi evoluzionista applicata alle culture, secondo cui i popoli che non hanno escogitato un sistema di scrittura sono “preistorici”. L’Occidente, questo sì, ha “industrializzato” e al tempo stesso elevato a simbolo del suo potere uno strumento di comunicazione egregio, ma che comunque non gli appartiene quasi fosse un privilegio innato. (Rimane ovviamente da provare la “superiorità” della scrittura sull’oralità. L’ipotesi migliore è che sono due modalità che si integrano, con la prevalenza dell’una o dell’altra a seconda dei contesti ambientali e comunicativi).

Non solo pittogrammi

Quante sono, dunque, le scritture d’Africa? Decine, e che meritano di essere distinte in varie categorie. C’è anzitutto una gamma di sistemi simbolici che non possono essere propriamente chiamati scrittura. I simboli akan del Ghana, quelli nsibidi della Nigeria, i messaggi arókò yoruba (che ci ricordano le “Giovani marmotte”…) sono come degli antenati dei pittogrammi e ideogrammi; questi ultimi rientrano invece tra le forme di scrittura vera e propria. Anche la singola lettera più astratta ha sempre avuto, in fondo, una “figura” come sorgente.

Pittogrammi e ideogrammi sono raffigurazioni stilizzate con un rapporto più o meno concreto con l’oggetto che evocano. Un piede, per esempio, è un pittogramma se vuole dire proprio “piede”, è un ideogramma se equivale a “camminare”. I geroglifici sono un bel modello di evoluzione dallo stadio di pittogramma o ideogramma a quello di sillaba e di lettera (un segno, un suono).

Nella Nubia, a sud della terra dei faraoni, fa la sua apparizione nel II secolo a.C. il meroitico, per scrivere la lingua parlata nel regno di Meroe. Un vero e proprio alfabeto di 23 lettere, quasi tutte consonanti, derivato dai geroglifici e semplificato. A Meroe succedettero i regni cristiani di Nubia, a partire dal V secolo. Ed ecco un nuovo alfabeto, il nubiano, adattamento di quello copto che era nato in Egitto, in ambiente cristiano. Ancora più a sud, il Corno d’Africa è un’altra grande fucina di scritture. Qui sbarcò 2500 anni fa, proveniente dall’altra sponda del mar Rosso, l’alfabeto sabeo, della galassia semitica: 29 segni. Da una sua elaborazione sorse, in epoca cristiana, il ghe’ez (180 lettere), che è oggi la “lingua morta” della liturgia copto-ortodossa etiopica. Un’ulteriore metamorfosi, in tempi più recenti, lo ha gonfiato a 270 caratteri per renderlo capace di trascrivere l’amharico, la lingua imperiale, e anche il tigrino.

Non ci inoltriamo – e non perché insignificante! – nella questione dell’arabo. Alfabeto non africano, in Africa ha comunque ben attecchito, e vi si è africanizzato. Non solo per gli innumerevoli calligrafismi cui questa scrittura ben si presta, in conformità con il genio locale, ma anche per gli interventi tesi a dilatare la fonetica araba ai suoni africani. È il caso, per esempio, dello stile Ajami applicato alla lingua haussa della Nigeria.

In era coloniale si assiste a una nuova fioritura di scritture, questa volta specialmente in Africa occidentale. Spiccano i cinque sillabari Mande (Vai, Toma, Guerze, Mende, Bambara), elaborati nell’arco di un secolo a datare dal 1830. “Sillabari” proprio perché i “grafemi” vi rappresentano sillabe e non singoli fonemi. La Liberia fu particolarmente fertile, senza dubbio per l’influenza ivi esercitata dai coloni afroamericani, già avvezzi alla scrittura, e diede i natali agli alfabeti Bassa e Gola e diversi altri.

In Mali due distinti alfabeti, quello di Adama Ba e il “Dita” di Oumar Dembelé, sono stati creati a partire dalla fine degli anni Cinquanta per servire la lingua peul. Alla stessa epoca un ivoriano, Frédéric Bruly Bouabré, elaborava una scrittura Bété di oltre 400 pittogrammi sillabici a partire dalle forme di particolari sassolini neri e rossi conosciuti nei suoi giochi d’infanzia. Una fatica senza grande seguito pratico, ma che spicca per originalità. Bruly Bouabré si è poi dato all’arte: i suoi inconfondibili disegni a pastello sono sempre incorniciati da brevi testi (in francese!). Una collezione di sue opere era visibile a Milano (al Pac, mostra Arte, religione, politica) l’estate scorsa.

L’alfabeto rivelato

La scrittura più recente di cui si abbia notizia è il Mandombe, applicata al kikongo. Nata nell’ambiente della Chiesa Kimbanghista del Congo, si propone come un «nuovo schema di sviluppo della civiltà neroafricana moderna». Il grafismo-base su cui si costruisce l’intero alfabeto è rappresentato da due segni speculari simili alle cifre 5 e 2. Ne è autore Wabeladio Payi, un giovane che, in una notte del marzo 1978, ebbe la prima di una serie di sogni e visioni in cui il profeta Kimbangu gli affidò «una missione per l’uomo nero».

E qui ritroviamo il leitmotiv della genesi di tante scritture: un individuo; una rivelazione; una missione da compiere, religiosa o di riscatto culturale (l’una non esclude l’altra). Le scritture assumono così spesso un doppio volto: di strumento di comunicazione pubblica e di linguaggio per iniziati. Questa seconda dimensione è prevalente negli alfabeti cristiani segreti – veri codici criptati – di due Chiese indipendenti nigeriane, la Oberi Okaime (1930) e la Aladura (1927).

Che ne sarà delle scritture africane antiche e nuove nell’era informatica? Internet, e ci fermiamo qui perché si spalanca a noi un altro vasto capitolo, costituisce un grosso rischio e una enorme opportunità. Creare alfabeti e riprodurli ha oggi un costo infinitamente più basso che non con le vecchie tecniche di stampa; d’altro lato, ci sono da risolvere dei problemi di standardizzazione, senza la quale un testo rimane semplicemente disperso nella rete. Gli stessi africani, del resto, proprio per promuovere la propria originalità culturale, compresa quella “scritturale”, ricorrono sempre più alle grandi lingue veicolari. Si disegna anche in questo campo una nuova edizione di meticciato “glocale”, di cui sono forse vettori i nuovi set di caratteri come quello “pan-nigeriano”, basati su modifiche e adattamenti dell’alfabeto latino. La stessa lingua inglese, del resto, non ha un grado di compatibilità con l’alfabeto latino di appena il 20 per cento?


 

UN CAMPIONARIO

Osmanya
La Somalia è uno dei rarissimi paesi del continente dove si parli praticamente una sola lingua madre, il somalo per l’appunto. Anzi il far soomaali. Proprio così, con due o e due a, come imposto dalle direttive che accompagnarono, nel 1972, l’introduzione obbligatoria dell’alfabeto latino. Su di esso riposa tutta la fonetica della lingua somala (comprendente, tra l’altro, 5 vocali brevi e 5 lunghe). Nel 1977, però, erano almeno ventimila le persone che ancora usavano l’alfabeto Osmanya per la loro corrispondenza privata; si stampavano anche libri e un quindicinale, Horseed.
L’Osmanya, creato nel 1922 da Cismaan Yuusuf Keenadiid, comprende 30 lettere; il loro ordine segue quello dell’alfabeto arabo, ma a differenza di questa scrittura l’Osmanya si legge da sinistra a destra. Fu il più popolare dei ben undici alfabeti inventati in quarant’anni, fino al 1961. Di questi va segnalato almeno quello di Sheikh Cabduraxmaan Sheikh Nuur (1933).

Wolof e N’ko
Dopo vari libri di successo in francese, Boubacar Boris Diop ha scritto un grande romanzo nella sua lingua materna, il wolof. Perché «il francese non è il mio destino», confessa lo scrittore senegalese. Non è però arrivato al punto di utilizzare anche la scrittura Wolof (in parte ispirata all’arabo), che Assane Faye mise a punto nel 1961.
Un altro dei tanti alfabeti moderni dell’Africa occidentale, ma che gode di ben altro successo, è lo N’ko, termine che in lingua manenka significa “io dico”. Gli diede la forma definitiva, «il 14 aprile 1949», Souleymane Kanté, uno studioso guineano che voleva offrire un sistema di trascrizione unitario ai dialetti mandinghi. Sono 36 i caratteri alfanumerici dello N’ko, oltre a una decina di “segni diacritici” che, fatto raro, indicano anche i toni delle vocali.
Lo N’ko non è appena uno strumento linguistico: attorno ad esso si è sviluppato un vero e proprio movimento culturale transnazionale – in parte esoterico – a carattere afrocentrico e tuttora ben vivo, comprendente filosofia, religione e farmacopea. Per saperne di più, leggere l’affascinante Connessioni (Bollati Boringhieri, 2001), libro in cui Jean-Loup Amselle dedica allo N’ko buona parte delle sue riflessioni.

Sillabario Bambara
123 segni per mettere per scritto la lingua più parlata del Mali. Il bambara (più esattamente bamanan, un termine originariamente spregiativo con il quale i musulmani designavano gli infedeli) fa parte del più ampio gruppo umano mande, presente in ampie regioni dell’Africa occidentale. Tra i sillabari mande il più antico è il Vai, inventato in Liberia attorno al 1833 da Momolu Duwalu Bukele e con il quale vennero tradotti Bibbia e Corano.
Woyo Couloubaly è l’autore, nel 1930, del “Ma-sa-ba”, l’abbiccì bambara. Questa scrittura cominciò a farsi notare internazionalmente grazie a Finyé (Il vento), il bel film di Souleymane Cissé del 1982. Nel press book il regista riprese i caratteri bambara come elemento grafico dominante.

Tifinagh
È l’alfabeto dei “berberi” (variante di “barbari”!), le popolazioni dell’Africa settentrionale preesistenti all’occupazione araba e che oggi rivendicano – dalla Cabilia algerina al Niger – la propria identità di Imazighen. Il Tifinagh si distingue per le sue lettere geometriche, forme che più facilmente di quelle arrotondate possono essere incise sulla roccia, come ad esempio facevano i Tuareg per segnalare la presenza di acqua nelle vicinanze. Alcune “steli di Rosetta”, con iscrizioni bilingue, attestano diversi stadi del Tifinagh fin dal II secolo a.C. Non è del resto escluso che “punico” (come anche “fenicio”) e “-finagh”, abbiano lo stesso etimo: si notino le affinità tra le rispettive consonanti in ciascuno dei termini. Una variante, detta Gouanche, è rintracciabile nelle Canarie, isole di cui i berberi furono i primi abitatori.
Nonostante la sua lunga storia, o forse proprio in ragione di essa, il Tifinagh non è ancora approdato a una standardizzazione definitiva. Ma i cultori di internet vi stanno lavorando con passione.

Nsibidi
Detta anche Nsibiri, questa scrittura – diffusa in Nigeria nel bacino sud-orientale del Cross River – non è sillabica né alfabetica, ma un ricco complesso di ideogrammi e pittogrammi. L’accostamento di un segno all’altro va “commentato”, piuttosto che “letto”, alla stregua dei segni grafici dei celebri Dogon del Mali. Lo Nsibidi è una scrittura tipica della società segreta Ekpe, ma alcuni simboli sono diventati di dominio pubblico e vengono utilizzati in contesti di magia, guerra, storie d’amore. Il loro supporto, più che la carta, sono le pareti delle case, i tessuti… la pelle umana.
Il segreto dello Nsibidi venne rivelato da un grande babbuino. Curiosamente anche Toth, il dio egizio della saggezza nonché delle arti magiche e della scrittura, era rappresentato con testa di babbuino. Abbiamo forse qui un’ulteriore prova dell’esistenza di un unico gruppo umano insediato nel cuore del Sahara quando esso era verdeggiante, e la cui dispersione in seguito alla desertificazione diede luogo a civiltà diverse ma che non hanno perso ogni memoria della loro comune origine?

Shü-Mom
È la scrittura africana che ha la storia meglio documentata – anche se, una volta di più, ne è stata mitologizzata l’ispirazione iniziale. Njoya fu l’ultimo sultano di Foumban, il regno camerunese dei Bamun esistente fin dal XV secolo. Riorganizzò il suo stato ma morì in esilio a Yaoundé, nel 1933, travolto dalle vicende coloniali.
Un giorno dell’anno 1895, una voce gli ingiunse, in visione, di disegnare una mano su una tavoletta, di versare quindi dell’acqua sul disegno e poi di berla. Il sovrano interpretò il sogno come il conferimento di una missione: inventare una scrittura per il suo popolo. Cominciò con un complesso sistema di tipo geroglifico (non risulta che Njoya conoscesse la scrittura egizia) di 466 pittogrammi e ideogrammi che andò via via perfezionando. La sesta e ultima versione, A ka u ku, composta di 82 lettere e 10 numeri, vide la luce verso il 1910. Era un vero e proprio alfabeto. Una decina d’anni dopo verrà affiancata da un’altra, “corsiva” e più elegante. Njoya impiantò anche una vera e propria tipografia, e fin dalla terza versione aveva cominciato a scrivere libri: di storia e costumi bamun. Nella quinta versione fu anche tradotta parte della Bibbia (ma fu l’arabo del Corano a stimolare la nascita dello Shü-Mom).
Njoya curò la diffusione del suo abbecedario attraverso la creazione di scuole e di una biblioteca nel suo stesso palazzo.

versione integrale dell'articolo pubblicato su Africa novembre-dicembre 2006
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