Frontiere crudeli

Ci sono i Medici senza frontiere. E anche gli Architetti, i Veterinari, i Reporter… Ma nel mondo globalizzato, post-cortina di ferro, le frontiere vanno sempre molto forte.

Qual è l’unica impronta umana riconoscibile dalla Luna? La Grande Muraglia cinese, ovviamente.

Non è vero, ma la “leggenda” è suggestiva. Tanto più perché riguarda un’opera militare. Iniziata diversi secoli prima di Cristo, la titanica struttura marcava pesantemente la frontiera settentrionale, con il compito di impedire le incursioni dei popoli del nord. Intento riuscito a metà, dato che Gengis Khan trovò il modo di violarla.

Storia che fa pensare alla Linea Maginot. O al Muro di Berlino. Poco dopo la sua caduta, e con il repentino spostamento d’interesse a est, il parigino Le Monde esce con una vignetta che farà scuola, in cui si vede una nuova muraglia ergersi dalle acque del Mediterraneo a ben delimitare la «fortezza Europa».

Tracciate da chi

Si potrebbe scrivere la storia dell’umanità a partire dalle frontiere che essa ha disegnato e dal modo in cui le ha materialmente sottolineate – che fossero i confini di vasti imperi o i limiti di singole città. Non è proprio la violazione del perimetro di una nuova città tracciato con l’aratro, e conseguente fratricidio, all’origine di Roma?

È stata felice l’idea di intitolare una rivista di geopolitica Limes, come il classico limes romano tra Reno e Danubio, o come il Vallo di Adriano a difesa della Britannia di Cesare dagli attacchi dei Pitti scozzesi. Eppure i romani, ci avvertono gli storici, non erano poi così amanti delle muraglie. Preferivano i confini “naturali” come i fiumi, o assicuravano una vigilanza continua delle zone di confine attraverso torri di vedetta e pattugliamenti. Probabilmente confidavano più nelle loro legioni che nelle opere di ingegneria. Il termine limes, anzi, più che i limiti indicava originariamente le vie di penetrazione.

Anche nell’Africa precoloniale regni e imperi non si sono rinchiusi in frontiere fortificate. I confini tra una giurisdizione e l’altra erano piuttosto fluidi, delle zone-tampone a geometria variabile che non ostacolavano la libera circolazione degli uomini e delle merci. Oggi il continente è invece il più balcanizzato di tutti, solcato da frontiere spesso tirate con la riga e la squadra o comunque ubbidienti a logiche misteriose. «Ci siamo dedicati a disegnare linee sulle carte geografiche di luoghi dove nessun uomo bianco ha mai messo piede», ammetteva nel 1890 il primo ministro britannico, Lord Salisbury. «Ci siamo scambiati montagne, fiumi e laghi, con il solo piccolo inconveniente che non abbiamo mai saputo con esattezza dove si trovassero queste montagne, questi fiumi e questi laghi».

Fu una vera «assurdità», conferma il più grande storico africano, Joseph Ki-Zerbo, considerato che «l’habitat africano è sempre stato mobile, con partenze e arrivi senza sosta». E «questa contraddizione fondamentale tra il metabolismo di base dei popoli da un lato, e gli impedimenti, le barriere, i divieti loro imposti dall’amministrazione di diversi paesi dall’altro, spiega in parte il sottosviluppo africano». Il che non vuol dire che si sarebbero dovute tracciare delle frontiere etniche. Tanto più che una “tribù” può nascere nel giro di pochi anni, come dimostrano i Besi Ngombe della Repubblica Democratica del Congo. Sorti alla fine degli anni Venti attorno a un ricco capo locale mukongo, i Besi Ngombe sono oggi decine di migliaia.

Con le indipendenze, i paesi africani hanno ulteriormente irrigidito le frontiere ereditate dai coloni. Da un lato è stata una decisione saggia, per evitare un lungo periodo di instabilità sul continente, dall’altro, frontiere così concepite si sono rivelate delle «bombe a scoppio ritardato».

Sarebbe stato possibile fare altrimenti? Forse no. D’altra parte il caso africano non è poi così dissimile da quello mediorientale, latinoamericano e… del resto del mondo: soltanto il 2 per cento delle frontiere oggi esistenti sono state determinate con la concertazione dei popoli interessati.

La lezione positiva da tirare è che le frontiere vanno sì fissate e consolidate, ma per essere al più presto integrate in un insieme regionale più ampio. Come, bene o male, sta avvenendo nella costruzione dell’Unione europea.

I muri vicino a noi

E potremmo continuare all’infinito, nel nostro excursus sulle frontiere nella storia e d’oggidì. In epoca medievale, per esempio, quelle tra Oriente e Occidente erano «labili, non c’era ancora un’idea di prevalenza di un mondo sull’altro», come osserva Claudia Berton nel recente e bel Frontiere di sabbia (Cda & Vivalda). Tutt’altra cosa dal mondo suddiviso in tre superstati dipinto da George Orwell in 1984. In esso «le frontiere principali non debbono essere attraversate se non dalle bombe».

Intanto, frontiere vecchie e nuove rispecchiano la forma mentis del nostro mondo. Talune spariscono nel silenzio, come la rete metallica tra Gorizia e Nova Gorica, abbattuta il 1° maggio del 2004; altre le abbiamo viste crescere sotto i nostri occhi, come il muro tra Israele e Territori; altre ancora, vedi il terrapieno innalzato dal Marocco in pieno Sahara Occidentale, o la barriera elettrificata tra Botswana e Zimbabwe, funzionano a nostra insaputa.

Ci sono anche, è vero, occasioni di prosperità economica per i frontalieri di certe aree, che essi pratichino il contrabbando o traffici leciti. Ma quando le frontiere balzano all’onore della cronaca, è per via di storie atroci. Come quelle degli alambristas messicani che tentano la fortuna saltando la rete (ove non sia già stata trasformata in un vero muro) per ritrovarsi in Texas, in New Mexico o Arizona o California. Trecento, quattrocento morti l’anno. O, più vicino a noi, le reti di Ceuta e Melilla, prese d’assalto un anno fa da ondate di africani. E poi, ogni giorno, la tombale frontiera liquida di Lampedusa.

Restiamo infine spiazzati, realmente non sappiamo più che pensare, quando prendiamo coscienza delle linee invisibili che tengono separati – ghettizzati – interi quartieri delle nostra città… Linee che, come nella Padova di via Anelli, possono anche materializzarsi in un muro, per quanto dato come provvisorio.

Popoli e frontiere, l’uovo e la gallina

L’argomento è inesauribile. Ci rimane la domanda perché la categoria “frontiera” sia così radicata nell’uomo (non ci batte ancora un po’ il cuore quando passiamo un valico, sia pure verso un altro paese europeo?).

Possiamo cercare una risposta nella psicologia, che ci descrive l’essenziale processo di individuazione del bambino fino ai tre anni di età, possibile grazie alla progressiva separazione dal corpo della madre. Il piccolo determina cioè la frontiera del proprio corpo, del proprio Io. Un processo analogo è riconoscibile nella formazione di una nuova unità sociale: «L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie» (Gen 2,24). E così analogamente per gli stadi più complessi della vita sociale, quando un gruppo umano scopre la propria specificità in relazione/distinzione ad altri gruppi.

La demarcazione di una frontiera, insomma, come espressione dell’identità: personale, sociale, nazionale.

Ma anche il contrario è vero: l’invenzione di una frontiera (e quasi tutte quelle moderne tra stati sono state inventate: spesso con le armi, oppure all’uscita da negoziati dove il più forte aveva trionfato) porta a forgiare un’identità nazionale nuova. In Africa l’Eritrea si è duramente contrapposta, per decenni, all’occupante etiopico in nome di una sempre più convinta identità nazionale – identità paradossalmente acquisita su una base territoriale definita in epoca coloniale. E così per decine di altri casi, in Africa e altrove.

In altre parole: sono i popoli che fanno le frontiere, oppure le frontiere che fanno i popoli?

pubblicato su Evangelizzare novembre 2006
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