La virtù della schiettezza

Chiusi i lavori del 4° Convegno Ecclesiale Nazionale (Verona, 16-20 ottobre 2006), missionari e missionarie si sono subito ritrovati per un primo bilancio. Con molte luci e senza minimizzare le ombre.

Tutto si potrà dire, meno che sia mancata la franchezza. Erano una trentina fra delegati, invitati e simpatizzanti del mondo missionario, quelli riunitisi nella sede del Cum, il Centro Unitario per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, subito dopo il Convegno di Verona. Hanno reagito a caldo (ma si sa che le impressioni resistono poi anche “a freddo”) sui lavori appena terminati. Li aveva convocati il neodirettore della Fondazione Missio, l’organismo Cei con il compito di «sostenere e promuovere la dimensione missionaria della comunità ecclesiale italiana, con particolare attenzione alla missio ad gentes» (la missione “ai popoli”, prevalentemente nel sud del mondo). Monsignor Giuseppe Pellegrini non ha chiesto ai presenti una valutazione globale del Convegno, ma qual era, a giudizio degli intervenuti, la sua «ricaduta missionaria». Per intendere meglio la portata delle risposte, va tenuto presente, da un lato, che il tema della testimonianza – in evidenza nel titolo dell’assemblea – ha una valenza quanto mai missionaria, e, dall’altro, che i missionari hanno storicamente avvertito, in altre assise di questo tipo, un senso di estraneità, come se le loro preoccupazioni di evangelizzatori “all’estero” rimanessero sostanzialmente estranee a quelle di una Chiesa che si muove entro i confini nazionali.

Troppi maestri

L’impressione di fondo è molto buona», esordisce la direttrice di una rivista missionaria. «È stato un vero kairòs, un momento di grazia. Non è facile trasmettere un messaggio di speranza a una popolazione così complessa come quella italiana, ma è importante. E gli “ambiti” hanno messo a fuoco delle problematiche forti». Tutti hanno apprezzato – e non a caso è un missionario laico il primo a farlo notare – la positività di questa occasione rara e preziosa in cui i momenti informali di incontro, caratterizzati da semplicità e immediatezza sono stati fonte di arricchimento reciproco di esperienze. In questo, ha notato una suora, il Convegno è stata «un’esperienza di popolo (anche il cardinal Ruini stamattina ha detto “popolo di Dio”! Finalmente questa immagine conciliare è tornata!)». Peccato, fa notare un giornalista, che questa dimensione spontanea di “testimonianza” sia poi del tutto mancata a livello ufficiale, anche nei momenti celebrativi. «Tutti maestri e nessun testimone. Nessun racconto di Speranza. Il missionario ha invece l’abitudine a condividere il vissuto. Ci fosse stata qualche litania in meno, ma una mamma, per esempio, o un immigrato che desse la sua testimonianza…». E qui cominciano gli appunti critici, a partire dalla metodologia adottata. «Ma come fai a gestire gruppi di 90 persone? Ci vogliono gruppi più piccoli, più tempo… In questo modo non c’è dibattito». Per passare al linguaggio, talvolta ambiguo. «Si parla di missione, però ad intra; di mondo, però è solo quello occidentale; di poveri, ma assenti, unicamente come oggetto e non come soggetto… Ma dov’erano i poveri? Del resto il linguaggio delle relazioni, sempre così accademico, li avrebbe esclusi», osserva un superiore provinciale. Il tema fa vibrare la sala del Cum. Un missionario fidei donum pugliese rilancia con calore: «È un’involuzione rispetto ai passi in avanti che come Chiesa avevamo fatto. I poveri protagonisti dell’annuncio!… Ci eravamo arrivati negli anni passati. E adesso, li ritroviamo confinati unicamente nella “Fragilità”. Il resoconto di quell’ambito sembrava… la pattumiera dell’umanità!». Un altro tema che riscalda è quello del ruolo dei laici, e, parallelamente, della donna. Si nota come sia ancora timida l’adozione di un linguaggio “inclusivo” da parte del clero, che sarebbe, se non altro, un segno di attenzione all’altra metà della Chiesa, e come persino Benedetto XVI sia incorso in una gaffe quando a un certo punto ha detto: «…non dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici»!

Vescovi senza zucchetto

Seduti tra le missionarie e i missionari, ci sono anche dei vescovi. Uno di loro, ordinario di un’arcidiocesi campana, dichiara di essere lì semplicemente ad ascoltare, per verificare le sue impressioni: dopo le «aperture» nei primissimi interventi – quello di Tettamanzi, che aveva invitato a parlare «non solo di speranza, ma con speranza», e del teologo Franco Giulio Brambilla, con la sua lettura “mite” della 1ª Lettera di Pietro – aveva rilevato degli «appesantimenti» finali. A sorpresa, un altro vescovo ammette – in replica a un parroco perplesso, che dopo una lunga esperienza di missione fatica oggi a situarsi in una parrocchia di «ricchi, leghisti e “cattolici”» – che «in Brasile è più facile fare certe scelte di radicalità, di denuncia, perché abbiamo il 90% di poveri; in Italia, invece, più che combattere contro l’eccesso di ricchezza in sé, il problema è una mentalità difficile da cambiare». Il terzo prelato, di una diocesi keniana di “prima evangelizzazione”, con semplicità domanda «se la gente capisce i discorsi, le prediche che si fanno qui. Si resta sempre nel generico, non si fanno esempi pratici…». E confida che «il prete africano più conservatore che ho è quello che ha studiato teologia della missione a Roma! Io non mando nessuno a studiare a Roma, per non avere poi chi voglia ripetere laggiù la Chiesa che ha visto qui».

«Compagni di strada»

Siate «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto», dice un versetto della 1ª Lettera di Pietro, che è stata il testo biblico fondamentale del Convegno fin dalla sua fase preparatoria. «Ma nessuno mai viene a chiedermi ragione della mia speranza!», sbotta un direttore di Centro missionario diocesano. «Sono io che devo andare in giro a cercare di “venderla”…». Un grido accorato che introduce un altro tema, forse il più inatteso di quest’incontro. È il momento dell’autocritica. Perché, a parte il rispetto che i missionari ancora riscuotono, è così difficile per loro far passare il proprio “messaggio” nella pastorale normale in Italia? La Chiesa ha finalmente adottato da qualche anno il programma di far diventare le parrocchie delle “parrocchie missionarie”. Una bella cosa, ma «sappiamo noi dare delle risposte pratiche?… a chi ci domanda: “Io voglio essere parroco in una parrocchia missionaria: mi dici come fare?”. Abbiamo noi delle realtà qui in Italia da proporre come modello, almeno a livello sperimentale?». Sulle dita di una mano. «Non abbiamo neanche un grande apporto di riflessione da dare: come istituti missionari siamo un po’ carenti sul piano teologico-pastorale. In ogni caso abbiamo qui un campo nel quale dobbiamo spenderci: ma con umiltà. Le risposte non le ha nessuno. Siamo missionari, ma non abbiamo molto da insegnare. Facciamoci compagni di strada anche di questa Chiesa così come lo siamo in Africa, in Brasile, in Mongolia…».

pubblicato su Africa novembre-dicembre 2006

 

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