Babbo Natale è vivo

Un recente e spontaneo utilizzo pubblico dell’albero di Natale induce a qualche riflessione. Rivolgersi al nonnino della Coca-Cola è forse preghiera meno impegnativa?

Milano. Stazione Centrale. Natale alle porte. Svetta un abete di almeno otto metri di altezza. Nella fascia bassa, quella ad altezza d’uomo, il verde è sommerso di bianco: non fiocchi di cotone similneve ma biglietti di carta di ogni dimensione. Così l’anno scorso, non solo in Centrale ma anche a Termini, Roma. Così, immaginiamo, anche nelle settimane venture.

Lo hanno battezzato “albero dei desideri”, e soffermarsi sui messaggi di questa laica “preghiera dei fedeli” può essere istruttivo. Anzitutto per il destinatario. In qualche caso, pochi, si tratta di Gesù − «dona tanta salute, fede e amore perché il 2005 ci ha messo davanti a dure prove» − e non mancano i toni apocalittici o escatologici: «Caro Signore Gesù, salva gli italiani prima della fine. Il tuo discepolo Bruno»; «Né vita, né morte, né principati (…). Grazie Gesù per il tuo amore che ha cambiato la mia vita. Grazie per la promessa che tornerai presto!». Ma la stragrande maggioranza dei bigliettini è rivolta a Babbo Natale.

I contenuti sono vari, dalle immancabili rimostranze alle ferrovie («Vergognatevi! Ci trattate come bestie») alla posta del cuore: «Vorrei vedere l’uomo della mia vita»; «Vorrei riuscire ad amare ed essere ricambiata»; «Fammi incontrare il tipo della mia vita». Un blog vi ha dedicato un’analisi impietosa, rilevando un generale «ripiegamento assoluto sul proprio privato». E ancora, quel genere di amore che pende dai rami gli appare come «un contenitore vuoto da riempire», il «desiderio di un desiderio».

Noi abbiamo rilevato anche un discreto numero di “preghiere” riguardanti sia la politica sia situazioni famigliari per diversi motivi critiche. Quanto alla prima, è sempre spruzzata di ironia («Vorrei che da grande mi facessi diventare premier!! Al posto di quel…»), le faccende di famiglia, invece, sovente rivelano drammi: «Fa’ che i miei figli guariscano completamente. Per me un po’ di serenità»; «Quest’anno chiedo che la mia mamma stia bene, che il mio papà voglia ricostruire la nostra famiglia e che mia sorella sia felice per sempre»; «Vorrei che mia moglie ritrovasse il sorriso e la serenità di quando l’ho conosciuta»; «Vorrei stare bene con la mia famiglia!»; «Dacci un anno senza litigi». Oppure, un sanguinante «Nicolò ringrazia suo padre per averlo abbandonato. Buon anno».

Il regalo più bello

Accanto alle goliardate, mediamente non troppo volgari, temi fissi sono il lavoro e la scuola: da un disperato «Rivoglio il 18 politico» a un più serio «Ti chiedo una cosa che probabilmente ti stanno chiedendo in tanti (troppi): un lavoro», passando per un «Questo Natale vorrei che mi regalasse la laurea».

E a chi implora «che tu mi faresti vincere alla lotteria» (anche a Natale i congiuntivi fanno strage), controbatte chi non chiede «soldi perché non so come spendere… Vorrei un po’ di pace, di serenità».

Pace e serenità sono abbastanza ricorrenti, in sintonia con la data. Vista la totale gratuità e anonimato della situazione, appaiono qui ancor più sincere che nei soliti biglietti e cartoline (e sms) inviati ad amici e parenti: «Che il nuovo anno porti serenità nel mondo». Per qualcuno, «il regalo più bello di quest’anno è vedere questo albero pieno di messaggi d’amore. Nonostante la violenza che c’è in giro gli uomini continuano a cercare l’amore».

Insomma attardarsi tra questi biglietti è un idromassaggio di umanità. E una riprova che la comunicazione elettronica non ha inaridito il bisogno di altri modi di comunicare.

L’albero riabilitato

Ma c’è dell’altro da osservare. Francesco De Gregori trent’anni fa cantava L’uccisione di Babbo Natale. Questi, invece, oggi è vivo e vegeto più che mai. Molto più del Bambino cui si fa festa. Anche Babbo Natale, certo, ha una valenza religiosa. Alla sua origine c’è un santo cristiano, Nicola di Mira, o di Bari, fusosi poi con il dio germanico Odino (ampio articolo al riguardo su Wikipedia, internet). Ma è indubbio che il personaggio che tutti abbiamo in testa è il paffuto e dinamico vecchietto vestito di… “rosso Coca-Cola”. Fu infatti la bibita di Atlanta a lanciarlo, nel 1931, nella rubiconda immagine ideata da Haddon Sundblom (sull’argomento c’è tutto un libro di Nicola Lagioia: Babbo Natale. Dove si racconta come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario, Fazi editore).

L’albero, poi. Elemento strategico, con i suoi rami che sembrano un naturale supporto per i biglietti, così come per le più tradizionali luci e palline. Simbolo “pagano”, a lungo visto come concorrente del presepio. Finché non è stato introdotto sulla stessa Piazza San Pietro: anche quest’anno gareggerà in altezza, con l’obelisco, per la venticinquesima volta, sovrastando il presepe. La Sala Stampa vaticana così lo “giustifica”: «Sembra abbia avuto un’origine cristiana nei Paesi nordici. Pare sia da collegarsi alla festa di Adamo ed Eva celebrata in Germania il 24 dicembre. Era considerato l’albero del Paradiso e frutti simbolici pendevano dai suoi rami».

Civiltà dei desideri

Infine i desideri, che ruotano attorno ai rami in un moto incessante e crescente. Per il buddismo, il desiderio è dolore, si tende quindi alla sua estinzione. Per Aurelio Agostino: «Il tuo desiderio, ecco già la tua preghiera. C’è una preghiera interiore che non cessa mai: è il tuo desiderio. Se vuoi pregare, non smettere mai di desiderare». Anche se per il vescovo di Ippona non qualsiasi desiderio vale, ma quello «che in noi si richiami a Dio costituisce già una preghiera».

Nell’introdurre il suo Occasione o tentazione? (Ancora), Silvano Fausti si sofferma sull’etimologia: «“Con-siderare”, stare-con-le-stelle, in cerca della propria, è l’origine del pensare e dell’agire umano. Solo quando uno ha trovato la propria stella, “de-sidera”, smette-di-considerare, perché sa la direzione verso cui muoversi. L’uomo è un animale “eccentrico”: ha il suo centro fuori di sé, che lo sbilancia verso l’oggetto del suo desiderio». Rimane da vedere, perciò, quali sono i desideri che fanno da magnete al nostro tempo.

La nostra impressione, sfogliando l’abete della Centrale, è che essi si possano raccogliere in due macrocategorie: il desiderio al singolare, quello profondo, di sempre e di tutti anche quando inconscio, senza un oggetto specifico che non sia la sete di vivere, e vivere in pienezza (con salute, amore, pace, armonia… − in termini biblici possiamo pensare al Padre nostro). La felicità.

E poi i desideri, che sono l’epifania quotidiana del desiderio fontale. Quelli che passo dopo passo ci indicano «la direzione verso cui muoversi», ma che anche, divenuti patologici, ce ne sviano. Ciò accade quando i desideri immediati soffocano il desiderio invece di servirlo, quando occupano l’orizzonte di un’intera società, spinta a consumare desideri dal ciclo vitale sempre più breve. Qualcuno parla della nostra come di “civiltà dei desideri” che si è sostituita a quella “dei bisogni”. Non si desidera più ciò che è necessario per vivere, ma si desidera il desiderio stesso (vedasi l’angoscia ormai culturale innescata dal solo timore della “perdita del desiderio” − ovviamente sessuale).

L’economia stessa, si capisce, ha un legame di causa/effetto con questo tipo di civiltà, come se oramai non le restasse da produrre che oggetti e servizi effimeri, corrispondenti a “bisogni” che non sono, in effetti, tali. Una fabbrica di desideri. Che sarebbe meglio chiamare voglie.

«Caro Babbo Natale − iniziava uno dei tanti messaggi − so che non esisti, ma…». Ma se mi rivolgo a te so di poterlo fare senza tanti problemi, senza bisogno di discernere quali sono i miei desideri autentici. Mi bastano quelli che mi suggerisce la pubblicità.

pubblicato su Evangelizzare dicembre 2006
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