Il colono buono

Léopoldville? Kinshasa. Fort Lamy? N’Djamena. Lourenço Marques? Maputo. Salisbury? Harare. Perfino Pretoria adesso è Tshwane. E Brazzaville?… Brazzaville!

L’unica capitale africana ad avere conservato il nome di un colono è quella congolese. E non perché, al momento dell’indipendenza, nessuno vi avesse prestato attenzione. Tant’è vero che adesso, a cent’anni dalla morte, il Congo ha voluto le spoglie dell’esploratore Pietro Savorgnan di Brazzà (1852-1905) sinora inumate ad Algeri. Il 3 ottobre sono state trasferite – insieme a quelle della moglie e dei quattro figli – in un mausoleo nuovo fiammante, in marmo di Carrara (15 milioni di euro!), eretto sul luogo dove Brazzà strinse a nome della Francia, nel 1880, un suggestivo patto di pace con il re Makoko.

Come il nome fa sospettare, l’esploratore e governatore che viene ricordato come un “anti-Stanley” per la sua avversione alla schiavitù e i suoi modi rispettosi verso gli indigeni, era italiano (l’Auditorium di Roma gli ha dedicato di recente una mostra, e nel 2005 le Poste hanno emesso un francobollo commemorativo). Anche se, per inseguire il suo sogno africano, dovette infranciosarsi (salvo essere sconfessato da Parigi, negli ultimi anni di vita, per le sue denunce degli eccessi coloniali).

Come ad ogni festa, anche qui non poteva mancare il “guastafeste”, che questa volta porta il nome di Théophile Obenga. Congolese, discepolo di Cheikh Anta Diop e uno dei massimi storici africani, Obenga ha denunciato il vuoto di memoria riguardante il comportamento disinvolto del conte friulano nei confronti delle donne: violò persino la principessa Ngalifuru, vestale del fuoco sacro del re. Ma ancor più di questo sembra bruciare a Obenga il fatto che «i congolesi nutrono odio politico gli uni verso gli altri, e preferiscono celebrare uno straniero come Savorgnan di Brazzà» piuttosto che glorie nazionali come Mabiala Ma Nganga, André Matsoua o Marien Ngouabi (o il cardinal Émile Biayenda, aggiungiamo noi. Ma è ben vero che il mandante del suo martirio dopo trent’anni è ancora al vertice dello stato!).

E così, mentre le Conferenze episcopali di Francia e del Congo patrocinavano la causa di beatificazione del “Lawrence d’Africa”, il quindicinale dello stesso episcopato congolese ospitava degli autorevoli interventi a chiedere lo “sbattezzo” della capitale per restituirle il suo nome originario: Mfoa.

pubblicato su AMANI dicembre 2006
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