«Anch’io credo negli orixás»

Acquerello di Claudio Bighignoli

«Non è raro, al volger del giorno, quando il sole tramonta e i rumori si fanno meno aggressivi, cominciare a sentire, lontano, altri ritmi e suoni che entrano negli orecchi, all’inizio, in maniera quasi impercettibile e poi si fanno più insistenti, come messaggi in codice che solo pochi possono afferrare. Vengono dai terreiros (i “templi”) del candomblé. Annunciano la festa».

Riprendiamo da un libricino uscito di recente in Brasile, su padre Ettore Frisotti (João Munari, Heitor Frisotti. Sob a proteção dos orixás, Editora Alô Mundo, São Paulo, 2006; pag. 11 – dal 2008 anche in edizione italiana: Nel mondo degli spiriti, Emi) queste righe descrittive dell’ambiente di Salvador di Bahia e sul suo legame stretto, costante, pervasivo, con la religione colà scaricata insieme agli schiavi razziati nel Golfo di Guinea.

«Il popolo sa – continua la pagina che citiamo – che il suono degli atabaques (dei tamburi), chiama gli orixás (spiriti legati alle forze della natura, espressioni dell’energia divina) perché vengano dall’Africa, come fecero un tempo, a confortare i loro figli. Gli orixás sono di casa a Salvador. Ce n’è uno per ogni persona e famiglia. Sono così presenti nella vita della città, che ognuno di essi ha un suo giorno, un suo colore, una sua danza, i suoi piatti preferiti, i suoi strumenti, il suo saluto caratteristico, la sua maniera particolare di rivelarsi e di attirare l’attenzione… Linguaggi e simboli sono noti agli iniziati. Nulla si fa né accade senza il consenso degli orixás. La relazione con loro attraversa la quotidianità e cattura il cuore».

È in questa città di quasi tre milioni di abitanti – la “Bahia di tutti i santi” immortalata da Jorge Amado (dove “santi” è il sinonimo cristianizzato di orixás) – che nel 1983 mette piede, trentenne, un missionario dalla figura esile e dalla parola ora dolce ora rasoiante. Era la sua «sorridente radicalità», come qualcuno la definiva. Nato a Foggia, dopo il primo anno di ingegneria Ettore aveva seguito l’iter formativo dei Comboniani, con studi teologici a Granada in Spagna, fino all’ordinazione nel 1979. Nella redazione di Nigrizia cui viene subito assegnato, si interessa soprattutto alla diaspora africana nell’America Latina. Una minoranza percentualmente importante ma socialmente ed ecclesialmente invisibile, quando non vittima di razzismo. Il tema, all’epoca, era ancora abbastanza nuovo dal punto di vista pastorale. A livello ufficiale venne riconosciuto solo dalla Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Puebla, nel 1979, che nei «volti di indigeni e, spesso, di afroamericani che vivono emarginati e in situazioni disumane», vide «i più poveri tra i poveri» (n. 34).

A Salvador si immerge progressivamente nella cultura afro. Ma quale approccio avere al candomblé? Determinante per “Heitor”, come ormai suonava in Brasile il suo nome di battesimo, fu l’incontro con un prete fidei donum, François de l’Espinay.

L’Espinay aveva un passato denso. Venne ordinato dopo cinque anni di prigionia in Germania e, nel 1954, inviato come cappellano militare delle truppe francesi, dapprima in Indocina quindi in Algeria. Qui fu uno degli estensori del Dossier verde, costretto a una circolazione semiclandestina per la sua denuncia dell’uso della tortura da parte dell’esercito occupante. “Il barone”, come veniva chiamato dagli amici, alla fine della guerra d’Algeria fu mandato in America Latina a nome del Cefal – la Commissione Episcopale Francia-America Latina presieduta da Guy-Marie Riobé, il profetico vescovo di Orléans – per assicurare il collegamento tra i missionari francesi. Per una decina d’anni rimase in stretto contatto con il Centro interculturale di documentazione (Cidoc) di Cuernavaca, in Messico, del quale fu praticamente cofondatore con Ivan Illich. Nel 1974 – memore della parola di Riobé: «François, ci sono molti modi di essere sacerdote» – scelse di stabilirsi a Salvador: «Non perché pensassi di avere qualcosa da portare al mondo nero, ma perché avevo la vaga intuizione che avrei avuto molto da imparare».

Il suo primo impatto con le celebrazioni del candomblé non fu folgorante. Più decisivi furono i contatti informali con alcune fedeli, le filhas-de-santo: «La loro fede mi incantò. Parlavano molto di Dio: di Dio che le ama, le assiste, fa parte della loro vita. Per me fu uno shock, scatenato da una fede differente dalla mia eppure incontestabile. Un giorno chiesi loro: “Ma voi siete cattoliche?”. “Certo, noi siamo anche cattoliche”. – “Siete battezzate?”. Mi guardarono quasi irritate: “In ogni caso non siamo mica pagane, no?”. Avevo azzardato. Era necessario aspettare ancora, vedere, ascoltare molto, penetrare più in profondità per capire quello che vivevano, interiormente nei loro culti e esteriormente nel cattolicesimo. A poco a poco cominciai a capire, e scoprii tutta l’importanza che il candomblé rivestiva nella loro vita. Hanno con l’orixá la stessa relazione intima che noi stabiliamo con Cristo».

Nel suo avvicinamento al candomblé, padre François aveva ricevuto il sostegno di due personalità del mondo ecclesiale. L’uno era l’arcivescovo di Salvador, il cardinale Avelar Brandão Vilela, «un uomo semplice e paterno, che aveva appreso le grandi virtù della pazienza e della tolleranza. Aveva anche imparato a convivere con il candomblé: non lo combatteva né lo incentivava. Si rendeva conto che esistevano ragioni storiche profonde che avevano intrecciato elementi cattolici con elementi che gli schiavi avevano portato con sé dal loro mondo. Personalmente, mostrava di non dare peso al fatto che ci fossero dei cattolici che frequentassero il terreiro e mães e filhas-de-santo che frequentassero le chiese. Questa è la Bahia» (Op. cit., pag. 16). Sarà lo stesso dom Avelar (che però non approvò l’impegno più radicale assunto più tardi da François nel candomblé) ad accogliere Heitor.

L’abate benedettino Timóteo Amoroso Anastácio, che anche Heitor ebbe modo di conoscere e frequentare fino alla sua morte nel 1994, è la figura che introdusse concretamente padre François nel mondo del candomblé. «Incontrare i sacerdoti e le sacerdotesse del candomblé… che bello!», amava dire dom Timóteo. «Persone di grandi virtù cristiane, accoglienti, piene di umiltà, di pazienza, di gentilezza e anche di rispetto. Mai hanno tentato di farmi lasciare la religione cattolica perché diventassi un fedele del candomblé». Già nel 1965 dom Timóteo era stato incaricato dall’allora arcivescovo Eugênio Salles di elaborare una liturgia più vicina alla sensibilità afro. Era nata così la Missa do Morro, con l’introduzione, tra l’altro, di strumenti tradizionali come gli atabaques e i berimbaus. Destò scandalo (il Concilio era appena terminato), ma il vescovo difese la scelta (in seguito si ricrederà e, cardinale a Rio de Janeiro, si opporrà alla scelta del tema della campagna quaresimale del 1988: “La fraternità e il nero”).

Il coinvolgimento di padre François andò crescendo. Fino al giorno in cui gli orixás gli fecero capire che doveva diventare ministro di Xangô. Decidersi non fu facile: «Sapevo che dovevo passare per una iniziazione. Fu una sfida per me. Non sapevo cos’era. Non era qualcosa che contraddiceva il mio essere cristiano? Ma io non volevo rinnegare niente della mia fede cristiana e del mio sacerdozio!». Accetta infine l’iniziazione. Più tardi affermerà: «Non c’era niente che andasse contro il cristianesimo. Non ho difficoltà a vivere la mia vita di prete e la mia vita di candomblé. Se mi domandate se credo negli orixás, rispondo che credo negli orixás e che credo in Gesù Cristo. Le due cose non sono contrarie, sono la stessa Parola di Dio: una per il bianco, l’altra per il nero».

In un’altra occasione, scrivendo di suo pugno, nel tentativo di fare una sintesi della propria esperienza si interroga sulla questione Cristo: «Gesù Figlio di Dio, Dio fatto uomo, Salvatore e Redentore, non ha un posto nella teologia del candomblé. In compenso, non è negato, né rifiutato, né disprezzato; le persone diranno: “Gesù Cristo è la maniera che hanno i cristiani di parlare di uno dei nostri orixás”. E la gente del candomblé arriva al punto di adottare spiritualmente il santuario più celebre di Salvador, la chiesa di Nosso Senhor do Bonfim: vi si recano ogni venerdì a rendere omaggio a uno dei loro più importanti orixás, quello che, per ordine di Dio, stringendo il seme della terra nelle sue mani, le permise di nascere».

E, dopo qualche considerazione sull’inculturazione: «È forse un’ingenuità pensare che noi esageriamo la nostra verità su Gesù Cristo? Colui che annunciamo è colui che si è rivelato a noi, alla nostra portata. Ma che il nostro Gesù Cristo non abbia un vero impatto sui fedeli del candomblé rimane un fenomeno impressionante. Solo Dio sa quanto hanno sentito parlare di lui, e quanto è loro anche familiare, in qualche modo. E allora mi domando: se Gesù Cristo, Verbo Incarnato, parlasse anche a loro, ma sotto un’altra forma? E aggiungerei quanto un vescovo, e non dei meno importanti, diceva a voce bassa, senz’altro, ma con un tono più che confidenziale: “In fondo, se il Verbo si servisse anche degli orixás per parlare a questo mondo nero?”. Rientrerebbe nella logica del Padre, così attento nell’adattarsi al mondo di ognuno».

Ettore Frisotti è stato l’unico erede di padre François de l’Espinay. Lo ha frequentato e conversato a lungo con lui quando era ormai divorato dal cancro. Il 1985, anno della morte di François, fu l’anno anche dell’uccisione di padre Ezechiele Ramin, in Rondônia, vittima di uno degli innumerevoli conflitti brasiliani sulla terra. “Lele” era stato compagno di studi di Ettore. L’evento, secondo le sue stesse parole, «contribuì a dare un’ulteriore svolta. Mi chiedevo che tipo di presenza avere in relazione ai terreiros. Quel ritiro fu particolarmente sofferto perché restai “al buio”. Non avrei potuto decidere niente in ogni caso se non “rimanere in ascolto”. Pochi giorni dopo, ci giunse la notizia della morte di Lele. Fu in certo modo uno shock perché non credevo fosse possibile uccidere un prete nel periodo di democratizzazione del Brasile. Ma mi aiutò a capire che un missionario segue la sorte del gruppo al quale s’è dedicato.

Nel mio caso, non sarebbe stata una morte violenta, ma una sottile discriminazione, come per François e tanti neri… Avevo capito quello che il Signore voleva dirmi e capii anche che la mia vera scelta sarebbe stata quella di “lavorare per sempre con gli afro”. Non alcuni anni e poi basta, a fare un altro lavoro, ma per sempre».

Va detto che i superiori, seppur di un istituto missionario nel quale è prassi una “rotazione” tra la cosiddetta missione all’estero e la prestazione di altri servizi nel Paese di origine, rispettarono sempre la scelta di Heitor. Che la espresse anche con queste parole: «Mi sento motivato da una passione nei due significati del termine: è un soffrire-con ed è una passione che mi prende il cuore. Se non fosse stato per questo, ancor oggi rischierei di essere un passeggero in Brasile: uno che sale sull’autobus, viaggia per un po’, scende e ha visto e sentito le cose comodamente seduto, dal finestrino».

Dopo l’assassinio di padre Ezechiele, luglio, si spegne padre François, dicembre. «Con Balbino (il pai-de-santo cui Heitor era particolarmente legato, NdR) sentii per la prima volta che pregavamo insieme – in modi differenti – al suo capezzale (Heitor gli amministrava l’Unzione degli infermi, NdR), e alcune cose che mi furono rivelate in quel tempo mi coinvolsero sempre di più nell’esperienza religiosa afrobrasiliana».

Il 1988 è un anno cruciale. Non tanto per la Campagna della Fraternità incentrata sugli afro (con lo slogan «Ho ascoltato il grido di questo popolo»), quanto per una vicenda che vede due giovani suore nere lasciare il convento «per obbedire agli orixás, e tu sei stato il loro orientatore spirituale», come gli contesta il cardinale Lucas Moreira Neves, da un anno arcivescovo della Bahia. Le relazioni ritrovano poi un certo equilibrio, grazie anche alla mediazione dei superiori comboniani (sarà dom Lucas, dieci anni dopo, che nel frattempo era stato chiamato nella Curia romana, a prendere l’iniziativa di andare a conferire l’Unzione dei malati a Heitor sul letto di morte, a Verona).

Ma la «ferita» rimarrà a lungo aperta. Fedele alla sua opzione fondamentale del 1985, Ettore sente che non può stare “al finestrino” e si pone con serietà la questione, non nuova, se farsi iniziare. Pai Balbino – che aveva detto di padre l’Espinay: «Nel terreiro François è tutto: prete, amico, consigliere, padre» – aveva anche detto a Heitor: «Per me, tu sarai sacerdote solo quando rimarrai chiuso come lui in quella stanzetta». E gli aveva indicato la “casa” di Oxum, l’orixá femminile dei fiumi e dell’acqua dolce, della fertilità e della gravidanza.

Il persistere di forti emicranie, inizialmente attribuite all’alimentazione, insinua in lui il sospetto che non si tratti invece di qualche “chiamata” da decifrare. Si fa “lanciare le conchiglie”, forma di divinazione tipica del candomblé e ben conosciuta in Africa occidentale. Chiede consiglio ad alcune persone fidate, tra le quali dom Timóteo, Juan Antonio Estrada, un teologo gesuita amico, suo compagno di studi a Granada, e il suo superiore provinciale, Franco Masserdotti (poi vescovo di Balsas, Maranhão, e falciato da un incidente stradale nel settembre 2006)… Tutti, per un motivo o per l’altro, e con grande rispetto per il suo cammino, cercano di dissuaderlo. Masserdotti gli scrive: «Temo che la tua iniziazione nel candomblé: a) possa essere inconsciamente una fuga dalle contraddizioni istituzionali della Chiesa ufficiale e dalla vita religiosa stessa (delusione); b) possa causare maggiori difficoltà di comunicazione e comunione con il mondo del candomblé (a motivo della repressione da parte dell’istituzione); c) possa essere un’opzione personale senza sufficienti riferimenti alla comunità e possa provocarti situazioni di schizofrenia nella vita comunitaria. Prendo in considerazione anche l’ipotesi del tuo amico spagnolo: data la possibilità che ci sia una certa dose di “entusiasmo” nel tuo desiderio di essere iniziato, non sarebbe meglio per lo meno congelare la decisione per qualche tempo, dopo un allontanamento fisico provvisorio da Salvador (allontanamento dovuto agli studi che hai in programma)?».

Gli studi cui la lettera allude, Heitor li condurrà effettivamente tra il 1990 e il 1992, dedicandosi, come anticipia a padre Estrada, alla «teologia delle religioni (soprattutto delle afro) che, mi hanno detto a São Paulo, in America Latina è una questione nuova e prematura e che non c’è nessuno che conosca bene; ma vorrei tentare lo stesso». Il percorso si concluderà, a São Paulo, con una pós-graduação in dogmatica. (La tesi, discussa nel 1994 con il titolo Um olhar diferente, sarà pubblicata nel 1996 da Paulus, São Paulo, col titolo Passos no diálogo; nel 1999 le Edizioni Studio Domenicano la propongono in italiano, come quaderno monografico n. 17 della rivista “Sette e Religioni”, sotto il titolo Religioni afro-brasiliane nel dialogo con la Chiesa Cattolica). Ma ascoltiamo in quali termini Heitor descrive, in una lettera del 1989 a Estrada, la propria ricerca.

«Non si tratta della conversione da una religione all’altra, di una scelta razionale sulla base di: qual è la religione migliore? dove trovo la mia identità? la Chiesa non mi soddisfa: il cattolicesimo ha sempre oppresso i neri… La realtà è un’altra.

Il candomblé è uno spazio di vita comunitaria e religiosa ( e consacrata) organizzata intorno alla manifestazione degli orixás. Gli iniziati si organizzano in una specie di comunità di consacrati – se fosse possibile una comparazione: un convento familiare e aperto – i cui vincoli non corrispondono certo ai nostri di Vita Religiosa, ma dove esiste un vero cammino di consacrazione agli orixás e a Dio. Solo un gruppo di iniziati ha il dono di essere “posseduto” dagli orixás; o, come si dice: entrare in trance. Nessuno sa spiegare come sia e cosa succede. Si sa solo che alcuni possono e altri no. E che nel cammino rituale dell’iniziazione e della vita consacrata all’orixá che dirige la vita della persona, si stabilisce un’armonia personale e una comunione, segno della forza di Dio nella comunità. Davanti agli orixás che danzano nella festa attraverso i loro figli e figlie, non posso fare a meno di riconoscere che, in maniera molto diversa, è la stessa fede che dice: “Parola di Dio in mezzo a noi!” e ringrazia il Signore.

La nostra mentalità occidentale ci porta a immaginare gli orixás – definiti come forze personificate della natura, antenati e intermediari di Dio – come se fossero degli spiriti a mezza strada tra Dio e l’umanità. E la nostra fede reagisce per dire che non abbiamo niente a che vedere con loro, che siamo liberi, che Gesù Cristo è al di sopra di tutti gli spiriti (san Paolo) ed è l’unico mediatore. Questa configurazione piramidale l’ho lasciata da un pezzo, anche se inconsciamente riappare quando meno te l’aspetti.

Lo scoprire cosa vuol dire ancestralità m’ha aiutato molto di più. Simile alla corrente della vita che faceva dire agli ebrei: nel ventre dei nostri padri abbiamo passato il Mar Rosso. Quanto più risaliamo i nostri ascendenti e antenati, tanto più incontriamo una forza di vita maggiore e una famiglia maggiore: i parenti tutti, il clan, la tribù, il popolo, l’etnia, l’umanità, il creato, Dio. E gli orixás stanno all’inizio del creato, dell’umanità, dell’etnia, del popolo, della tribù, del clan, della famiglia allargata… e accompagnano i miei genitori nel darmi vita. Uno tra gli orixás vive con me, accompagnandomi la vita intera, dal concepimento alla morte. È mio e non è solo mio perché porta con sé la mia famiglia nel tempo, l’umanità e il creato: è personale e comunitario; è particolare e universale. È vicino, intimo all’uomo, ma non è umano; esige come un Dio, conosce il linguaggio di Dio, ma non è Dio. Lo considero come una coscienza intima e maggiore – da non confondere con l’inconscio o il superego – che vive in me. È anche colui che conosce il mio destino o, per dirla alla cristiana, è la mia vocazione in tutti i suoi passi concreti.

Non l’ho trovato scritto in nessun libro, nessuno me ne ha parlato in questi termini, ma lo sento così. Non vedo come questa parola di vita e di morte, questa parola di Dio, possa essere incompatibile con Gesù Cristo. Gli orixás sono realtà creata e realtà umana, per questo non dispensabile. Non posso dispensare il mio essere maschio, bianco e italiano con tutto quello che di storia, identità, dominazione e inconscio collettivo l’essere maschio, bianco e italiano porta con sé. Non parliamo di libertà in tutto questo, ma di condizione umana. Perché allora dire che l’orixá non ci lascia liberi se fa parte della nostra condizione umana? Perché dispensarlo se è una nostra coscienza maggiore?».

E dopo altre considerazioni in cui cuore e logica stringente si danno la mano, com’era nel suo stile, Heitor viene piano piano al punto. «Quelle feste di candomblé che all’inizio erano lusso e culto separato dalla vita – così credevo – oggi per me sono celebrazioni della storia, di salvezza, o meglio, di tante storie di salvezza: dell’umanità, di popoli, di amici; storie collettive e personali.

Anch’io credo negli orixás. Non posso farne a meno. Essi sono all’inizio della mia vita e della vita di tutti. Perché dispensare questa parola di Dio? Una parola che mi ha cambiato e mi fa vedere la vita, le persone, Dio, in un altro modo? Una rivelazione… una liberazione… E perché spezzare la corrente della vita, tutto il sacrificio, il sudore, la fede e il sangue versato perché io potessi essere quello che io sono oggi? La nostra mentalità, o meglio, l’ideologia dominante nella nostra società vuole tagliarci i genitori. Ha inventato la famiglia monocellulare: un uomo, una donna e qualche figlio. Che s’arrangi: senza famiglia (passato) e senza comunità (presente e futuro). Così ci individualizza e ci isola nella storia. E ci domina con più facilità. Allo stesso modo schiavizzarono gli africani separandoli: senza genitori, senza parenti, senza antenati non si può parlare con Dio, non si è più popolo.
Oggi comprendo quello che François diceva: “Credo in Gesù Cristo e credo negli orixás. Tutt’e due”. È una professione di fede anche mia».

Heitor lo vedremo oramai sempre vestito di bianco, il colore rituale di Oxalá, l’orixá dell’aria, della creazione, della pace. L’orixá più anziano, quello associato a Gesù, quello cui è sacro il venerdì. Delegato al Capitolo dei Missionari Comboniani del 1997, quando il gruppo venne ricevuto da Giovanni Paolo II, tutti i confratelli erano in clergyman: l’unico che “stonava” era lui, biancovestito. Morirà un anno dopo, a 45 anni, nelle primissime ore del 29 agosto.
In Brasile era ancora venerdì.

pubblicato su Ad Gentes 1/2007
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