Il mattino in cui l’umanità si alzò in piedi

Il titolo e il taglio di questa pagina [la rubrica “La storia acerba”] erano già decisi quando è arrivata la notizia della morte di Joseph Ki-Zerbo (il 4 dicembre, all’età di 84 anni).

A lui – il primo africano abilitato all’insegnamento universitario della storia – spetta quindi il “patrocinio” di questa rubrica. Tanto più che l’informazione italiana con lui è stata particolarmente avara. Chi ha dimestichezza con internet lo capisce bene: da una ricerca su Google News risultava, a otto giorni dalla sua scomparsa, che appena due testate italiane ne avevano dato notizia. Meritano una menzione: sono il settimanale Vita e l’agenzia online Unimondo. Questo, su oltre 250 siti quotidianamente passati in rassegna da Google.

Della scomparsa di Ki-Zerbo hanno certo parlato anche altri siti e giornali che non sono presi in considerazione dal più celebre dei motori di ricerca, come Avvenire e l’agenzia Misna. Poche gocce nel mare magnum dell’informazione.

Motore a tre tempi

«Ho avuto la fortuna di studiare il latino», disse pochi anni fa Ki-Zerbo all’Università La Sapienza di Roma. «Cicerone, Sallustio, Tacito… Eppure mi rendo conto che ciò che è importante non è quello che abbiamo imparato in latino, ma ciò che abbiamo dimenticato in africano. Dobbiamo considerare la storia autoctona, non quella che ci hanno imposto da fuori. Ciò che contraddistingue l’uomo dagli altri animali non è tanto il presente, quanto le altre due dimensioni della storia, cioè il passato e il futuro. La storia, infatti, non è soltanto il passato; essa è come un motore a tre tempi: il tempo del presente non è abbastanza significativo, qualificante, indicatore dell’umanità. Gli animali sono molto concentrati sul presente. Per esempio il fatto che alcuni quadrupedi abbiano la testa rivolta verso il suolo indica l’importanza che ha per loro il presente, il qui ed ora.

Un momento decisivo nella storia dell’umanità fu quello in cui l’uomo assunse la posizione eretta. E ciò è avvenuto in Africa. Questa tappa dell’evoluzione è considerata come un inizio di liberazione dell’uomo». Un episodio di “cronaca” di un milione e mezzo di anni fa che si è tramutato in storia, quella della specie umana – e di ognuno di noi.

Cammino di liberazione

Ki-Zerbo rivendicò la dignità di fonte “storica” al patrimonio orale, all’organizzazione del territorio, alle testimonianze fotografiche… Non era più sufficiente consultare gli archivi coloniali, bisognava “aprire” quelli propriamente africani. Anche se non scritti. Anche se acerbi, secondo il punto di vista europeo. Era ormai tempo di studiare quelle fonti che della storia del continente davano, più che una inconfutabile cronologia, il senso.

Noi non ce ne rendiamo conto, ma dobbiamo anche a Ki-Zerbo – il cui sforzo di decolonizzare la storiografia si rivelò alla fine convergente con la scuola francese degli Annales – se oggi non guardiamo più alla storia come a un arido catalogo di nomi di imperatori e di date di guerre, ma la vediamo preferibilmente “dal basso”: come un lungo – spesso contraddittorio – cammino di liberazione di cui sono protagonisti i popoli, con i loro usi e sapienze.

Dinamiche che Ki-Zerbo applicava anche al movimento delle donne. Le quali «non saranno liberate dall’esterno», ha detto nel suo libro-testamento (A quando l’Africa?, Emi). «Si libereranno da sole, individualmente e collettivamente. Se le donne si intendessero veramente, condurrebbero il mondo».

pubblicato su Raggio (ora Combonifem) gennaio 2007
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