Nemico silenzio

Come le stelle dai nostri cieli urbani, così il silenzio dalle nostre vite. Inquinato, calpestato, desaparecido. Eppure è l’ossigeno del comunicare.

L’ultimo – si fa per dire – ritrovato in materia è la “miniradio subacquea”: ovviamente «per ascoltare la tua musica preferita anche in acqua». Il gadget di una rivista di divulgazione scientifica. Come dire: abbiamo finalmente abbattuto anche l’ultima barriera del silenzio, lo abbiamo stanato anche là dove sembrava inespugnabile. Non è propriamente l’avviso di Nicola Brischigiaro, recordman di apnea, che all’ultimo “Torino Spiritualità” ha guidato un’esperienza, in piscina, di ascolto del silenzio. «Il silenzio subacqueo – ha commentato qualcuno che ha preso parte alla serata – è una cosa che dopo qualche secondo si confonde col silenzio del proprio corpo, un piccolo brusio nelle orecchie, l’opacizzarsi di tutto il sistema percettivo a vantaggio soltanto delle percezioni cinestetiche, quando il corpo percepisce se stesso».

iPod generation

Una trovata diversa – un rumore per difendersi dai rumori! – è quella di certo Howard Stapleton, che gli ha anche fatto guadagnare il premio “igNobel per la Pace” (attribuito dalla Harvard University) 2006. Come difendersi dal chiasso molesto e volgare delle bande di adolescenti che la notte si appostano davanti a un bar o a qualsiasi angolo di strada, rovinando il sonno di chi il mattino deve alzarsi per andare al lavoro? Con un apparecchio che emette un suono di 14,4 kilohertz. Ovverosia una frequenza non udibile dall’orecchio di un adulto ma che è insopportabile per un giovane fino ai 20-25 anni di età.

Il fatto è che la nostra vita non è assediata solo dai rumori ostili che gli altri ci infliggono (si veda la breve ed efficace animazione di Bruno Bozzetto su www.missionerumore.it), ma soprattutto dal silenzio di cui volontariamente ci priviamo. Certo, il silenzio assoluto, zero decibel, in natura praticamente non esiste. Ma non è il gorgogliare di un torrente o il tubare di una tortora che lo infrange; ci pare anzi che ciò dia una “voce” a quel silenzio che non è mutismo ma luogo e strumento di comunicazione.

Entrate invece in una casa qualunque: è altamente probabile che vi troviate un televisore acceso che vomita immagini e parole a degli inquilini che forse nemmeno vi prestano attenzione. Ma “tiene compagnia”. Oppure la radio, che gode di buona fama perché meno invasiva, più utile (almeno scartando le stazioni più becere), più “sorella” e meno dominatrice della tivù. Eppure è un mezzo che, finché rimane acceso, per definizione non sopporta il silenzio: se per una manciata di secondi tacesse, vorrebbe dire che “la stazione è andata via”. E anche la radio, in ogni caso, può servire a informare e a ricreare – o semplicemente a sopprimere il silenzio.

Poi ci sono i mille aggeggi – ieri il walkman, oggi possiamo riassumerli nell’iPod o nel lettore Mp3 – fatti per erogare musica non-stop e in forma totalmente “personalizzata” (le virgolette sono d’obbligo). Una tecnologia che affascina i più e anche meno giovani, ma che impensierisce seriamente un Vittorino Andreoli, che all’argomento ha dedicato diversi interventi e in particolare un articolo (su Vita e Pensiero, 4/2006) intitolato “Massacrare il silenzio. La solitudine dell’iPod”.

L’assunto ha in effetti di che inquietare. Se fino a ieri conoscevamo una patologia, chiamata autismo, che si traduceva in una pressoché insormontabile incapacità di relazioni sociali, il “massacro del silenzio” ci rivela oggi una nuova forma di autismo, quello che impedisce la relazione con se stessi. E poco importa, allora, che il diaframma che si interpone tra noi e la nostra interiorità sia della musica, foss’anche “buona”.

«È diverso, per esempio, dall’ascoltare la radio: lì può capitare – osserva lo psichiatra veronese riferendosi specificamente agli adolescenti – di non riuscire a trovare una canzone che piaccia, e allora spengo; la compilation dell’iPod invece l’ho fatta io, troverò sicuramente qualcosa. Quindi non lo spengo mai».

Persino uno che di musica vive, e ci campa, Franco Battiato, ha dovuto rilevare che «i giovani sono invasi dalla musica, anzi ne hanno più di quanta ne chiedono, e solo di un certo tipo… Per me avrebbero bisogno di altro. Questo è il vero problema».

Che i giovani costituiscano, su questi temi, la maggior preoccupazione, è comprensibile. Hanno un’identità in via di formazione e, se un rumore di fondo continua ad allontanarli da se stessi, rischiano di non arrivare mai a formarsela; sarà una personalità tenuta in piedi “dall’esterno”, ovvero funzionale a una società che non ha bisogno di teste pensanti ma di consumatori.

Questo è uno stralcio di una delle epistole finaliste al penultimo Festival delle Lettere: «Caro Silenzio, tu sei il mio peggior nemico: sei invisibile, intoccabile e inodore, ma udibile. Quando io ti ascolto mi sento solo, senza alcun amico, ma con un nemico. Quando tu ci sei, mi immagino sempre il peggio. A me basta solo la voce di un televisore, la musica di una radio, o il frastuono delle auto, per non sentirmi più solo. Ma al pensare che tu sei sempre in agguato e che da un momento all’altro tu potresti apparire, mi viene l’angoscia.
Io ti temo, perché al contrario di te mi piace sentire una presenza. Ti chiedo di lasciarmi in pace e di cercarti un’altra vittima».
Firmato: «Marco, 14 anni».

Uno scandalo lungo 4 minuti e mezzo

Ma questa non è solo una faccenda di adolescenti. Anche gli adulti pare trovino sempre più normale avere i condotti uditivi costantemente intasati. Come siamo continuamente videosorvegliati, così siamo sempre audioalimentati. Nella migliore delle ipotesi, quando non sono claxon e martelli pneumatici, è musica. Subìta, nemmeno prodotta: nessuno canta più, non si fischietta quasi più.

Nei supermercati, una colonna sonora adeguata sembra possa trattenere più a lungo i clienti tra gli scaffali. (Così come fa produrre più latte alle mucche). La “musica d’ambiente”, già diffusa in altri paesi a partire dagli Usa, ha fatto in Italia un balzo negli ultimissimi anni: rappresenta ora la sesta parte dell’intero fatturato di tutta la musica riprodotta.

Come risulta quindi trasgressivo oggi ancor più di allora un brano come 4’33”, di un celebre compositore di musica contemporanea. Era il 1952 quando, in un teatro, John Cage si sedette al piano e, per quasi cinque minuti, rimase immobile. In silenzio. «Cerco di pensare a tutta la mia musica posteriore a 4’33” come a qualcosa che fondamentalmente non interrompa quel pezzo», commenterà più tardi.

Non sappiamo in quanti abbiano scaricato questa performance sul loro iPod. La cosa prodigiosa è che 4’33” è comunque “ascoltabile” su internet.

«Rimettere a posto una vita»

Testimonianza di una viaggiatrice anonima. «Vigilia di Natale, eurostar Padova-Roma. Cinque ore di viaggio, poche fermate. Quasi tutte donne, bianche, lettrici. Una sola non europea; africana, forse somala… Nessuno cerca l’altro, tutto tace. Tutte, io compresa, leggiamo; molti libri, poche riviste “rosa”. Squilla qualche cellulare, ma con discrezione. Incomunicabilità apparente; forse di chi cerca, almeno in treno, un po’ di solitudine, uno stacco da relazioni obbligatorie. Il libro in mano fa da scudo all’altro.

Davanti a me la “straniera”. Il suo volto al paesaggio, occhi che cercano, più dentro se stessa che nel film che scorre al finestrino. Il silenzio interiore, il pensiero, è quasi visibile nel volto e negli occhi. Nella postura. I miei occhi cercano parole apparentemente silenziose sul libro per “massacrare” il silenzio che vorrebbe farsi strada dentro; gli occhi degli altri?

A Orte poche noccioline interrompono col loro crepitare il silenzio corporeo e percettivo di quella presenza. Cinque ore di silenzio. Si potrebbe rimettere a posto una vita».

pubblicaro su Evangelizzare gennaio 2007
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