Barnaba o Anania-Saffira?

Come è stato, negli ultimi secoli, il rapporto tra Chiesa e denaro? Apriamo una panoramica. Incontreremo grandi figure e realtà poco esaltanti.

Notizia non delle più ghiotte, per l’informazione da prima serata di inizio novembre: Benedetto XVI che acquista un’obbligazione inglese. Lo seguono a ruota altri leader e organismi religiosi britannici: l’arcivescovo di Canterbury, il rabbino capo, il Consiglio musulmano, il Forum induista e la Rete delle organizzazioni sikh. I bond sono emessi dall’International Financing Facility for Immunisation, con l’obiettivo di raccogliere 4 miliardi di euro al fine di coprire un vasto programma di vaccinazioni nei paesi poveri. Sei stati europei, tra cui l’Italia, si portano garanti del pagamento degli interessi e del rimborso alla data di scadenza.

Il gesto del pontefice ha un significato emblematico. Ma rischia di essere imitato solo da pochi nel nostro paese, dato che sinora solo tre banche in Italia si sono rese disponibili per l’operazione.

Il “papa bond” mette dunque tre attori sul medesimo palcoscenico del risparmio: la chiesa, le banche, le persone bisognose. Al di là del caso specifico, siamo sollecitati a una riflessione (e a un’azione) ecclesiale di ampiezza e di importanza rilevante.

I soldi non dormono

Che la chiesa si dedichi da sempre con generosità, e spesso con intelligenza, ai poveri, non va più dimostrato. Che gli uomini e le donne di chiesa – gerarchie, religiosi, parrocchie, scuole, movimenti… – si chiedano che cosa fanno i loro risparmi nell’intervallo di tempo, talora prolungato, in cui essi giacciono in banca prima di essere utilizzati, c’è invece da dubitarne. Tanto più che il denaro non “giace” affatto, ma è ben sveglio e vispo. È assai probabile che, sia che vegliamo sia che dormiamo, stia saltellando da una borsa all’altra, andando a ingrassare quella fiera della vanità che è la finanza scissa dall’economia reale, quella del lavoro sudato.

Memorizziamo un dato: l’attività finanziaria, che smuove ogni minuto cifre da capogiro, concorre appena per il 5% alla formazione del Pil mondiale. Vive insomma di se stessa, pura speculazione, invece di creare vera ricchezza per tutti. Non è più “economia”. Da essa si è ormai scollata. Anche a naso si intuisce che siamo sulla sponda opposta della Dottrina sociale della chiesa (dignità dei lavoratori, priorità del lavoro sul capitale, bene comune…).

Anania e Saffira…

Finanza etica: non c’è ormai chi ne ignori almeno l’espressione – anche se è un tema che gode di ben minore eco di una questione analoga come la bioetica. Un apposito gruppo di studio che lavora presso la Cei ha prodotto tre ricchi sussidi: Etica e finanza (2000); Finanza internazionale ed agire morale (2004); Etica, sviluppo e finanza (2006). Ci aspetteremmo che economi e amministratori ecclesiastici di ogni ordine e grado si affrettino a spostare i risparmi delle rispettive comunità sugli investimenti etici. È piuttosto il contrario che sta accadendo. «Negli ultimi mesi – ci rivela Riccardo Milano, responsabile dell’Ufficio relazioni culturali di Banca Etica – anche realtà ecclesiali già clienti hanno disinvestito da Etica Sgr per circa 30 milioni di euro! E questo, proprio in un momento in cui i fondi di Etica Sgr sono stati, incredibilmente, quelli con i rendimenti più alti nel mercato».

Che cosa succede? Crisi di fiducia? O si va verso altri tipi di investimento, sedicenti etici anche se si tratta soltanto di sportelli più “puliti”, aperti dai normali istituti di credito che hanno fiutato le potenzialità di una clientela “etica”? E che fanno baluginare agli occhi del parroco o del superiore qualche spesa in meno e qualche elargizione in più?

Facciamo un passo indietro. Riccardo Milano, che è anche docente di Etica e Finanza all’Istituto “Pastor Bonus” della Calabria, ripercorre a flash la storia dei rapporti tra chiesa e mondo bancario.

Memento Giuffrè

«Le banche sono nate dai francescani, per venire incontro ai poveri», rammenta Milano. Erano i Monti di Pietà. L’usura ha poi accentrato l’attenzione della chiesa (vedasi la dottrina di Alfonso Maria de’ Liguori). Per combatterla e per dare una speranza concreta alla loro gente, a partire dalla fine dell’Ottocento molti sacerdoti crearono delle casse rurali. A Verona, esemplifica il professore, «tra il 1891, anno della Rerum novarum, e la prima guerra mondiale si arrivò ad averne una per parrocchia. Le casse rurali hanno creato ricchezza, la possibilità di un humus economico sano». Iniziative che facevano da pendant allo sviluppo di tutto un pensiero sociale ed economico – bastino i nomi di Giuseppe Toniolo, di Niccolò Rezzara, di Giuseppe Tovini.

«Nella stessa epoca sorgevano tutte le banche cattoliche, quelle che ancor oggi hanno nomi di santi: Banco San Marco, Ambrosiano, San Paolo di Brescia, Banca Cattolica del Veneto… Realtà che hanno dato dei forti contributi, ma per diventare, in seguito, delle banche assolutamente normali. L’idealità originaria si è persa».

Da allora, i rapporti della chiesa con il denaro sono spesso disastrosi. Soprattutto, «dal principio del “pochi o zero interessi” dell’Ottocento siamo passati a quello del “tutti gli interessi possibili”». Gerarchia e ordini religiosi «si sono fidati di gente impresentabile per ottenere dei guadagni. Basti pensare alla fine che fece la quantità di denaro che Mussolini aveva dato come compensazione alla chiesa e che venne investita in obbligazioni di paesi dell’Est europeo. Con l’annessione nazista, si perdettero completamente». Altrove, le cose non vanno meglio. Pochi anni fa, una trentina di grossi enti religiosi in Spagna sono stati travolti dallo scandalo Gescartera, una società che faceva evadere i soldi raccolti verso i paradisi fiscali.

Ci torna in mente il caso Giuffrè (scoppiò nel 1958), un “banchiere di Dio” ante litteram che millantava di finanziare la costruzione di chiese e conventi praticando tassi del 50% (in realtà facendoli pagare agli “investitori” ultimi arrivati, che sono poi restati con il cerino in mano). Così scriveva Luigi Einaudi, ripensando a quello scandalo ancora caldo, nelle sue Prediche inutili: «I vescovi hanno adempiuto bene all’ufficio di curare nei seminari l’educazione economica dei giovani che sentono la vocazione del sacerdozio? Hanno procurato che si impartissero ai seminaristi le nozioni elementari necessarie per distinguere tra illecito giuridico e dovere caritativo? Fa d’uopo dire quanto sarebbe vantaggioso che nei seminari e nei licei si inculcasse l’idea che non esiste nessuna maniera, né semplice né misteriosa, di fare danaro a palate».

Non sappiamo se rendessero danaro a palate ma, a proposito di coerenza, tutti sanno che il Vaticano deteneva, fino a dopo la promulgazione della Humanae vitae, azioni della Serono Pharma SpA, produttrice del Luteolas. Un anticoncezionale.

Dagli anni Settanta, con la crescente finanziarizzazione dell’economia, il miraggio di alti ricavi ha assunto forme meno pacchiane delle valigie di banconote di Giovanni Battista Giuffrè, ma la sostanza rimane la stessa: gli alti tassi d’interesse che la banca (o, suo tramite, una Sgr) concede a me, li sta in realtà facendo pagare a qualcun altro – sia egli un lavoratore sfruttato, un disoccupato o la vittima di un nuovo ordigno bellico. E forse, indirettamente, pure a me (l’aria che respiro, ad esempio, in parte avvelenata da un’azienda finanziata dai miei risparmi). «L’economia senza etica è diseconomia», diceva don Sturzo.

È questo il campo in cui più si sperimenta, nella chiesa, tutto il mare che c’è tra il dire e il fare. Un discorso su cui tornare presto.

pubblicato su Evangelizzare febbraio 2007
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