Misericordia in… soldoni

Se un cristiano – o una parrocchia, una comunità, un istituto religioso (o un cittadino comune!) – vuole offrire uno sbocco etico ai suoi risparmi, quali possibilità ha? Ecco qualche esperienza.

Partiamo da lontano, da New York. Nato più di trent’anni fa dall’intuizione di una delle Suore della Misericordia delle Americhe, Patricia Wolf, il “Centro interreligioso sulla responsabilità d’impresa” (Iccr) congloba oggi 275 congregazioni e istituti cattolici e di altre denominazioni cristiane nonché ebraici, ai quali si sono aggiunti una trentina di fondazioni e fondi pensione. Presi assieme, sono titolari di azioni per 110 milioni di dollari. Rappresentano la più importante esperienza mondiale di azionariato attivo.

L’idea è semplice: se io acquisto anche solo una o poche azioni di un’azienda, posseggo un cavallo di Troia che mi permette di partecipare alle assemblee, dove posso presentare delle mozioni. Se quindi detengo azioni di un’impresa che lede i diritti dei lavoratori, o che è noncurante dell’ambiente, o che promuove la violenza (i videogames brutali sono attualmente nel mirino dell’Iccr), e via dicendo, potrò tentare, coscientizzando gli azionisti che poi voteranno le mie mozioni, di introdurre dei cambiamenti positivi ed efficaci.

Ecco un caso concreto di sensibilità ecclesiale all’uso del denaro, nato dalla prossimità coi poveri – sister Patricia insegnava nel ghetto Harlem – e dall’urgenza di rimuovere le cause dell’ingiustizia di cui essi sono vittima.

Buone “azioni”

L’intuizione si rivelò giusta. Oggi l’Iccr presenta un centinaio di risoluzioni l’anno, con una percentuale di voti raccolti che è in continua crescita. Le imprese ormai prestano orecchio ai reclami e ai consigli degli azionisti etici in misura anche superiore al loro peso in assemblea. Il reputational risk è tenuto sempre più in conto; molti Consigli di amministrazione hanno capito che una buona immagine etica dell’azienda ha anche, alla lunga, dei risvolti economici interessanti. Suor Patricia è così diventata un interlocutore di tutto rispetto. Una rivista come Directorship, rivolta appunto al ceto direttivo, ha pubblicato l’estate scorsa un’intervista al «direttore esecutivo» dell’Iccr.

Dall’Italia, all’Iccr aderisce Etica Sgr, la società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica. Il suo intervento più notevole ha preso di mira Cisco, azienda di punta nel mondo di internet. Non piacevano la crescente divaricazione tra gli stipendi dei top manager e i salari dei dipendenti in basso alla scala, e ancor meno i rapporti d’affari con Pechino, troppo incuranti della libertà di stampa e del rispetto dei diritti umani in Cina. Contestualmente, Etica Sgr ha estromesso Cisco dal suo portafoglio fondi “Valori Responsabili”, aggiornato in base alle indicazioni fornite prima da Ethibel e ora da Eiris – una società che, grazie alla sua banca dati di informazioni su imprese e stati, permette di valutarne l’eticità.

Altre esperienze di azionariato attivo (non è necessario associarsi a Iccr) in Italia esistono, ma è un terreno ancora poco battuto.

Attenti alle contraffazioni

Si accennava a Banca Etica. È inevitabile parlarne, a costo di apparire sbilanciati, giacché è praticamente l’unico istituto di credito oggi in Italia (non dimentichiamo però le Banche di Credito Cooperativo, in partnership con Banca Popolare Etica) che offra garanzie di un impiego il più possibile etico dei nostri soldi: non andranno a finanziare attività e prodotti dannosi o letali, a cominciare dalle armi, e, in positivo, saranno trasformati in risorse per progetti di sviluppo, per il microcredito, per imprese sociali… Tutti settori che non rappresentano un’economia da boy scout (ci si passi l’immagine), ma rientrano nell’economia tout court. Un’economia che, anzi, si mostra più solida e affidabile di quella speculativa o “iniqua”.

«Non è vero – scrive un giornalista del Guardian, Leo Hickman (riportato da Internazionale) – che se si vuole investire in fondi etici bisogna rinunciare a qualcosa sul piano economico». E porta l’esempio del primo fondo britannico socialmente responsabile (Sgf), che in vent’anni ha fruttato il 7,81% in più di quanto mediamente realizzato dal mercato “normale”. Etico conviene. Tant’è vero che oggi, ci spiega Riccardo Milano, insegnante di Etica e Finanza all’Istituto pastorale calabro “Pastor Bonus”, «i fondi pensione in generale hanno circa il 40% di tutta la patrimonializzazione di Wall Street: ebbene, buona parte di questi fondi cominciano ad essere etici, come il Calpers americano e, in Gran Bretagna, il fondo dei dipendenti pubblici».

Occhio però ai tentativi di imitazione, che vanno dai conti correnti spacciati da certe banche per “etici” perché devolvono automaticamente una quota degli interessi in beneficenza, alle forme di gestione del risparmio forse etiche, sì, ma della cui eticità garantisce solo un comitato nominato dalla banca stessa! E senza contare che anche certe “banche armate” possono proporre degli investimenti etici.

Nessuna meraviglia se vedessimo domani una sedicente “Banca Equa” spuntare dalla costola di qualche gruppo bancario di recente fusione…

Garantiamo noi

È possibile anche gestire delle somme in maniera più diretta, per far fronte con intelligenza a necessità individuate localmente, portando garanzie a favore di chi non ne può vantare per ottenere un credito. È un impegno che può essere qualificante per una parrocchia o una comunità che vuole far qualcosa per chi è nel bisogno ma non è più convinta della beneficenza a fondo perduto. Questo, osserva il professor Milano (una storia professionale nel mondo della finanza “normale” prima di convertirsi a quella etica) «è denaro che davvero partecipa alle difficoltà di queste persone: se esse non fossero in grado di rispettare i loro obblighi, anche i miei interessi verrebbero intaccati. Sarebbe straordinario se la chiesa si mettesse a creare dei fondi di garanzia di questo tipo».

Per esempio? «L’altro va considerato uguale a me, un essere umano che deve prendersi delle responsabilità. Già la parola credito significa “dare fiducia”: cominciamo a coniugare bene questo termine. Se io “do credito”, non dando a qualcuno una cifra in mano ma attraverso un percorso di accompagnamento, di supervisione… è tutta un’altra cosa. Un ex detenuto che voglia aprire un negozio di frutta e verdura, e non sa che cosa voglia dire vendere, comprare, tenere un’amministrazione, se viene lasciato solo fallirà nel giro di qualche giorno».

In concreto? «Per prima cosa, rivolgersi ad associazioni che hanno già questa esperienza. Quindi si crea un deposito, che può essere sottoscritto a nome di una onlus (un buon commercialista è in grado di dare assistenza). Viene poi concordato il fondo con un istituto di credito, possibilmente etico, in modo che la banca conceda un finanziamento a basso costo avvalendosi della garanzia prestata da altri. Una banca, anche “etica”, in base alle norme non può fare dei finanziamenti senza garanzia. Potrebbe essere accusata di incauto affidamento e dovrebbe risponderne anche penalmente.

Ci sono però dei parametri moltiplicativi… Se comincio, ad esempio, con un fondo di 10.000 euro, la banca può fare un finanziamento, mettiamo, di 15.000. Man mano che aumentano i rientri dal credito (la storia ci insegna che le “sofferenze” sono mediamente dell’ordine dell’1-1,5%), con gli stessi 10.000 posso arrivare a 20-25.000 euro. Perché si sta creando un tessuto economico. Certo occorre impegno, una visione più ampia… ma è solo battendo strade come queste che si può dare una speranza di cambiamento».

«L’elemosina aiuta a sopravvivere», recita una sentenza trecentesca del francescanesimo, «ma non a vivere, perché vivere è poter lavorare e produrre, e l’elemosina non aiuta a produrre».

pubblicato su Evangelizzare marzo 2007
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