Sul velo, scontro di inciviltà

Grande preoccupazione per le ragazzine schiave del velo islamico. E intanto non vediamo il… tendone da circo sotto il quale viviamo – “liberi” di ignorare quel che c’è là fuori – la nostra vita di occidentali.

Adesso il divieto del “velo islamico” vuol diventare legge. Non, si badi, la proibizione del burqa o del niqab, che celano completamente il volto, ma «di qualsiasi tipo di velo fino a 18 anni».

La proposta di legge viene, com’è lecito attendersi, dall’onorevole Daniela Santanchè Garnero ed è circoscritta alla scuola. Ma in una dichiarazione rilasciata pochi giorni prima della presentazione della legge – sottoscritta da altre colleghe della Casa delle Libertà ma anche da Dorina Bianchi, Margherita – la vistosa deputata di Alleanza nazionale aveva chiesto che l’uso del velo venisse «vietato in Italia» – quindi non solo a scuola – alle minorenni.

Il motivo della proposta non consiste in ragioni di ordine pubblico bensì nella dignità della donna (il velo è segno di dipendenza dall’uomo, a meno che non sia indossato «per libera scelta e per convinzione») e nel fatto che in una bambina «non c’è consapevolezza e quindi non c’è scelta».

A corroborare questa convinzione c’è un sondaggio condotto dal mensile in lingua araba Al Maghrebiya, edito in Italia da Western Union, secondo il quale l’85 per cento delle musulmane immigrate vive il velo come «uno strumento di sottomissione e di controllo delle donne da parte della comunità maschile». Molte di loro aggiungono che esso rappresenta «un ostacolo all’integrazione».

Il progetto di Santanchè e colleghe ha l’unica originalità di applicarsi esclusivamente alle musulmane. Se una dodicenne non è in grado di portare il velo in base a una scelta consapevole, non si vede perché una sua coetanea cattolica dovrebbe essere ben cosciente di quel Tau francescano che porta al collo. In Francia, una legge che esclude dalle scuole l’esibizione di simboli religiosi è già in vigore – ma è estesa indistintamente ai simboli di tutte le religioni.

Così fan tutti

Il punto non è nemmeno questo. Non crediamo a una “libertà” che possa maturare in un deserto di riferimenti. E se il problema in ballo è il rispetto, beh, quello si impara proprio a confronto di chi è portatore di qualcosa di diverso da noi, non nel vuoto.

Il punto è che mentre ci lanciamo in nobili battaglie per liberare le donne oppresse fin dall’infanzia da religioni oscurantiste, non ci rendiamo conto di tutte le altre luccicanti “religioni” che nella nostra società hanno i loro predicatori e sacerdoti, riti, iniziazioni, sacrifici, dogmi, morali, simboli, e che vengono professate assiduamente da milioni di bambine e signore.

Una brillante sociologa e scrittrice marocchina, Fatema Mernissi, ha acutamente individuato nella “taglia 42” il “burqa” delle donne occidentali. «L’Occidente – scrive la Mernissi nel suo L’harem e l’Occidente (Giunti, 2000) – è l’unica parte del mondo dove la moda della donna è affare dell’uomo». E ancora: «Noi donne musulmane abbiamo un mese solo di digiuno, il Ramadan, ma le povere donne occidentali sempre a dieta devono digiunare dodici mesi all’anno».

Al di là delle battute, rimane il fatto che la moda, e i modelli di comportamento, di consumo, di bellezza, di successo sociale, di gestione delle relazioni – veicolati da tivù, stampa, cartelloni pubblicitari e cento altre tecnologie di comunicazione (cosa ben diversa dall’informazione), e resi ancor più efficaci dall’effetto moltiplicatore di coetanei e coetanee che già li hanno adottati – sono un sistema totalizzante, che lascia poco scampo a chi voglia adottare modelli differenti. Anzitutto perché nemmeno li “vede”.

Qual è l’alternativa al velo che la società italiana ha da offrire alle piccole figlie di Allah? La volgarità dei pantaloni a vita bassa, la straccioneria di certi abbigliamenti. Si rimprovera al velo di ostacolare l’integrazione; e intanto “disintegriamo” le ragazze un po’ più grassocce. Siamo contro la separatezza che il velo impone al mondo femminile – e invadiamo la mente dei giovani (e relativi genitori!) con la promiscuità come stile di vita Grande Fratello.

Per par condicio diciamo che pure il mondo maschile, giovanile e no, è altresì devoto della medesima religione: dal tempio dell’ipermercato al dogma che non è possibile vivere senza una fede calcistica, dal rito domenicale della discoteca (unico sinonimo, pare, di “divertimento”) all’ascolto attento e memorizzante dei predicatori rap, dal battesimo di piercing e tatuaggio ai pellegrinaggi a zigzag su internet, dall’etica dell’antiverginità (e della revirgination!) al culto del cellulare ultimo grido.

La spiegazione? Una sola: «Fanno tutti così». E la chiamiamo libertà.

pubblicato su Raggio (ora Combonifem) marzo 2007
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