Quando lo scandalo non è (solo) quello che appare

La presidentessa liberiana, al potere da poco più di anno, deve gestire un’intricata faccenda di politica, sesso, censura e corruzione. Dimostra, una volta di più, di essere all’altezza della situazione.

La censura è una vecchia questione. Dove vecchia vuol dire anche acerba, visto che non è ancora stata risolta. C’è, in verità, chi crede di averla risolta: o controllando tutto, o permettendo tutto. Con il risultato di ritrovarsi poi sempre con qualche problema nuovo, o che era stato semplicemente rimandato, o che si ripresenta sotto vesti inattese.

Un regime autoritario tenterà di soffocare l’espressione delle idee, soprattutto quelle contrarie, cominciando col vietare ciò che potrebbe offendere il comune senso del pudore; un regime liberal-libertario (anche questo è comunque un regime) spalancherà le porte praticamente a tutto, salvo poi dover escogitare contorte normative sulla privacy, o accorgersi che non tutti gradiscono di essere bersaglio della satira (qualcuno si incattivisce pure), o che certe rappresentazioni hanno effetti nefasti sui più giovani e sulle menti deboli (non poche). C­osì accade anche nel mondo di internet – il regno, per definizione, della libertà: mentre Cina, Corea del Nord, Cuba e affini stendono una cordone sanitario attorno alla rete digitale per motivi politici, in Francia, terra della liberté, è arrivata or ora una legge che proibisce, a chi non sia giornalista professionista, di diffondere filmati con scene reali di violenza.

Sbatti il ministro in prima pagina

Riprendiamo il discorso da un’altra parte, raccontando il recente scandalo-matrioska esploso in un continente dal quale ci aspetteremmo altri grattacapi. Parliamo della Liberia, primo (e sinora unico) paese africano con presidente donna.

Arrivata alla suprema carica dello stato con una fama di “lady di ferro”, Ellen Johnson-Sirleaf mette tra i suoi punti forti la tolleranza zero nei riguardi della corruzione. Ma forse non si aspettava un caso di questo tipo.

A metà febbraio, The Independent sbatte in prima pagina una foto del ministro agli affari presidenziali Willis D. Knuckles, da tutti definita senza giri di parole «pornografica», in pieno trasporto con due signorine (definite «lesbiche»). Che cos’è allora successo? La sede del giornale è stata messa sotto sigillo dalla polizia; il ministero dell’informazione ha interdetto le pubblicazioni per un anno; e il direttore del quotidiano, sentendosi minacciato, ora vive nascosto. Anche l’Unione della stampa liberiana ha sospeso il giornale per il suo «spericolato reato deontologico» (ed ha anche multato l’emittente cattolica Radio Veritas per la sua «vivida descrizione del materiale osceno» pubblicato dall’Independent), ma al tempo stesso si è appellata alla presidentessa perché non lasci che il governo imbocchi la strada della repressione.

E mentre c’è anche chi discute l’autenticità dell’immagine, il ministro dà la sua interpretazione dei fatti: quella foto è una vendetta dell’ex presidente del Parlamento, Edwin Snowe, che aveva cercato la sua complicità – sottoponendolo al ricatto della foto – per coprire un grosso affare di corruzione petrolifera (Snowe, che è genero del famigerato Charles Taylor, era stato amministratore delegato della Liberian Petroleum Refinery Corporation, oltre che presidente… dell’Associazione nazionale di calcio – ricordate George Weah, l’attaccante milanista che sfidò la Sirleaf alle presidenziali del 2005?). Knuckles non aveva ceduto, e Snowe si era dovuto dimettere. Ma anche Knuckles, adesso, non ha potuto non dimettersi.

Un bel guazzabuglio, dove una corruzione ne nasconde un’altra. In tutto ciò, Ellen Johnson-Sirleaf mantiene un profilo prudente ma “di ferro”. Accetta «con dispiacere» le dimissioni del suo ministro, che era suo uomo di fiducia ma del quale non può tollerare la condotta sessuale: «Benché non illegale – ha precisato – è un comportamento indecente e inopportuno per un alto funzionario» (altro peso altra misura per il caso Monica Lewinsky, che non travolse Clinton).

E tira le sue conclusioni mostrando che ciò che più di tutto le sta a cuore è estirpare la tangentopoli liberiana, irrigata dal sangue di dieci anni di guerra, e per la quale non c’è colpo di spugna che tenga: «Non c’è dubbio che malgrado il nostro impegno nella lotta alla corruzione, questo cancro è ancora profondamente radicato in noi. Non possiamo fare altrimenti se non tradurre in giustizia i responsabili dei regimi di ieri che in un modo o nell’altro hanno violato la fiducia pubblica».

pubblicato su Raggio (ora Combonifem) aprile 2007
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