Cinque minuti a mezzanotte

Stanley Kubrick, “Il dottor Stranamore” (1964)

Uno stato-canaglia che pretenda il nucleare civile viene automaticamente incriminato di volere l’atomica. Nessuno può escluderlo, ovviamente. Ma dov’è la credibilità di un Occidente che pratica, una volta di più, la politica dei due pesi, due misure?

Difficile prevedere a che punto sarà arrivata la questione iraniana il giorno in cui questa rivista sarà in mano agli abbonati. Auguriamoci che la diplomazia abbia avuto la meglio sulle pulsioni belliche.

Il 2007 è iniziato, da questo punto di vista, male. Il simbolico orologio del conto alla rovescia che dal 1947 mostra quanti “minuti” mancano alla “mezzanotte” della guerra atomica, ora ne indica 5; erano 7 alla fine dell’anno scorso. All’indomani della caduta del muro di Berlino, i minuti erano risaliti a 17 dopo essersi ridotti a 2 in piena guerra fredda.

Le minacce vengono oggi, secondo il Bulletin of Atomic Scientists che aggiorna il “Doomsday Clock”, dai «piani nucleari di Iran e Corea del Nord, dalla scarsa sicurezza del materiale nucleare russo, dallo stato di “pronto al lancio” di duemila delle 25mila testate presenti in Russia e Stati Uniti, dall’escalation del terrorismo e dalle nuove pressioni dei cambiamenti climatici per un ritorno all’uso dell’energia nucleare civile».

Persino Vincenzo Maddaloni, autore di un libro che a dispetto del titolo, L’atomica degli ayatollah (Edizioni Nutrimenti), vuol essere un contributo alla speranza, confessa di «non essere tanto ottimista che la guerra non possa accadere». Il giornalista, già corrispondente di Famiglia Cristiana da Mosca e membro fondatore del World Political Forum presieduto da Mikhail Gorbacev, conosce l’Iran da vicino fin dalla rivoluzione khomeinista (1979). I timori di Maddaloni non si riferiscono tanto a una deflagrazione nucleare “finale” quanto alla guerra «preventiva» che Washington sembra approntare, anzitutto mediaticamente con il consueto processo di costruzione del nemico.

Ricordate la «pistola fumante» irachena, le (introvabili) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein? Questa volta, in Iran, il “fumo” sembra anche più evidente, tanto le dichiarazioni del presidente Mahmud Ahmadinejad appaiono provocatorie e chiare: «L’Iran continuerà nel suo programma di arricchimento dell’uranio, anche se dovesse rinunciare a qualsiasi altro progetto nei prossimi dieci anni». E ancora: «L’Iran procederà come un treno senza freni e senza retromarcia».

Un intervento armato, quindi, se le sanzioni economiche non si rivelano efficaci, sarebbe tanto più necessario. Dick Cheney, il vice di George Bush, lo ha infine dichiarato a chiare lettere: «Per risolvere la questione rimangono in piedi tutte le opzioni, compresa quella militare». Se ne potrebbe incaricare, perché no, l’aviazione israeliana, che già nel 1981 andò a colpire il reattore nucleare di Osirak (costruito dai francesi), in Iraq.

La forza del nazionalismo

Ma davvero l’Iran vuole la sua force de frappe? E sarebbe in grado di trasformare in tempi brevi il nucleare civile in militare? «Quasi tutte le informazioni» che la Cia ha trasmesso all’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea), e che questa ha preso per buone, «si sono rivelate false», ha scritto il Los Angeles Times a fine febbraio citando fonti interne alla stessa Aiea.

Ahmadinejad getta benzina sul fuoco, è indifendibile, ma non è demonizzandolo che si aggiusteranno le cose in Medio Oriente. L’Iran, indipendente dal 1500, è una nazione orgogliosa, compatta nel non ammettere ingerenze esterne. Un medico iraniano residente in Italia da lungo tempo, non sospettabile di simpatie verso il regime, conferma: «Noi iraniani amiamo moltissimo il nostro Paese. Sì, noi siamo nazionalisti». E rammenta un episodio significativo risalente al 1980, quando in Iran si stava preparando un golpe militare. Ma Saddam Hussein invade il paese, e gli stessi che da una base del sud dell’Iran dovevano andare a bombardare Teheran, cambiano i piani e si girano contro Baghdad.

Ma Ahmadinejad, presidente “con la giacca” – cioè senza la tunica degli ayatollah (è il primo laico alla guida dello stato dopo Khomeini, a parte l’effimero Bani Sadr) – è poco più che un burattino nelle mani dell’ayatollah Khamenei, ci ricorda il succitato dottore Reza Mohaddes. La sua dirompente proiezione internazionale ha probabilmente lo scopo di serrare le fila di una popolazione sensibile all’amor di patria, e al tempo stesso provata dalle crescenti difficoltà della spesa quotidiana. Il raddoppio in breve tempo del prezzo del pomodoro potrebbe essere più pericoloso per Ahmadinejad che non i muscoli sguainati di Bush. Non per nulla il capo dello stato iraniano ha fatto un’importante tournée in America Latina, soprattutto nel Venezuela di Hugo Chávez, quinto esportatore di petrolio al mondo (l’Iran è il quarto).

«Non siamo più soli: Iran, Nicaragua, Venezuela e altri paesi rivoluzionari sono uniti, resteremo uniti e resisteremo uniti». Ahmadinejad lo ha detto a Managua accanto al redivivo presidente Daniel Ortega; ma, osserva Maddaloni, ha parlato così perché «lo sentissero anche nel suo paese, dove i prezzi dei pomodori sono alle stelle e la discussione sulla legge finanziaria l’ha non poco inguaiato. Infatti all’interno della Repubblica islamica le voci di protesta si moltiplicano nei confronti di un presidente tanto disinvolto con le invettive contro Israele quanto incapace di fronteggiare i problemi interni come l’inflazione».

Che in realtà Ahmadinejad, non sia, dietro ai proclami, il vero “uomo forte”, lo dimostrano anche certe notizie che filtrano fin sui giornali italiani. Come la contestazione della sua presenza ai Giochi Asiatici di Doha, dove sfilavano atlete dalla tenuta poco castigata (rispetto agli standard iraniani). O come il nuovo test di conoscenza del Profeta a uso degli insegnanti: ritenuto «oltraggioso», il parlamento ha preteso le scuse del presidente in persona.

La Cia e lo Scià

Il rigore nei confronti dell’Iran ha un fianco scoperto: la politica dei due pesi e due misure. Data dal 1974 un accordo degli Stati Uniti con Reza Pahlevi per aiutarlo nel passaggio al nucleare. (Si ricordi che lo scià era sul trono grazie a un golpe orchestrato dalla Cia per deporre il primo ministro eletto Mohammed Mossadegh, favorevole alla nazionalizzazione del petrolio persiano). Se Khomeini non avesse preso il potere, l’Iran sarebbe già da un pezzo dotato del nucleare civile – che è quello che Teheran reclama oggi.

Ma veniamo all’attualità: il detestato (da Ahmadinejad) Israele detiene 200 testate – ed è l’unico paese, con Corea del Nord, India e Pakistan, a non aderire al Trattato di non proliferazione nucleare – che Teheran ha invece sottoscritto. Pax Christi International ha proposto alle Nazioni Unite un Medio Oriente «zona libera da armi nucleari».

Non basta. Gli Usa hanno siglato un anno fa un accordo bilaterale di aiuti in materia nucleare con l’India, la quale ha accettato le ispezioni dell’Aiea solo per 14 dei suoi 22 impianti. Ma chi ha battuto ciglio? Persino il Brasile sta pensando al nucleare, ed ha chiuso le porte all’Aiea.

Così si strangola la società civile

Oltretutto, l’atteggiamento occidentale, e americano in modo speciale – con tutt’altro trattamento riservato a un paese come l’Arabia Saudita, dove democrazia e diritti umani godono di salute peggiore che in Iran –, sortisce il risultato di mettere in ulteriore difficoltà la società civile iraniana di per sé molto vivace (ricordiamo le coraggiose manifestazioni studentesche), anche se in questo momento particolarmente sotto tiro. È l’unica vera depositaria della speranza di un vero cambiamento. Riesce facile per il regime, in questo quadro, liquidare la società civile come la quinta colonna del «Grande Satana».

È il bel risultato che otteniamo con le nostre demonizzazioni.

pubblicato su Evangelizzare maggio 2007

 

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