Divino perché umano

Jon SobrinoUn noto teologo latinoamericano è accusato di parlare di un Cristo troppo poco Dio. E se fosse solo un caso di «difficoltà linguistica» tra culture diverse in seno alla Chiesa?

Mi torna in mente una signora, che non c’è più. Era di una certa età, come si usa dire, di pochi studi, e donna di fede ma non “ranocchio di acquasantiera”, come dicono in Francia. Non era mai riuscita a capire come si facesse a trovare nella Bibbia un brano indicato, ad esempio, come “1 Pietro 1,3-9.13″.

E domandava, quasi scusandosi, se era grave non rivolgersi, pregando, ai santi e alla Madonna. Non le veniva naturale. Invece pregare Gesù Cristo, ah questo sì. Ma vi rendete conto? Quale altra religione ha un Dio come Gesù? Uno proprio come noi. Che ha sofferto… («poverino, come ha sofferto!»). Ma che si sedeva a tavola con le persone normali, e camminava su quelle strade impolverate della Palestina. E poi aveva parole straordinarie per le donne… A me piace Gesù Cristo perché è così vicino a noi. Ma come fanno gli altri che non lo conoscono?

E altre considerazioni di questo tenore, che mi rammarico di non saper riferire meglio. Venute da una donna con nessuna formazione teologica, a parte la sua esperienza di vita e l’ascolto del Vangelo, domenica dopo domenica.

Di lei mi sono ricordato nel sentire che a un gesuita spagnolo, naturalizzato salvadoregno, la Congregazione della Dottrina della Fede ha notificato a metà marzo che in libri da lui scritti ci sono «imprecisioni ed errori». Quando scrive del valore salvifico della morte in croce, «entra in gioco solo l’umanità di Gesù e non il Figlio di Dio fatto uomo per noi e per la nostra salvezza».

Il gesuita avvisato si chiama Jon Sobrino, ritenuto uno dei teologi della liberazione più validi e seri. Scampò per caso al martirio nel novembre 1989, quando era all’estero mentre i sei confratelli della sua comunità, unitamente alla domestica e alla sua figlia, venivano trucidati a San Salvador. La stessa sorte toccata, quasi dieci anni prima, all’arcivescovo Oscar Romero.

Nel contesto latinoamericano

Sarà possibile che uno che si è consacrato a Cristo, che per poco non ha versato il sangue come suo martire, che anche dopo la morte dei suoi compagni continua a prestare con il medesimo vigore il suo servizio nella Chiesa, ebbene sarà possibile che uno così rinneghi la sua fede nella divinità di Cristo o voglia indurre altri a farlo attraverso la sua parola? Certo, tutto è possibile, ma vien prima da chiedersi se autore e lettore delle frasi incriminate attribuiscano loro lo stesso senso.

A giudicare dalla “teologia” dell’anziana signora di cui sopra, poi, più Gesù appare umano («escluso il peccato», certamente, come dice Ebrei 4,15) più diventa divino.

In Italia Rosino Gibellini è forse il maggior conoscitore della teologia del XX secolo. In un testo pubblicato l’indomani della Notificazione sottolinea come il punto cruciale di Jon Sobrino stia in una «cristologia ecclesiale, nel senso ch’essa è contestualizzata dall’esperienza della Chiesa dei poveri». Un metodo non diverso da quello della Chiesa del Nuovo Testamento, «dove Cristo è pensato originariamente a partire dalla situazione e prassi delle prime comunità cristiane». Non per far dire a Gesù quel che si vuole, ma per smentire chi lo presenta in maniera manipolata a danno dei poveri. Particolarmente in America Latina, la religione è stata (ed è) spesso usata come strumento di dominio e vi si propone «il Cristo astratto, il Cristo imparziale e il Cristo potente. Sono i simboli religiosi di cui hanno bisogno e che usano, coscientemente o incoscientemente, i potenti per mantenere il nostro continente nella sua situazione attuale».

Ci viene anche in mente che una decina di anni fa Giovanni Paolo II sosteneva che la grande pietra d’inciampo (il Filioque) fra Chiese cattolica e ortodossa, divise da ormai mille anni, non è un problema che «tocchi l’identità della fede» ma «la sua espressione, costituendo una “legittima complementarità” che non compromette, ma può anzi arricchire la comunione nell’unica fede».

Non sarà che anche la vicenda di Sobrino si rivelerà essere, un giorno, solo un’altra delle «difficoltà linguistiche» che hanno punteggiato la storia della Chiesa?

pubblicato su Raggio (ora Combonifem) maggio 2007
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