Dove finisce il moralismo, dove comincia l’etica

In una società dove il solo “peccato” è quello di incappare nel moralismo, c’è chi, al di sopra di ogni sospetto, ora osa evocare la censura, per determinate circostanze “educative”. Forse avevamo fatto confusione tra moralismo e moralità.

Strano, il destino di certe parole. Prendete la famiglia di termini “morale, etica, moralismo”. Di “etica”, nel discorso pubblico sembra non si possa più fare a meno – a parole, naturalmente. Dalla finanza (etica) alla bioetica, all’etica in politica (ma diffidando dell’avvento di un «bipolarismo etico»). Fu in quest’ultima declinazione che s’impose nel 1981, lanciata da Enrico Berlinguer, l’espressione «questione morale», quasi un preludio a Tangentopoli.

La questione morale, poi, lo sappiamo bene, non è stata risolta da Mani Pulite né dalla “seconda” repubblica. Giovanni Sartori, dopo aver ribadito la distinzione, sancita da Machiavelli, tra etica, politica ed economia, richiama che «in concreto, e a monte di queste differenziazioni, esiste la singola persona umana che non è trina ma soltanto una, e che può variamente essere una persona morale, amorale o immorale». Ora, gli scandali degli ultimissimi anni ci fanno toccare con mano la perdurante attualità della questione morale. «Il nostro è ormai un paese sporco, molto sporco. Sono un moralista?», si domandava il costituzionalista in un articolo di un paio d’anni fa. «Sì, ma non perché faccio confusione tra etica e politica; lo sono in quanto sostengo che deve esistere una moralità politica e, alla stessa stregua, una moralità economica; e che in tutti i settori della vita associata devono esistere regole che le persone perbene rispettano».

Che cos’è il moralismo

È raro trovare uno che ami passare per moralista. «Non chiamatemi moralista, io non sono un Savonarola», si schermiva l’on. Roberto Villetti nel denunciare i colleghi del centrodestra che menano una vita privata in contrasto con il modello di famiglia difeso dagli stessi.

Sintomatico un dizionario online che di “moralista” snocciola i seguenti sinonimi: «Beghino, bigotto, filosofo, speculatore, censore, puritano, codino, bacchettone, baciapile, collotorto, perbenista». “Filosofo” annega in un mare di lemmi peggiorativi.

Fateci caso: non c’è personaggio che, dalla stampa come per radio o in tivù, sollecitato a dare il suo parere su qualche fenomeno di costume non precisi: “Non voglio fare moralismi…”. Ma anche la lettrice qualunque che protesta con un giornale per la sua laudativa recensione di un bestseller che esalta un’adolescenza poco edificante, si sente in dovere di fare una difesa preventiva sottolineando che non scrive la sua lettera «per un mero moralismo da adulti bacchettoni»…

Il moralista è il titolo di un film degli anni Cinquanta con Alberto Sordi – chi meglio di lui – che impersona un integerrimo difensore del pubblico pudore; ma poi si scopre che è un boss della tratta delle bianche.

Il moralismo, beninteso, è degenerazione della morale. Non solo nei casi di flagrante contraddizione tra pubbliche virtù e vizi privati, come per il personaggio stigmatizzato da Sordi, ma ogniqualvolta l’appello all’etica, al dover essere, a principi superiori, venga brandito come un’arma nei confronti di soggetti deboli, o indeboliti. E ignorando le responsabilità di chi rimane nell’ombra. Prostituzione, droga, aborto, devianze varie sono i classici casi in cui una morale d’assalto e poco (in)formata può semplicemente… sbagliarsi di bersaglio. È, appunto, il deprecato moralismo.

“Proibito proibire”

Il rischio è di gettare il pargolo con l’acqua sporca del bagnetto: sotto l’etichetta di “moralismo” può finire anche ciò che è “morale”. O, più filosoficamente, “etica”: quella che un buon dizionario, ad esempio il De Mauro, spiega come la «parte della filosofia che studia la condotta morale dell’uomo e i criteri per valutarla».

Ma l’etica implica dei “tu devi” e dei “non devi”. E i “no” sono poco simpatici. Anche la formulazione dei Comandamenti a molti non va giù, quasi Mosè avesse avuto in mente una vita che è un tristo slalom tra un divieto e l’altro.

Anche chi non ha vissuto il ’68 per motivi anagrafici conosce lo slogan “proibito proibire”. E probabilmente c’era bisogno, allora, di una scossa antiautoritaria, quando le motivazioni fornite ai giovani perché “ubbidissero” oscillavano tra un “perché te lo dico io” e un “si è sempre fatto così”. Da allora, i mezzi di comunicazione – se non altro quelli che hanno rispecchiato, e forgiato, la cultura dominante – si sono comunque tenuti alla larga da ogni scivolone nel “moralismo”. Dando in molti casi una patente di legittimità sociale a tutto e al contrario di tutto, in nome della libertà e purché non si calpesti l’altrui libertà.

Con tale atteggiamento “neutrale”, i media hanno finito per dettare a loro volta una “morale”, cioè delle norme di comportamento. Che sono poi ancor meno motivate di quelle “antiche”. Il “perché te lo dico io” non ha più il volto severo di un padre o di altra autorità – comunque un volto – bensì quello scintillante e anonimo di una società-supermercato dove “tutti fanno così”: perché così prescrivono la televisione, la pubblicità, i maîtres-à-penser. Dalle rivistine per adolescenti alle testate più seriose.

Censura? Parliamone

Qualcosa sta forse cambiando? Forse sì, tra mille contraddizioni. Limitiamoci a ripescare alcuni fatti e riflessioni recenti. Possiamo collocare il termine a quo nella vicenda delle vignette anti-islamiche, che ha riproposto la questione della liceità o meno di porre dei limiti alla libertà di stampa. Il dibattito non è mancato, e ora si ripresenta su altri temi che nulla hanno a che vedere con gli scontri di civiltà, veri o fasulli che siano.

La moda, per esempio. Il mondo delle passerelle si vede oggi costretto, su pressione del ministro delle politiche giovanili, a darsi un’autoregolamentazione per bandire le taglie anoressiche. Moralismo? Per molti, no; ma così giudicano il provvedimento alcuni stilisti, evidentemente adepti del “benaltrismo” (il vero problema è sempre da un’altra parte).

Ancora moda. La mitica Spagna di Zapatero censura una campagna pubblicitaria, ancor più volgare del solito, di una nota coppia italiota di fashion designers. E in Italia che si fa? Mentre la foto incriminata fa il giro di tutti i giornali (per dovere di cronaca!), tigì compresi, qualcuno grida, anche in parlamento. “Chiede” che la campagna venga ritirata (quando?). Moralismo? «È arte!», replicano i due furbetti, che intanto si sono anche assicurati ogni réclame possibile a costo zero.

Giorgio Bocca, insospettabile nel suo attaccamento alla democrazia, in uno dei suoi corsivi micidiali arrischia la provocazione: «Aveva ragione il Duce a proibire la cronaca nera». Lo segue da vicino Michele Serra, solitamente più ameno: «Esulto al pensiero che possa andare in porto il progetto di vietare gli striscioni negli stadi». Anche Umberto Eco, sul fenomeno di sette e maghi che plagiano e prosciugano i portafogli di tante «menti deboli», arriva ad evocare, se non a invocare (sarebbe forse moralismo), la censura: «Non dico che si dovrebbe intervenire per legge (che sarebbe censura), ma almeno chiedere ai responsabili televisivi di mettersi una mano nella coscienza». (Ciao). E intanto nel mondo della scuola ci si è lambiccati per mesi e mesi su chi mai poteva – forse… chissà… – avere l’autorità di interdire i tele o videofonini in classe.

Anche i precari calabresi che hanno scritto al ministro dell’economia, scandalizzati per il compenso alla soubrette del Festival di Sanremo, si sono sentiti in obbligo di rendere omaggio all’aria dei tempi, premettendo: «Non vogliamo fare moralismi»… La loro letterina, comunque, l’hanno scritta fino in fondo e, moralisti o no, hanno parlato di «un vero schiaffo alla miseria».

pubblicato su Evangelizzare giugno 2007
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