Mobutu nel Pantheon… della Lega Nord

Anche il partito di Bossi ora ha il suo Olimpo. Le donne? Praticamente dimenticate. Meglio così che essere rappresentate alla stregua dell’Africa: quella dei dittatori.

Che ultimamente sia venuta la moda dei “pantheon”, pazienza. Come ha già commentato Savino Pezzotta a proposito della selezione in corso dei numi tutelari del futuro Partito democratico, «il Pantheon è l’inizio del declino dell’impero. Quando non si riusciva più a governare hanno messo là tutti gli dèi perché in realtà ce n’era uno solo: l’imperatore. Per questo detesto il sincretismo».

Ma adesso anche la Lega Nord pare si senta un po’ stretta nel mito del Po, forse anche per via dei ricorrenti rischi di semiprosciugamento, e ha deciso di pensare alla grande. Il 1° giugno ha dato vita alla Fondazione Federalista per l’Europa dei Popoli alla cui guida, trattandosi di un ente a carattere culturale, è stato posto l’on. Mario Borghezio. Non poteva dunque mancare, anche in tale sede, l’annuncio di un pantheon: di «pensatori, scrittori e uomini di cultura», come ha annunciato La Padania.

Che si tratti di «uomini», non c’è dubbio. Su 82 personalità prescelte, le donne sono due. In ordine alfabetico: Fallaci Oriana, Weil Simone. Se la prima è senz’altro organica al progetto leghista, la seconda si fatica a capire come sia potuta finire in tale olimpo. Unico indizio, la sua lotta ai totalitarismi del XX secolo. Per un partito che ha nel dna l’«indipendenza della Padania», minacciata da «nuovi totalitarismi», diciamo che alla fin fine Simone Weil ci potrebbe anche stare (ma bisognerebbe chiederlo a lei).

Basterebbe leggersi un articolo

Ma poi! Tralasciamo pure Hugo Pratt (il creatore di Corto Maltese) e Ingmar Bergman (il celebre regista svedese), sui quali non ci viene in mente niente; oppure Ernst Nolte (uno storico revisionista del nazismo), che invece sembra essere al posto giusto: «Se la difesa della propria identità è un’espressione di xenofobia, allora siamo tutti xenofobi». Ma che c’azzeccano Senghor e Mobutu (nella foto)?

Léopold Sédar Senghor, primo presidente del Senegal – e primo capo di stato africano a rinunciare al suo incarico, dopo vent’anni di illuminato servizio – è il medesimo Senghor passato alla storia come il vate della negritudine. Un uomo, dunque, che seppe valorizzare l’anima del suo popolo, umiliata da secoli di schiavitù e di colonialismo. Un uomo, al tempo stesso, aperto al mondo e alle altre culture, e che ebbe per moglie una francese. Era un fine grecista e fu il primo Accademico di Francia africano. Aveva per l’antichità, ruderi compresi, un grande rispetto, come dichiarò anche nelle sue visite a Roma – a differenza del nuovo sindaco leghista della seconda città romana d’Italia, Verona, che inveisce contro i «quattro sassi» che frenano lo scavo dei parcheggi sotterranei.

Ma più stupefacente è la beatificazione di Mobutu Sese Seko, padre-padrone dello Zaire dal 1965 al 1996, quando solo la forza delle armi riuscì a cacciarlo dal trono. Visse da vero nababbo, accumulando in Svizzera un’ingente fortuna. Al suo villaggio natale, nel quale fece erigere un palazzo rigurgitante di lusso ostentato, non fece mancare neppure una pista per i Concorde.

Tutto ciò, naturalmente, a prezzo di sangue. Non il suo: quello del suo popolo. Borghezio ha concesso, riporta il Corriere della Sera, che Mobutu fu un dittatore. «Ma non sanguinario»! E in ogni caso, il presidente della nuova Fondazione culturale apprezza di Mobutu «la sua politica dell’authenticité. E poi ha liberato il suo popolo dal colonialismo».

L’«autenticità» di Mobutu consistette nel cambiare i nomi del paese (da Congo a Zaire), delle città e dei cittadini: chi aveva un nome cristiano, doveva abbandonarlo per uno africano. E diede l’esempio, scambiando “Joseph-Désiré” con una lunga sequenza di sillabe che voglion dire: “Il gallo che non si lascia sfuggire nessuna gallina”. Infatti. L’autenticità, che poteva essere una buona idea, si ridusse a folclore e, soprattutto, a uno stratagemma per meglio stringere il paese in pugno.

Quanto alla liberazione dal colonialismo… Ma onorevole, si legga un articolo, non dico un libro, di storia. L’autentico “liberatore” del Congo/Zaire si chiama Patrice Lumumba, il quale commise l’errore di nominare il colonnello Mobutu capo di stato maggiore. Questi fu ben felice di fare da quinta colonna del complotto belga-americano che, sei mesi dopo la sospirata indipendenza nazionale, fece dissolvere il primo ministro Lumumba nell’acido.

Come pantheon, non c’è male.

pubblicato su Raggio (ora Combonifem) luglio-agosto 2007
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