Naufraghi tra i banchi

Ricomincia la scuola. E ricomincia con un numero alto più che mai di alunni stranieri. Lingua, adattamento… quali sono le loro chance? E che cos’è più importante, per la scuola e per la società italiana: la loro “cultura” o i loro bisogni?

Devono aver superato la soglia dei 500mila (5% del totale), gli “stranieri” nelle scuole italiane. Usiamo le virgolette perché molti sono nati in Italia, è vero, ma il loro ambiente famigliare, di immigrazione relativamente recente, li accomuna ai compagni nati lontano. Sono quindi decuplicati in poco più di un decennio, e il trend non farà che accelerarsi nei prossimi anni.

Se qualcuno si rallegra nel guardare – a debita distanza – le aule rinnovarsi e “colorarsi”, ed esalta le nuove energie e risorse iniettate nel tessuto giovanile italiano, eccetera eccetera, altri – che li vedono più da vicino – si inquietano. Questi ultimi non sono quelli che cominciano ogni discorso premettendo “io non sono razzista, però…”, ma coloro che si preoccupano della effettiva capacità delle istituzioni educative di accogliere – non solo con sorrisi e qualche laboratorio sulle feste o la cucina degli “altri” – e di assicurare ai nuovi arrivati formazione e integrazione.

Le preoccupazioni sono confermate dai dati. Rilevamenti ministeriali di un paio d’anni fa mostravano come «il divario fra i tassi di promozione degli allievi stranieri e di quelli italiani è -3,36 nella scuola primaria, -7,06 nella secondaria di I grado, -12,56 nella secondaria di II grado». Alle superiori, che per l’80 per cento degli studenti non italiani sono gli istituti tecnici e professionali, «un alunno straniero su quattro non consegue la promozione».
Che cosa direbbe oggi don Lorenzo Milani, e cosa farebbe?

Storie interrotte

Non ci azzardiamo a metterci nei panni del priore di Barbiana, ma di certo avrebbe anche lui qualche variabile in più da prendere in considerazione, nel 2007, riconducibile non tanto alle provenienze geografiche in sé, quanto alle “storie interrotte” che tanti bambini si portano dentro. Non mancano, naturalmente, anche le storie positive. Il problema però non è chi riesce, ma chi è in difficoltà. E dalla difficoltà al disagio il passo può essere breve.

Non si può dire, in linea generale, che scuola e società non si siano accorte del fenomeno. “Educazione interculturale” è un’espressione ormai inflazionata. Viene tirata in ballo da associazioni sorte ad hoc, e da programmi, percorsi dedicati, seminari, libri, progetti… Bene. Ma… e quando i bisogni educativi specifici diventano speciali, chi deve affrontarli? Chi ha i titoli per decidere sul come? Siamo disposti a lasciare i nostri schemi “interculturali” per venire incontro senza preconcetti a quel bambino?

Prendiamo Anthony (nome di fantasia) che viene dal Ghana. Anzi no: è nato in una città italiana. Ma dopo i primi mesi di vita, i genitori l’hanno portato dalla nonna, dalle parti di Accra. E sono rientrati subito in Italia, dove hanno il lavoro. Dopo tre anni e mezzo, in un periodo fondamentale per la costituzione della sua personalità e “cultura”, Anthony torna per l’ultimo periodo di scuola dell’infanzia nella città in cui era nato. Ovviamente, la lingua degli altri bambini gli è sconosciuta e trova molte cose diverse dal Ghana. Qui le maestre non danno punizioni corporali, addirittura giocano e cercano di parlare con lui… Anthony non impara più. Qui si va a scuola per giocare; quelle persone adulte che sono a casa sono papà e mamma, lui lo sa, ma… la nonna e le zie dove sono? Erano queste, per lui, l’autorità cui obbedire, la certezza dell’affetto.

Oppure David che è nato in Nigeria. Arriva in Italia che ha tre anni. Qui ritrova la mamma e il papà… poi il papà si ammala, e lui inizia la scuola dell’infanzia. Progetti di integrazione, di alfabetizzazione culturale, gioco con gli altri bambini, adattamento a cibi diversi ma subito graditi. E a casa, tutto che gira intorno ai fratelli più grandi, e al più piccolo ancora in fasce… Ma la nonna e le zie, dove sono?

«Modalità di pensiero diverse»

Le loro tante infanzie a un certo punto si spezzano. I legami di esperienza e di pensiero che costruiscono l’intelligenza di una persona e gli adattamenti sono interrotti. Arriva la prima elementare e il gap esperienziale e cognitivo si allarga; imparare diventa un gioco impossibile.

Progetti, mediazioni, percorsi personalizzati… La scuola, allo stremo delle forze e delle risorse, chiede aiuto. Test, incontri con la famiglia, con gli insegnanti… Ultima spes, l’intervento degli specialisti dell’Asl che potrebbero, dovrebbero, vorrebbero capire cosa succede: perché David, perché Anthony non impara? «Sì, il bambino è indietro negli apprendimenti, dentro di lui c’è confusione. Ma – si schermiscono gli esperti – non possiamo dire niente di ufficiale perché non è di cultura “europea”. Non vorremmo sbagliare… certificare come deficit delle modalità di pensiero diverse».

A bambini italiani – diciamo pure bianchi – nelle condizioni di David e Anthony, un’apposita figura per il sostegno sarebbe stata attribuita. Ma in un “moretto” potrebbe accentuare la coscienza di diversità. Così, per evitare un supporto che potrebbe essere letto come una stigmatizzazione, si nega l’aiuto “speciale” di cui avrebbe bisogno. Le docenti continueranno a farsi in quattro prestando l’attenzione che possono ai piccoli africani, occupandosi comunque, allo stesso tempo, di un’altra ventina di marmocchi, ciascuno con le sue problematiche. E, soprattutto, ciascuno con genitori pronti a sparare a zero sulla scuola (soprattutto se italiani), oppure, all’estremo opposto, olimpicamente disinteressati alle relazioni scuola-famiglia (soprattutto, ma non sempre, se stranieri).

In altre parole, per il timore, a breve termine, di eventualmente apparire razzisti per delle cure speciali riservate ai due piccoli neri, si finisce per essere sicuramente discriminatori, a lungo termine, negando loro ogni possibile ricupero e sviluppo. Non solo intellettivo ma anche, di conseguenza, professionale e di inserimento sociale.

Come qualcuno ha osservato, non meravigliamoci di trovare, fra dieci anni, Anthony, David e compagni appiccare il fuoco a qualche banlieue italiana. Saranno una “seconda generazione” spiantata, che non riconoscerà nessun luogo e nessuna cultura come propri, tranne il covo e il branco cui si saranno casualmente aggregati.

Tutti milaniani, ma…

Tra le mille considerazioni che il tema stimola, una, soprattutto, meriterebbe attenzione, proprio perché rimane spesso “invisibile”, data per scontata: guardare allo “straniero” privilegiando le lenti fotocromatiche della cultura. Ma la cultura viene prima o dopo il singolo individuo? Prima o dopo il rispetto dei diritti umani, e anzitutto del diritto a vivere? (Pensiamo alle mutilazioni genitali femminili, da qualcuno ancora difese in nome della cultura). Se Anthony, domani, rileggerà la sua storia, oppure David, ringrazierà chi ha rispettato la sua cultura africana negandogli una chance di riscatto, o non punterà piuttosto il dito, non contro le maestre o l’Asl di cui non avrà forse memoria, ma contro l’istituzione scolastica e, conseguentemente, la società che lo “ospita”?

Eppure la scuola italiana è, quanto a integrazione delle “diverse abilità”, tra le prime al mondo. Ha una tradizione psicopedagogica che, partendo da Maria Montessori per arrivare a don Milani e a Gianni Rodari e Alberto Manzi, ha costruito negli insegnanti e nei genitori, almeno quelli non giovanissimi, la consapevolezza del primato dei bisogni del singolo. «Siamo tutti milaniani – confida un’insegnante elementare – ma di don Milani ci ricordiamo solo per i quarant’anni di Lettera a una professoressa. Il coraggio di scelte che bruciano oggi ma salvano domani lo lasciamo tra le pagine del libro».

pubblicato su Evangelizzare settembre 2007
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