Popolare, polemico, politico

Per primo se n’è andato il più giovane, quasi dieci anni fa. Il più fantasista, forse il più poeta, dei registi africani. Djibril Diop Mambéty. Adesso è toccato al patriarca, anch’egli senegalese: Sembène Ousmane.

Era la notte tra il 9 e il 10 giugno, aveva 84 anni e ancora un film da girare: La confraternita dei topi. Sarebbe stato un altro dei suoi affondi – questa volta riguardante la corruzione – nella società che ben conosceva, la sua. Lo avrebbe fatto chirurgicamente, senza dubbio, e con ironia. Perché Sembène, che era nato scrittore, era passato al cinema per rendere più popolare il suo impegno civile. Contro l’oppressione, tutte le oppressioni, di non importa quale provenienza: coloniali o neocoloniali, e soprattutto se africane. Di classe o di religione. O di “cultura”: come in Moolaadé, il suo film contro le mutilazioni genitali femminili uscito l’anno scorso anche sugli schermi italiani (e in dvd per Feltrinelli).

Sembène sapeva di che parlava. Il suo primo romanzo, Le docker noir (1956), aveva dato voce agli scaricatori di porto di Marsiglia, città dove lui stesso era sbarcato, clandestino, dieci anni prima. E il suo primo lungometraggio, La noire de…, raccontava una (tragica) storia di immigrazione al femminile.

Fu praticamente lui a tenere a battesimo il cinema africano, anche se ad altri va l’onore della primogenitura. In ogni caso ne fu il primo, autorevole ambasciatore, a partire dal 1963. Gli bastarono 18 minuti per un cortometraggio che, senza lasciarsi tentare dagli sperimentalismi allora in voga nel cinema europeo, anzi prediligendo la linearità, ancora oggi cattura il pubblico. In Borom Sarret – un carrettiere che si trova a che fare con un religioso musulmano, quindi con un neoborghese e poi con un agente – c’è già «tutto ciò che maturerà con gli anni nell’opera del regista senegalese», annota Cinemafrica.org. Il borom sarret «è simbolo dell’uomo del popolo schiacciato dalla burocrazia e dalle forze politiche e religiose».

La burocrazia, kafkiana come non mai, è invisibile protagonista anche di Le mandat: un vaglia inviato da un emigrato in Francia alla sua famiglia a Dakar, e impossibile da riscuotere. Il film, una commedia amara, rappresentò la prima volta dell’Africa a Venezia, nell’ambito di quella complicata edizione che fu la Mostra del ’68, e meritò al suo autore il Premio della critica internazionale. Vent’anni dopo, Sembène porta al Lido Campo Thiaroye, un film che ricostruisce il massacro da parte dei francesi, nel 1944, di un battaglione di militari africani smobilitati che avevano combattuto per la Francia e ai quali Parigi nega il soldo. Di nuovo si porta a casa un premio.

Ma il vero premio (l’ultimo in ordine di tempo è stato l’italiano Nonino, attribuitogli a Udine il gennaio scorso) era per lui il favore del pubblico, di quegli “eroi quotidiani” alla cui intenzione egli concepiva le sue opere. Soprattutto le “eroine”. Da Diouana, l’umiliata colf che si uccide perché «io non sarò una schiava», a Collé Ardo, la travolgente pasionaria contro l’escissione, nel cinema di Sembène le donne hanno quasi sempre un ruolo fondamentale. L’ammirazione per loro, confessò un giorno, gli veniva dall’aver osservato il loro atteggiamento «durante gli scioperi in epoca coloniale: erano loro i pilastri del movimento». Lo facevano loro, lo sciopero: dell’amore, se il marito non si univa ai compagni in agitazione. E organizzando il picchettaggio. E poi bisognerebbe citare almeno i titoli di Emitaï, Guelwaar, Faat-Kiné… Come ha confermato Fatou Kiné Camara, professoressa universitaria senegalese – docente di diritto e «soprattutto femminista africana» –, quella di Sembène è la «donna dalle tre “P”: popolare, polemica, politica».
Esattamente come lo sono i suoi film.

pubblicato su Amani ottobre 2007
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