Un tè con De Klerk

Antjie Krog

Antjie Krog

Riconciliazione al posto della vendetta. È lo straniero che ci porta la fortuna. Le civiltà non si scontrano né si incontrano; gli esseri umani, invece, sì.

Eravamo andati a Mantova per domandare ad Abdourahman A. Waberi se i suoi Stati Uniti d’Africa (Morellini, 2007, pp. 166, € 14,90) avessero qualche debito verso l’Africa Paradis di Sylvestre Amoussou: tanto quest’ultimo – film di regista beninese – quanto il romanzo dell’autore oriundo di Gibuti propongono un rovesciamento di ruoli: all’Africa oramai prospera e attraente (e politicamente unitaria) si contrappone una desolata Europa di «caucasici sulla strada dell’esilio». 
Eravamo andati nella patria di Virgilio anche per conoscere un “contastorie” del Benin senza ambizioni se non quella di vivere nella pace della sua cittadina, intessendo relazioni davanti alla porta della sua bottega e raccontando favole “tradimoderne” – poi raccolte e trascritte da Marco Aime in un volumetto con un titolo “sospetto”, di questi tempi: Gli stranieri portano fortuna (Epoché, 2007, pp. 142, € 12,00). Ma neanche Lawa Tokou ha raggiunto la città dei Gonzaga. Non avere (mai avuto) un passaporto, abitare lontano dalla capitale e vivere in un Paese senza ambasciata italiana, significa non avere chance per un viaggio in riva al Mincio. Per Waberi l’assenza era invece dovuta a un nuovo insegnamento universitario. Negli Stati Uniti, appunto. Ma d’America.

Così abbiamo dovuto accontentarci – si fa per dire. Di Wole Soyinka. Di Antjie Krog (nella foto). Poetessa, giornalista, la Krog seguì per la radio sudafricana Sabc i lavori della Commissione per la verità e la riconciliazione. «Ma come si fa a vivere con così tante morti?». Ne è uscito un libro terrificante e bellissimo, Terra del mio sangue (Nutrimenti, 2006, pp. 525, € 18,00). Da cui è stato tratto anche un film con Juliette Binoche, In My Country (ma dopo il quale è meglio tornare al libro).

Fin da ragazza, quando scaturì la sua vena lirica, Antjie Krog si rivelò una afrikaner contro l’apartheid. Sembra portare ancor oggi in volto i segni di una sofferenza inestirpabile, e sempre sul punto di erompere. Non a caso il momento più alto dei suoi incontri mantovani è stato un prolungato e pregno silenzio. Una donna, dichiaratasi come israeliana, ha chiesto alla scrittrice come faceva, ogni mattina, lei, bianca, a guardarsi allo specchio. Era evidente che si trattava del suo stesso problema. Sopraffatta dall’emozione, la signora non ha finito la frase. Né Antjie Krog è riuscita ad articolare una risposta.

La fatica di cambiare

Sarebbe stato interessante un confronto diretto tra la Krog e Soyinka. La poetessa ha messo in risalto il cammino straordinario compiuto dal suo paese grazie alla Commissione (terminò i lavori nel 1998). Già la sola introduzione del concetto di perdono ha significato «accedere a un livello superiore. Prima, vedevo il perdono unicamente legato al messaggio di Gesù… un modo per meritare il paradiso. Poi ho capito che riguarda noi, qui, e la nostra convivenza, che non può essere regolata in termini di punizione e di vendetta». «Ma che cos’hanno i neri – si chiese la madre di Antjie quando la Commissione cominciò a lavorare – che non sono neanche capaci di vendetta?».

Ciò non significa che la riconciliazione sia un dato acquisito. È un traguardo di cui bisogna ogni giorno occuparsi di nuovo, in Sudafrica. Anche perché i bianchi danno l’impressione di avere intascato l’amnistia e di non essersi più posti, da allora, l’interrogativo di dovere qualcosa al paese. Willy Brandt, per lo meno, ha ricordato la Krog, nel 1970 onorò il memoriale del ghetto di Varsavia; in Sudafrica Frederik W. De Klerk ha liberato, sì, Nelson Mandela, «ma non è andato fino in fondo», non ha compiuto un gesto analogo a quello del cancelliere tedesco, di riparazione almeno simbolica. Sarebbe stato un atto decisivo, perché «la nostra – puntualizza la scrittrice – è una società patriarcale, dove si sottostà al gesto del maschio più forte. Se non abbiamo un comportamento davvero umano, non possiamo pretendere che i neri ci vedano come umani. E da noi non c’è ancora abbastanza comunicazione tra gli uni e gli altri».L’occasione che ha portato a Mantova Wole Soyinka, il Nobel per la letteratura 1986 (ma quell’anno si parlò di assegnarglielo piuttosto per la pace) è l’uscita della sua sofferta autobiografia, Sul far del giorno (Frassinelli, 2007, pp. 708, € 18,50). Sofferta perché scritta quasi controvoglia («un’autobiografia non dovrebbe mai varcare l’età dell’innocenza», ha ripetuto) e combattendo con l’editore che la trovava sempre troppo poco “autobiografica”. Ne è uscita, in ogni caso, un’opera ricca e dai molti registri, degna del suo autore.

Ma è stato edito allo stesso tempo un altro suo libro in italiano: una riflessione del 1999, epoca in cui ferveva il dibattito sul diritto al risarcimento dei discendenti degli schiavi africani. Eravamo alla vigilia del terzo millennio, ma a Soyinka stava a cuore, più che il passato remoto, quello prossimo, ancora fumante. La Commissione verità e riconciliazione aveva appena concluso i suoi lavori, e Il peso della memoria (Medusa, 2007, pp. 128, € 12,00) era, per il Nobel nigeriano, troppo grave per rischiare di essere liquidato a buon mercato – La tentazione del perdono completa infatti il titolo del libro. Affinché la verità potesse davvero innescare un processo di riconciliazione, per Soyinka sarebbe stato necessario passare attraverso la riparazione, il risarcimento. Non necessariamente, o non esclusivamente, pecuniario, però effettivo, in grado di mostrare il cambiamento (la “conversione”, si direbbe in termini teologici) dei beneficiari dell’apartheid. 

Change Is Pain, “il cambiamento è fatica”, cantava da Soweto il “poeta del popolo” Mzwakhe Mbuli. E «Il 70 per cento dei neri – ha sottolineato Antjie Krog – non ha mai preso un tè con un bianco»…

pubblicato su Nigrizia ottobre 2007
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