In bilico tra due mondi

Randa Ghazy

Le vie del dialogo tra società e islam “italiano” sembrano farsi più impervie. Ma se invece di politici e intellettuali ascoltassimo certi giovani…

«Senatores, boni viri; senatus, mala bestia». Ma si direbbe che i termini andrebbero oramai invertiti, visto che il vicepresidente del Senato, non contento della sua «porcata» (la legge elettorale che scrisse al termine della passata legislatura), ha indetto anche il Maiale Day. Contro una nuova moschea.

Verrebbe voglia di sperare che simili bestialità finiscano in fretta nel dimenticatoio, tra i mille “infortuni” delle battute dei politici dell’intero arco parlamentare. Il fatto è che non ci siamo ancora scordati della maglietta con le vignette anti-islamiche del medesimo Roberto Calderoli, allora ministro, né della terra concimata con urina di porco durante una cerimonia promossa dallo stesso – all’epoca “on.” – in quel di Lodi, sempre in prevenzione allo spuntar di minareti (“cerimonia” al punto di avere tra i figuranti un vero prete e una vera messa).

Sono squallidi momenti di uno “scontro di civiltà” che, a forza di venir attizzato, potrebbe rischiare, alla fine, di divampare per davvero. Come avvertiva l’appello per la VI Giornata del dialogo cristianoislamico (si celebra da sei anni alla fine del ramadan, caduta quest’anno il 5 ottobre): «Occorre muoversi prima che sia troppo tardi perché, come tutte le piante, anche quella del dialogo ha bisogno di cure»; ma è un dialogo «che vediamo sempre più minacciato e ricacciato indietro», mentre «i mezzi di comunicazione di massa non cessano di suonare la marcia funebre della guerra e dell’odio fra le nazioni, i popoli, le religioni, le culture diffondendo razzismo e violenza».

Gli slalom di Tariq

Un dialogo così precario che rischia subito gli scivoloni. Com’è capitato a Mantova, a quel Festivaletteratura di settembre che non ha più bisogno di presentazioni. Su uno degli ospiti più attesi si era cominciato a discutere sui giornali ancor prima della sua conferenza: è lecito o no dialogare con Tariq Ramadan, l’intellettuale svizzero di origini egiziane che propugna in giacca e cravatta un «islam europeo», ma in termini che a molti suonano sempre ambigui? Ci mancava solo Christopher Hitchens, l’autore del polemico Dio non è grande (e di un irriverente libro su Madre Teresa), infilatosi tra il pubblico per gettare olio sul fuoco e dare a Ramadan del «lingua biforcuta».

Renzo Guolo, che con Ramadan aveva discusso dal tavolo, ha poi commentato il caso: «La domanda sottesa alla polemica che investe Tariq Ramadan è, per alcuni, più che “si può parlare con Ramadan?”, “si può parlare con l’islam?”. Se la risposta è affermativa, ne consegue una scelta: difficile evitare di considerare l’intellettuale musulmano non tanto l’interlocutore – il mondo islamico è assai plurale e lo stesso Ramadan è contestato nel suo stesso campo dai laici e dai fautori di un rigido islam politico di matrice salafita – ma uno degli interlocutori con cui affrontare i temi».

In fondo persino i negoziati per la pace, durante una guerra, non si fanno con gli amici ma coi nemici, purché ci sia una base minima comune. Che, secondo Guolo, in questo caso era «il rispetto delle regole democratiche, la condanna del terrorismo, il rifiuto di posizioni antisemite, la difesa della libertà individuale, anche in materia religiosa. Premesse che Ramadan ha affermato di condividere. Nonostante su alcune questioni egli abbia eluso le domande»…

Randa, la G2

Ma forse è meglio svoltare l’angolo e cercare da un’altra parte… Si può incontrare – è successo allo stesso festival – una ragazza poco più che ventenne, in verità già baciata dalla notorietà quando, ad appena 15 anni, il suo Sognando Palestina divenne un caso editoriale. Adesso ha raddoppiato con Oggi forse non ammazzo nessuno (Fabbri).

Randa Ghazy è di famiglia egiziana ma è una «G2», come ama dire identificandosi con quelli come lei: “G” come generazione e “2” come seconda. È nata in Italia e quindi si sente, come indicava il titolo del suo incontro con il pubblico, «in bilico tra due mondi». Una posizione scomoda, che le è costato fatica raggiungere e che non sempre è facile mantenere. «Ci sono delle crisi di identità – ammette Randa – per quanto ci si dica cittadini del mondo». Ma «stare nel mezzo» l’ha fatto cosa sua e ne difende la ricchezza. «I miei genitori», ha confidato al folto pubblico, di ogni età e soprattutto femminile, «mi hanno permesso di adattarmi al contesto che mi circondava. Però ogni anno mi portavano in Egitto… In casa parlavano un misto di arabo e di italiano. Io non volevo imparare l’arabo; poi mi sono convinta, soprattutto per via del Corano».

Una bella ragazza dai lineamenti mediorientali, spigliata ma con lampi di timidezza, che indossa un bell’abito, lungo ma non bigotto. Prevedibile la domanda sul velo. «In Italia, non so perché, il dibattito si è fossilizzato sul velo. Quante sono, dopotutto, le donne che qui portano il niqab, il velo che lascia appena una fessura per gli occhi? A parte il niqab, indossare l’hijab non è necessariamente segno di sottomissione al marito. Si tratta di una scelta personale. Per me il velo è come… la ceretta! Qualcosa che riguarda esclusivamente la donna. Io ho scelto di non portarlo, per ora, ma non credo di essere per questo una cattiva musulmana».

Il romanzo si svolge nel 2006, «l’anno in cui è morta Oriana Fallaci. E anche Naghib Mahfuz, il Nobel egiziano per la letteratura che nessuno, però, qui conosce». Per Randa, divoratrice di libri fin dall’infanzia, sono entrambi «figure mitiche». Anche Oriana?! «Per me è stata un modello. Una grandissima giornalista. Forse l’Italia non ne avrà più una così. Il suo primo libro, Niente e così sia, mi colpì tantissimo. Aveva una capacità rara di toccarti il cuore. Quando ami i libri di uno scrittore, diventa come un tuo amico. Per questo La rabbia e l’orgoglio l’ho poi sentito come un tradimento».

In Oggi forse… la protagonista Jasmine, alter ego di Randa, «soffre per la morte della Fallaci quasi quanto per la morte di Mahfuz… È questa la grandezza della contaminazione culturale!». Una frase, quest’ultima, pronunciata senza ricercatezza, ma che innesca un applauso fragoroso.

Le preoccupazioni di Khalid

Ci viene in mente un altro giovane musulmano, nato, lui, in Marocco, e che l’italiano ha dovuto impararselo da grandicello. E l’ha imparato bene, come ricorderà chi l’ha visto in diverse apparizioni televisive quando era presidente dei Giovani Musulmani d’Italia. Anche Khalid Chaouki ha scritto un libro, non un romanzo ma un saggio (Salaam, Italia!, Aliberti), o meglio, la sua visione di credente-laico profondamente inquieto per la piega che ha preso l’islam ufficiale italiano.

Ricorda con piacere e riconoscenza il rispetto con cui preti e suore lo trattarono, quand’era un ragazzino timoroso di essere indotto a convertirsi al cristianesimo. «Ancora oggi centinaia di bambini musulmani quotidianamente vengono sottoposti al consueto mini-interrogatorio»: sul cibo che hanno mangiato alla mensa… e se hanno dovuto recitare preghiere cristiane… E denuncia il modo in cui «la stragrande maggioranza dei nostri imam» considera i giovani islamici come lui: tutti «droga, sesso, pornografia, fumo, alcolici e così via». Anche Khalid confessa di essere «in bilico tra più mondi». «Vivere un’esperienza di integrazione è difficile».

Se Randa parla soprattutto ai non musulmani – «perché non confondano l’islam con quelle che sono solo mistificazioni» –, Khalid si rivolge in primo luogo ai suoi correligionari. Prospettive diverse ma entrambe animate da passione e con un soffio di levità — anche di ingenuità, se ci è consentito — che conferisce ulteriore consistenza alla serietà dei due giovani. Altro che sofismi levantini e linguaggi da “salumieri”.

 pubblicato su Evangelizzare novembre 2007
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