Potere, pudore e pantaloni

Se l’abito non fa il monaco, neppure i pantaloni fan sempre le pari opportunità.

Viene dal francese: pends, cioè scende, fino al talon. O tacco. Ma il prototipo è italiano. Pan-talone, appunto. Tant’è vero che per distinguerlo dalla maschera veneziana, il capo d’abbigliamento più tipicamente maschile viene usato al plurale. Ma di brache ce ne sono di mille fogge. E non sarò io a sciorinarvele.

Certo avrebbe il suo interesse fare una storia dei pantaloni. Più ancora al femminile. Si verrebbe a scoprire che i primi casi non bisognerebbe cercarli a ovest, dove se ne servivano le mandriane a cavallo del far west, ma verso est, e tanti secoli prima: in Persia. Per poi fare un’altra scoperta. Che la Rivoluzione francese – con tutta la sua liberté – vietò di indossare abiti dell’altro sesso! (Ironie della storia: lo stesso farà Banda, dittatorello del Malawi, e altrettanto i soldati di Pinochet, dopo il golpe. I quali passavano subito all’atto pratico e strappavano i pantaloni di dosso alle cilene che osavano uscire in quel modo). Quando, anni dopo, l’interdizione in Francia venne tolta, le sopravvisse però il detto: “La ragazza in pantaloni è una ragazza che si comporta male”.

Questione di pudore? Manco per sogno. “Una donna onesta ha le ginocchia sporche”, spiegava il detto. A forza di lavorare, soprattutto a forza di restare ginocchioni a fare il bucato in riva al fiume.

I più giovani non immaginano che i pantaloni da donna siano, nel loro uso corrente, così recenti. Li sdoganò, introducendoli nell’alta moda, André Courrèges. Erano appena gli anni Sessanta.

Nelle chiese si tentò di resistere, e molti fedeli faticavano a vederne il motivo. Nel suo blog, una donna ricorda con dolcezza la sua infanzia «scandita dal calendario gregoriano»: «In chiesa si doveva vestire con correttezza ed erano vietati i pantaloni alle donne. Il perché non l’ho mai capito, visto che una donna in pantaloni era più coperta che con le gonne. Ma si ubbidiva diligentemente alla regola».

Vita bassa in bus

Salto di continente. Repubblica Democratica del Congo. Un anno fa si tenevano le prime elezioni democratiche. Il 9 gennaio 2007 si insedia il nuovo Parlamento. Con il suo bravo regolamento che contempla anche una tenuta adeguata. Giacca e cravatta, come a Montecitorio, per gli uomini. Per le donne, tailleur o gonna all’africana (il pagne) con giacca o blusa. Ma i pantaloni, no. Anzi sì: le signore deputate possono accomodarsi al loro seggio ma non prendere la parola vestite così.

Le parlamentari reagiscono, qualche onorevole uomo le difende… È quasi bagarre. Finché un deputato parla chiaro: «Non possiamo tollerare la depravazione dei costumi indotta dai pantaloni attillati, troppo sexy. L’esempio deve venire dall’alto». Una collega conviene che certo abbigliamento e i jeans a vita bassa «fanno strage. Ma si possono mettere i pantaloni anche senza scandalizzare».

Rimane il dubbio che la questione pantaloni nasconda anche un significato simbolico machista, dato che dopo quella dei calzoni gli onorevoli respingono un’altra richiesta dei seggi rosa: quella di creare una “Commissione donna, famiglia, bambino”.

In Ruanda, i «vestiti moderni» incontrano il favore della popolazione motorizzata. Maschile, ovviamente. Da quando i passaggi zebrati vengono attraversati da ragazze infilate in jeans elasticizzati a vita bassa, preferibilmente con t-shirt che lasciano gli ombelichi al vento, tassisti e chauffeur di Kigali hanno imparato a rallentare. A fermarsi. Ne approfittano volentieri piccole frotte di scolari, che godono così della sicurezza che il codice della strada non era in grado di garantire.

In una recente conferenza, una scrittrice ventenne nata in Italia, Randa Ghazy, figlia di genitori egiziani, confidava al pubblico il suo stupore nel notare il gesto di qualche donna, d’estate sugli autobus del Cairo, che le tirava giù la maglietta che risaliva non appena lei si appendeva a una maniglia. Dialogava con la giovane autrice, per l’occasione, Lella Costa, noto personaggio dello spettacolo e del femminismo (o meglio, forse, del femminile), che ha strappato un’ovazione al pubblico – quasi esclusivamente di donne – quando ha commentato la sorpresa della ragazza con affettuosa ironia. E ha concluso con una sorta di irrefrenabile, quanto utopico augurio: «E il prossimo inverno, torna la vita alta… Sì!».

pubblicato su Raggio (ora Combonifem) novembre-dicembre 2007
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