De rerum natura. Morta

The-day-after-tomorrowIl 2007 è stato l’anno della presa di coscienza della catastrofe ambientale che ci stiamo preparando con le nostre mani. Ma coscienza non è ancora azione…

Proviamo a guardarla da questo punto di vista, la nostra Terra. In città, cassonetti: dappertutto e mai abbastanza, che contendono i posti macchina alle auto, sprigionando esalazioni nel raggio di venti metri anche quando non sono assediati e sovrastati da sacchetti in sovrannumero, da divani e frammenti di tubi catodici. Ci tornano in mente Napoli e la Campania di pochi mesi fa, ma non occorre frugare nella cronaca: basta guardare le vie che girano attorno a casa nostra.

Oppure fuori città. Qualsiasi piazzola di superstrada o di statale ordinaria è buona per improvvisarvi una discarica. Guardare la campagna (massacrata dai tralicci), solo in apparenza è più confortante. E se vi fossero interrati dei fusti tossici, come si è scoperto in provincia di Matera a fine settembre? A meno che qualcuno non sia già andato a imboscarli sotto le spiagge somale o nelle periferie di Abidjan (528 tonnellate, l’anno scorso, scaricati per conto di una società elvetico-olandese). Senza contare atrazina e intrugli vari che per decenni hanno concimato i nostri terreni.

Alzi lo sguardo al cielo e… il cielo è grigio-rossastro. Anche oggi come ieri. E come domani, se non ci aiuta un bel rovescio di piogge acide e un colpo di tramontana che ci restituirà, per alcune ore, l’azzurro.

Ti concedi una gita in una città d’arte, e trovi monumenti millenari pennellati da miscele di spray e urina. Cambi emisfero e… «il nome della città di Açailândia deriva da açaí, un frutto gustoso di una palma che… qui già non c’è più!», scrive un missionario dal Brasile. «Biglietto da visita scaduto, per una città che ha solo 26 anni di vita. La foresta è stata tagliata, fatta a pezzi e rivenduta. Dieci anni fa qui c’erano 60 segherie, ora stanno chiudendo l’ultima. Tanti camion attraversano la città, di giorno e di notte. Li accoglie, all’entrata, un “monumento” che è un inno al saccheggio: un grande tronco di foresta nativa, innalzato come un menhir a ricordare che qui la gente ha sempre vissuto di disboscamento».

“Il pc salva le foreste”

Si va in gita sui ghiacciai come al capezzale di un amico malato, e intanto si apre il mitico passaggio a nord-ovest mentre la foresta siberiana è in fiamme (i soli incendi italiani del 2007 hanno liberato metà della CO2 che la Penisola sprigiona in un anno) e le api optano per una sorta di autogenocidio: è già datp per «disperso» il 60% del patrimonio apistico statunitense, e anche in Europa e altrove la tendenza è quella. Ci consoleremo con le zanzare tigre.

Allorché diamo fondo ai penultimi barili di petrolio, già arrivano le mazzate sui combustibili del futuro. «I biocarburanti – assicura l’Ufficio federale dell’energia svizzero – non sono necessariamente più ecologici dei carburanti di origine fossile». Continueremo insomma a produrre gas serra come prima, e per di più sconvolgendo l’agricoltura. Persino gli allevamenti di bovini e suini sono, già oggi, ciminiere di metano (73 milioni di tonnellate l’anno)…

Ricordo il mio primo computer. Due dischetti, di quelli flosci, mi spiegavano allegramente che ormai non avrei usato più carta. Il pc avrebbe salvato le foreste. Non più bisogno di stampare migliaia di pagine: tutto qui, nella mia memoria di floppy! A parte che non è la carta, probabilmente, il danno maggiore, dato che non viene prodotta con legno di quercia o di mogano ma grazie ai boschi cedui, scopriamo adesso che il problema ecologico dell’informatica non sono solo le ingenti risorse per costruire l’hardware e lo smaltimento dello stesso – che diviene subito obsoleto – ma il mostruoso dispendio di energia soprattutto da parte dei server. «In un futuro vicino – informa Il Sole-24 Ore – i centri di elaborazione dati costeranno più in termini di energia elettrica che di computer. Attualmente vengono spesi circa 50 centesimi in energia per ogni dollaro di hardware. Si prevede che questa cifra aumenterà del 54% nei prossimi 4 anni arrivando a 71 centesimi».

Una scomoda (e inutile) verità

Visto con le lenti dell’ambiente e del clima, davvero il nostro mondo è disperante. Film come Waterworld e The Day After Tomorrow ci paiono sostanzialmente credibili (ma Una scomoda verità, il documentario di Al Gore, ha incassato meno del previsto; e il concerto globale del 7 luglio, da lui promosso, non si capisce quale servizio abbia reso all’ambiente, con gli spostamenti di masse e i consumi di energia supplementare che ha indotto). I quattordicenni, che non riescono a immaginare un mondo senza moto da Gran Premio, ascensori, aerei, cibo da buttare e gadget tecnologici da sostituire a getto continuo, ci scherzano sopra. I più fortunati hanno una sorella maggiore che gli fa notare: “Guardate che il peggio toccherà a noi… a voi; mamma e papà (con l’età che hanno!) se la caveranno ancora bene”.

Le alternative, per quanto necessarie e urgenti, spesso non convincono, vuoi perché ne intuiamo fin da subito i limiti, vuoi perché ben sappiamo che ogni soluzione apre almeno altri due problemi.

Da quasi quarant’anni diversi ambienti scientifici ci mettono in guardia sui Limiti dello sviluppo (è il titolo di un celebre rapporto del Club di Roma): da ancor prima che scoppiasse la crisi petrolifera del 1973. Gli studi, i dibattiti, le associazioni, i partiti, la letteratura sull’argomento si sono moltiplicati in progressione geometrica. Con il bel risultato che il tasso di anidride carbonica nell’aria è aumentato di una volta e mezzo dall’inizio della rivoluzione industriale ad oggi. Peggio: gran parte dell’incremento è avvenuto negli ultimi cinquant’anni e, in questo periodo, la maggior concentrazione si è registrata negli ultimi sei anni. Diamo la colpa alla Cina? Chi è senza peccato “contro (la) natura” scagli… il primo isotopo.

La soluzione? Arrangiatevi

Insomma la mole di conoscenze elaborate dagli scienziati – disponibili ai politici e divulgate presso la gente – non serve a cambiare il mondo. Chi non faceva la raccolta differenziata per evitare due passi in più fino al contenitore in fondo alla via, continua imperturbabile a non farla. Chi a Washington non si preoccupava del Protocollo di Kyoto, continua a non impegnarvisi. Anzi contropropone: “Ciascuno s’arrangi come meglio può”.

Che strano. In un mondo dove si proclama, giustamente, il primato della razionalità, ci si abbandona sempre più a un fatalismo criminale. È vero, le inversioni di rotta sono sempre impopolari. E in sistemi politici dove si vive alla giornata, e non solo in Italia, eternamente sospesi tra un’elezione e l’altra, come progettare prospettive di lungo termine? Con i relativi investimenti, sacrifici e, si spera, risultati. I temerari economisti che ci accusano di essere dei «tossicodipendenti» della crescita, si chiamino pure Serge Latouche (La scommessa della decrescita, Feltrinelli), non provocano che un sorriso di sufficienza nel mondo dei decisori – politici, industriali o sindacali che siano.

Eppure non è scritto nelle stelle che la crescita economica – la quale richiede risorse naturali ed energetiche, consumi e rifiuti, in misura esponenzialmente crescente – stia nella rerum natura. Come diceva Cornelius Castoriadis, un pensatore dalle molte sfaccettature citato da Latouche: «Il fatto che il popolo ebraico vivesse per adorare Dio, mentre noi viviamo per aumentare il prodotto interno non è un dato di natura, né frutto dell’economia o della sessualità… Si tratta di orientamenti dell’immaginario costitutivi e fondamentali che danno un senso all’esistenza».

Dove si scopre che la questione ambientale non è (solo) di carattere scientifico, tecnico, politico, economico, ma (anche) antropologico, filosofico. “Religioso”.

 pubblicato su Evangelizzare dicembre 2007
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