Diritto alla differenza, e non differenza del diritto


disabilitaIl titolo è una frase dello storico africano Joseph Ki-Zerbo. Forse è bene ricordarla, nel 60° della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Nel 1998 la Dichiarazione ebbe onori degni di un giubileo. Poi è venuto l’11 Settembre. Sicurezza e privacy, sicurezza e libera circolazione, nozione di guerra preventiva… Lo schianto delle Torri gemelle ha fatto tremare anche l’edificio dei diritti che si era costruito negli ultimi secoli e soprattutto nel dopoguerra. Più in positivo, il cambio di millennio aveva salutato (7 dicembre 2000) la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

I pessimisti troveranno che tutto il clonarsi di Carte dei diritti e di Convenzioni – nel 2008 ricorre anche il 30° della Dichiarazione universale dei diritti dell’animale, e già si parla di una Carta per i robot – serva a poco e niente. La storia che si consuma quotidianamente tra l’esperienza del cittadino alle prese con il Moloch della burocrazia da una parte e le massicce repressioni in stile birmano dall’altra, sembra andare in un’altra direzione.

È una situazione «complessa e contraddittoria», riconosce Marcello Flores, direttore scientifico di Diritti Umani, recente opera enciclopedica (Utet) che affronta la questione da tutti i punti di vista. È vero che «la crescita di un discorso sui diritti non ha comportato automaticamente una parallela crescita della loro pratica», tuttavia «la cultura dei diritti umani si è conquistata in pochi anni uno spazio rilevante e autonomo».

Quattro generazioni

La nozione di diritti umani ci può sembrare, a un primo sguardo, evidente. A cominciare dal diritto a vivere. Ma quando si scende nel dettaglio, ci si imbatte in distinguo e conflitti. «Per quanto li si consideri inalienabili e connaturati all’essere umano», leggiamo nella succitata enciclopedia, essi «rappresentano un prodotto storico dell’umanità». Sono insomma legati a circostanze, luoghi, tempi, contesti.

Allo stato attuale vengono catalogate tre o quattro generazioni di diritti. La prima è quella delle libertà civili, sancite dalle rivoluzioni americana e francese. Libertà di opinione, di religione, di associazione e affini, assieme ai diritti di partecipazione politica: tutte conquiste che hanno senso soprattutto nella relazione individuo-stato. Non a caso scaturirono all’indomani di mutamenti politici così forti.

La seconda generazione è quella nata nell’orbita socialista: diritti economici, sociali e culturali – pane e lavoro, scuola e cure mediche – rivendicati nel quadro di un’altra rivoluzione, quella industriale. Il socialismo giudicava questi ultimi veramente prioritari; in “Occidente” si sosteneva che le libertà civili-politiche dovevano essere garantite dallo stato, e i diritti economico-sociali «realizzati “gradualmente”, o nella “massima misura consentita dalle risorse disponibili”» (Savitri Goonesekere).

Quelli di terza generazione sono anche, per il momento, i diritti più… fumosi in un’ottica giuridica (tranne l’autodeterminazione dei popoli), per via del loro carattere collettivo e per i contenuti «vaghi ed eterogenei» – benché tutt’altro che trascurabili: diritto allo sviluppo, alla sovranità sulle risorse naturali, all’accesso alle comunicazioni, e poi i diritti ambientali, dei consumatori… La quarta generazione è ancora in gestazione e riguarda le nuove tecnologie, soprattutto quelle che hanno a che fare con l’origine, la qualità e la fine della vita biologica, e le nanotecnologie, che spalancano universi inquietanti e affascinanti.

Il giudice di Hannover

Mentre nuove problematiche irrompono, non sempre quelle antiche sono metabolizzate. Prendiamo la “universabilità” dei diritti. Che la Dichiarazione del 1948 e Carte varie che ne discendono siano marcate culturalmente, è un fatto. Del resto non potrebbe essere diversamente per una realtà umana. All’interno dell’Occidente stesso, in cui essa è nata, si avvertono degli scricchiolii. A cominciare dal titolo, spesso aggirato e reso come “diritti umani”, ma che in realtà recita proprio “diritti dell’uomo” (e poco importa, a chi difende il linguaggio inclusivo, che “uomo” sia scritto con la minuscola o con la maiuscola).

Altri universi, differenti da quello euro-occidentale, hanno obiezioni di altro tipo. E difendono il loro diritto ad altre gerarchie di valori. Così l’Africa, il mondo arabo, l’Asia. Va però segnalato come anche queste aree abbiano sentito, non foss’altro che per ragioni di opportunità politica, la necessità di promulgare loro Carte dei diritti o almeno – è il caso della Dichiarazione di Bangkok (1993) – una posizione argomentata, per quanto poco convincente anche all’interno dello scenario asiatico, di rigetto della visione occidentale. Più ambigua è la Dichiarazione islamica che peraltro, a 27 anni dalla prima di tre edizioni, non è ancora considerata come vincolante dall’Organizzazione della conferenza islamica.

Diverso l’approccio dell’Africa, che nella sua Carta del 1988 integra la Dichiarazione universale con le posteriori acquisizioni giuridiche sui diritti dei popoli, e ha perfezionato i suoi strumenti giuridici con l’istituzione di una Commissione e poi di una Corte «dei diritti dell’uomo e dei popoli», aggiungendo nel 2005 un “moderno” Protocollo sui diritti delle donne.

Accade però, intanto, che nelle stesse società europee la crescente presenza di immigrati faccia risuscitare dei dubbi sull’universalità dei diritti. Non è ancora del tutto spento, ad esempio, il dibattito sulle mutilazioni genitali femminili, che certi ambienti difendono o tollerano in base al diritto a conservare le tradizioni. Ma forse dobbiamo ringraziare quel giudice di Hannover che ha concesso un’attenuante all’uomo che aveva usato violenza sulla sua ragazza, poiché, asseriva il magistrato, «si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. È un sardo». Ha involontariamente aiutato molti a ritrovarsi dall’altra parte, e a credere più nel diritto positivo che in una pretesa “cultura”.

Abili ai diritti

Un fatto nuovo (meglio tardi che mai) è invece l’adozione da parte dell’Onu, a fine 2006, della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, la cui ratifica da parte del parlamento italiano era data per imminente a fine novembre 2007. «L’adozione di questa Convenzione – esclamò Kofi Annan in quell’occasione – cade nel giorno di Santa Lucia, celebrata in alcuni paesi come la santa patrona sia della cecità che della luce. Facciamo sì che questo giorno rappresenti davvero una nuova alba. Facciamo sì che inauguri un tempo in cui quanti nel mondo sono disabili diventino cittadini a pieno titolo».

Ci sono voluti quasi sessant’anni per esplicitare i diritti di queste persone, certo già racchiusi in nuce – forse troppo – nei primi due articoli della Dichiarazione redatta dal Nobel per la pace René Cassin. Quasi sessant’anni per riconoscere che l’approccio alle disabilità non va fatto secondo un «modello medico» ma secondo «un modello sociale» (Giampiero Griffo, presidente di Disabiled People’s International Italia). Dove, cioè, al centro non sta un organismo “ammalato” ma un cittadino, un «essere umano», a pieno titolo soggetto di diritti.

Questa Convenzione è arrivata in ritardo, ma può consolare la chiosa del segretario generale Annan al volgere di quel 13 dicembre: «La Convenzione è diventata una decisione storica per più di una ragione: è il primo trattato sui diritti umani ad essere adottato nel XXI secolo, il trattato sui diritti umani ad essere negoziato con maggiore rapidità nella storia del diritto internazionale, e il primo ad emergere da una operazione di lobby condotta per lo più attraverso internet… Chiedo con forza a tutti i governi di iniziare a ratificare la Convenzione, per poi attuarla, senza indugi».

pubblicato su Evangelizzare gennaio 2008
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