Il presidente perfetto

L’ex presidente del Mozambico, Joaquim Chissano, è stato dichiarato miglior leader politico africano dell’anno. Ha vinto per questo una pensione dorata offerta da un ricco uomo d’affari sudanese. Un premio meritato?

La sua risposta, quando in campagna elettorale, la prima della storia del Mozambico, gli chiedevano cosa avrebbe fatto se le urne lo avessero decretato perdente, era che sarebbe tornato a occuparsi della sua machamba, la fattoria. Non sarebbe stata un’umiliazione per lui, anzi un piacere. Ma Joaquim Alberto Chissano le elezioni del 1994 – quelle che sotterrarono l’ascia di guerra, un conflitto lungo sedici anni – le vinse bene. E di nuovo nel 1999. Non presentò invece la sua candidatura nel 2004. Una rinuncia che è uno dei motivi che gli sono valsi, il 22 ottobre, il Premio Mo Ibrahim.

Non dimentichiamo però che Chissano aveva già occupato quella poltrona per altri otto anni: da quando, dopo la morte di Samora Machel in un incidente aereo, era stato designato presidente dal Comitato centrale del Frelimo, allora partito unico marxista-leninista. Fin dall’indipendenza nazionale, del resto, Chissano era stato un uomo chiave della vita politica mozambicana. Primo ministro durante l’anno di transizione da colonia portoghese a Stato sovrano (1974-75), quindi ministro degli Esteri. E ancor prima, negli anni in cui il Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico) dalle sue retrovie in Tanzania conduceva la sua lotta armata, Chissano era già un uomo di primo piano, segretario politico dell’organizzazione e responsabile dei servizi di sicurezza.

La realizzazione che lo consegna alla storia è l’accordo di pace siglato il 4 ottobre 1992 a Roma, grazie alla paziente “facilitazione” della Comunità di Sant’Egidio, con Afonso Dhlakama, il leader dei guerriglieri della Renamo che Samora si era sgolato per anni a bollare come «banditi armati». Un risultato che venne preparato da lontano dal… muro di Berlino. Chissano era stato a Berlino Est (tre giorni) e in Romania a fine maggio del 1989. Fu l’ultimo Capo di Stato a incontrare Ceausescu vivo. Ma già nel gennaio del 1990 proponeva una bozza di nuova Costituzione. Una Carta, a dire il vero, ancora timida sulle garanzie di uno Stato di diritto.

E quando la Chiesa, entrando nel dibattito nazionale, propose i suoi “emendamenti”, la reazione del presidente fu, sulle prime, seccata. Da essi traspariva, a parer suo, una «filosofia» distante dalla «cultura africana». Ma pochi mesi dopo venne approvata una Legge fondamentale accettabile per gli standard internazionali.

Democrazia incompiuta

Oltre alla pace, gli altri meriti che Chissano stesso si è riconosciuto, sono, facendo eco alla motivazione del Premio: «La ricostruzione nazionale in un tempo che posso definire “record”; la stabilità politica e il mantenimento della pace; e la crescita economica, più tardi completata dalla crescita sociale». Ma non la lotta alla corruzione, gli ha obiettato il giornalista della Bbc che lo intervistava. «Sono soddisfatto di avere per lo meno gettato le basi di un cambiamento del sistema», ha ribattuto Chissano.

Il suo successore, Armando Guebuza, è un volpone di antico pelo del Frelimo. E anche questo rivela il blocco politico mozambicano. Non si è mai prodotta un’alternanza di potere.

Lasciata la sua poltrona, Chissano (68 anni compiuti il giorno stesso della notizia del Premio) non è tornato alla sua machamba ma è diventato un “inviato speciale” delle Nazioni Unite. La sua missione è ora concludere una pace nel Nord Uganda, dove per vent’anni ha imperversato il sedicente Esercito di resistenza del Signore. Non erano molti, in realtà, gli altri candidati al Premio Mo Ibrahim “per il buon governo”. I più accreditati erano Benjamim Mkapa (Tanzania), Domitien Ndayizeye (Burundi), Sam Nujoma (Namibia). E Nelson Mandela? Be’… “Madiba” è uno dei padrini del Premio. Non c’è gusto, se gioca anche lui…


Il premio più ricco di sempre

Si chiama Mohammed Ibrahim. Ma in Africa lo conoscono come “Mo il Grande”. È lui, ricco uomo d’affari sudanese cresciuto tra Londra e Khartoum, l’ideatore del neonato premio per il “miglior leader africano”, per la cui attribuzione ha voluto un comitato presieduto da Kofi Annan.

61 anni, fondatore di Celtel, la principale società di cellulari in Africa, Mo Ibrahim ha stanziato una cifra impressionante per dare lustro alla sua iniziativa: 5 milioni di dollari nel primo decennio, e un vitalizio annuale di 200mila dollari per i restanti anni, da destinare, ogni anno, a un presidente o primo ministro africano, eletto democraticamente, vicino all’età pensionabile, che abbia ben governato durante il proprio mandato.

«È un modo per valorizzare la buona politica – ha spiegato Mo Ibrahim – e allo stesso tempo un incentivo concreto per facilitare l’uscita di scena dei governanti. Molti dei quali, oggi, purtroppo, restano incollati alle poltrone per diversi lustri pur di non perdere i benefici assicurati dal potere». Il magnate sudanese offre dunque una pensione d’oro solo ai leader che se la meritano, per incentivare la democrazia e il buon governo in Africa. Non resta che vederne gli effetti.

Chissano ha dichiarato di voler girare parte della ricca dotazione del premio alla Fondazione che porta il suo nome, dedicata a pace, cultura e sviluppo.

pubblicato su Africa gennaio-febbraio 2008
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...