La ricetta della felicità

È impalpabile, inafferrabile… Eppure la sua «ricerca» (come nel film americano di Muccino) o la sua «attesa» (come nel film africano di Sissako) sono al cuore della storia umana. E dell’odierna scienza.

«Feee…lici! È un ordine»: una delle mille battute di Sturmtruppen. Una di quelle che si ricordano proprio perché nessuno sa essere felice a comando. Tutt’al più fai un sorrisetto, giusto per compiacere chi osi infliggerti una tale pena. Ma la felicità! È altra cosa.

Una reazione simile accolse la battuta finale di Prodi a un duello televisivo preelettorale. L’allora sfidante di Berlusconi aveva promesso di «organizzare un po’ di felicità». Antonio Socci, citiamo lui per tutti, smontò la frase con il semplice fatto che «un cattolico sa che la “felicità” è Dio» e che dunque «la felicità non viene dalla politica». E poco vale, per l’editorialista di Libero, che la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti – atto squisitamente politico – sancisca tra i «diritti inalienabili» la «ricerca della felicità». Questa è altra cosa, per Socci, che non «la felicità tout court, come se fosse “organizzata” dallo stato». Eppure le parole del futuro premier, compreso l’impiego del verbo «organizzare», erano praticamente prese di peso dalla stessa Dichiarazione.

Al di là delle italiche contingenze politiche, rimane il fatto che la parola felicità sprigiona sempre una magia. Non è a caso se la magna charta del Vangelo consiste proprio nelle Beatitudini: un programma di felicità. Ed è straordinario che gli autori di una serissima Storia della felicità dal punto di vista filosofico (Einaudi, 2001) abbiano messo in epigrafe della loro opera una citazione di… un’altra striscia, questa volta di Charlie Brown che legge una storia alla sorellina Sally. Quando arriva al passaggio «…e dice che, benché avesse avuto fama e fortuna, non sembrava mai felice e nessuno sapeva perché…», Snoopy fumetta: «Il suo cane lo odiava!».

Colpa del romanticismo

Serpeggia la diffusa sensazione che la felicità sia qualcosa di talmente irraggiungibile che: «Non credere mica che un istante di felicità sia poco. La felicità esiste solo sotto forma di attimi» (Ignazio Silone, Il Segreto di Luca). E non ci rendiamo conto di come anche la nostra nozione di felicità sia dipendente dall’epoca in cui viviamo.

I coautori della suddetta Storia ci avvertono di come, «scegliendo parametri di valutazione del tutto opposti (a quelli dell’utilitarismo), il movimento romantico abbia contribuito in modo determinante all’indebolimento della felicità come valore perseguibile. La ricerca romantica di identità è come risucchiata dall’aspirazione all’“infinito”, che disconosce i valori di appagamento e di quiete della felicità, sostituendoli con quelli della tensione desiderante».

«Tensione desiderante» di cui – non servono citazioni dotte a confermarlo – si è appropriata la società dei consumi, così che ci ritroviamo, due secoli dopo Novalis, con una più che mai bruciante nostalgia di felicità e, al tempo stesso, con uno sterminato mercato di beni di consumo atti a raggiungerla. Salvo renderci conto, una volta passata la «stimolazione del cambiamento» (così la chiama Tibor Scitovsky in L’economia senza gioia, Città Nuova), che la felicità sta nel… prossimo consumo.

Prendiamo le misure

Psicologia, filosofia, religione, politica… La felicità è osservabile sotto varie ottiche, e mutevole nel tempo e nella geografia umana. Ma forse mai come oggi è stata affrontata (anche) dal punto di vista dell’economia, della medicina, della sociologia. La si quantifica.

Il World Database of Happiness di Rotterdam estende progressivamente dal 1980 le sue ricerche a nuovi paesi del mondo; ma i primi dati sulla percezione della felicità, rilevati negli Stati Uniti, risalgono già al 1946.

La scienza è arrivata a tradurre la gioia di vivere in formule chimiche: si conosce la zona del cervello, il “nucleo accumbens” dove la dopamina agisce, e le endorfine… eccetera. Sono conoscenze utili in particolare per capire il funzionamento sull’organismo umano di alcol, doping, droghe e altre illusorie scorciatoie per la stessa meta. Ma non sta qui la ricetta della felicità.

Per il fondatore e direttore del Database olandese, Ruut Veenhoven, il segreto sta nella libertà di scegliere, accentuatasi nell’era della rivoluzione industriale. Tra i paesi con la più alta percezione di felicità, infatti, figurano Danimarca, Finlandia, Islanda, Svezia… là dove «non esiste differenza fra donne e uomini, c’è tolleranza assoluta per la diversità e la burocrazia è efficiente». Il dato che può apparire sorprendente a noi, popolo di lagnoni, è che è proprio l’Italia il paese in cui gli risulta essere maggiormente cresciuta, negli ultimi trent’anni, la sensazione di benessere.

Più articolata e convincente, anche perché affidata a un libro e non a un breve articolo, appare l’interpretazione della felicità – soprattutto in rapporto al reddito – del già citato Scitovsky; quella di Luigino Bruni che «si pone sulla strada dei grandi teorici della fecondità del dono come Jacques Godbout o Serge Latouche» (così Silvano Zucal nella prefazione a La ferita dell’altro, Il Margine); e, soprattutto, quella di Leonardo Becchetti in Il denaro fa la felicità? (Laterza. Tutti i titoli sono del 2007).

Il tempo costa più del denaro

Becchetti dedica l’intero suo volumetto a discutere le indagini sulla felicità, a cominciare dalla loro attendibilità. L’utente semidistratto dell’informazione quotidiana è forse portato a non prenderle troppo sul serio, e le accorpa inconsciamente ai quiz da spiaggia delle edizioni estive dei settimanali. Becchetti – oltre all’istituto di Veenhoven esamina anche la World Value Survey e altre banche dati – prende in conto le perplessità ma dimostra perché a suo giudizio i dati raccolti sono sostanzialmente accettabili. Entra poi nel merito della questione e mostra particolare interesse alla presenza, in testa alla graduatoria della World Value Survey, di paesi come il Messico, la Nigeria, la Tanzania, mentre gli Usa sono sedicesimi e l’Italia è a metà classifica (50ª posizione).

Le variabili sono tante, naturalmente, e non tutte agevolmente quantificabili, ma se possiamo tirare un paio di lezioni, sono le seguenti. Non è il reddito assoluto, ma quello relativo al gruppo sociale di riferimento ad essere importante per la felicità (o l’infelicità). I tedeschi dell’Est, ad esempio, «hanno subito una significativa riduzione di felicità alla caduta del muro di Berlino» perché a quel punto il termine di paragone ha cominciato a includere «i cugini dell’Ovest». Un’altra prova della relatività dell’importanza del reddito è che la sua crescita non è direttamente proporzionale all’aumento della felicità, a livello tanto macroeconomico (quello di un paese) quanto individuale (a parte il breve periodo in cui una persona assapora lo scatto in avanti, per poi ben presto assuefarsi al nuovo standard raggiunto).

L’altra e decisiva lezione sta nella domanda: «Perché i prezzi della vita relazionale sono alle stelle?». Dove c’è più ricchezza, collegata al progresso tecnologico, c’è anche meno tempo per i rapporti sociali gratuiti. Il tempo è denaro, si sa. Anzi no: «Il tasso di cambio fra le due grandezze è profondamente mutato e di questi tempi “il denaro è molto meno caro del tempo”». Le ore dedicate ad aumentare il reddito pro capite, insomma, vengono sottratte a quelle dedicate alle relazioni umane. A donarci la felicità, però, sono queste e non quello (purché esso non scenda al di sotto di una certa soglia – «Il denaro non fa la felicità, figuriamoci la miseria!», Woody Allen).

Tutte cose che sapevamo già, si potrà dire. Ma è istruttivo vedere come alle stesse conclusioni si possa giungere anche attraverso una “dimostrazione” scientifica.

pubblicato su Evangelizzare febbraio 2008
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