Tra moglie e marito…

Ai più maligni ricorderà quella scena della Via lattea di Luis Buñuel in cui un curato, in una locanda, s’intromette nella camera di una giovane coppia spiegando i dogmi concernenti la Vergine.

A qualcun altro questa miniatura farà scattare tutt’altra associazione mentale: la Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione scritta a fine gennaio da Dionigi Tettamanzi, con la quale il cardinale di Milano vuole semplicemente «sedere accanto» a loro per dire: «La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni». Perché la situazione ritratta da questa splendida miniatura fiorentina – opera del grande Attavante degli Attavanti, inizi del XVI secolo – è appunto quella di Cristo che, secondo uno dei titoli attribuiti a quest’opera che impreziosisce un corale conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana, «ammonisce un uomo e una donna riguardo al divorzio».

Non per nulla Timothy Verdon, autore di un recente commento alle letture festive dell’anno “A” (La bellezza nella parola, San Paolo), ha scelto questa immagine a illustrazione della 6ª domenica del tempo ordinario (che quest’anno, per motivi di calendario liturgico, peraltro salta). Si tratta, com’è facile immaginare, del passaggio del Discorso della montagna secondo Matteo in cui Gesù dichiara: «Fu detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

È uno dei momenti, insomma, in cui il Maestro condanna il divorzio. Cosa arcinota, penserà qualcuno, e con mille conseguenze – compresi certi “effetti collaterali” nella società – di ogni tipo. Eppure… eppure c’è una “finezza”. Chi guarda la composizione in maniera non frettolosa nota che Cristo, nel mezzo del quadretto, non è equidistante dai due coniugi (dall’aria anzianotta: non sempre il trascorrere del tempo smussa gli angoli, anzi si fa complice della ruggine). Mentre il marito presta il dovuto omaggio al Signore, ma puntando lo sguardo – non si sa se più interrogativo o indispettito – alla moglie, la figura del Rabbi è volta, in atteggiamento benedicente, alla donna. Costei le stringe un «lembo» del vestito, come la povera emorroissa del Vangelo che pensava: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E così infatti accadde.

La mano sinistra di Gesù sembra invece imporre uno “stop” al marito. Padre Verdon rilegge le stesse parole di Gesù in una chiave di “giustizia”, più che freddamente giuridica: «Il suo insegnamento era, almeno originalmente, una difesa dei diritti della donna». E si spinge oltre: «La miniatura presenta Cristo come legislatore ma anche come figura ideale del marito» (e infatti Paolo ingiunge ai mariti della comunità cristiana di Efeso: «Amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei»).

Di nuovo uno sguardo all’immagine: la scenetta si inscrive in una cornice “paradisiaca”. Nessuna allusione urbana, solo la natura, bella e ordinata. Verdi prati, un fiume placido, declivi e piante, cielo sereno annunciano pace. Quella dell’Eden, del principio. Quando «tutto era buono» – condizione ripristinata dalla presenza dell’Uomo-Dio (i due colori dei suoi abiti).

 pubblicato su Combonifem marzo 2008
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