Veline dentro

«Salviamo le nostre figlie da un futuro da veline» è l’appello nascosto tra le pagine di un settimanale rosa. C’è chi teme (ma forse è tardi) che la velinità stia diventando il pensiero unico della femminilità

Al casting che consacrò Elisabetta Canalis e Maddalena Corvaglia “veline”, avevano partecipato in 1500. Quattro anni dopo, nel 2002, le giovani che spasimavano per fare da «contorno» al tigì satirico della sera sono 10000. Tanto ben di dio provocò l’idea di un apposito show in loro onore: Veline, per l’appunto (non ne sarete privati neppure l’estate prossima).

Non poteva mancare una “autoparodia”, partorita sempre dalla mente del creatore di Striscia la notizia, Antonio Ricci, per Canale 5. Erano arrivate le Velone! Non abbiamo informazioni di quante fossero state le nonnine ansiose di dimenarsi davanti all’Italia – quella selezione è, per la direttrice del casting di Mediaset, il ricordo più bello della sua attività (vent’anni di lavoro e centomila provini) – ma una cosa è certa: hanno sancito che quello è il modello vincente. Anzi, che ha già vinto, per lo meno a datare dallo sdoganamento del corpo femminile (e di un certo tipo di corpo: da neomaggiorate) operato da Drive In, con le sue “ragazze fast food”. Anche quel varietà uscì dal cilindro del solito Ricci, che vent’anni dopo avrebbe spiegato: «Eravamo nel pieno degli anni Ottanta, in un’Italia esagerata, sopra le righe, e le ragazze fast food erano la metafora di questa esagerazione. Tutti colsero l’aspetto fumettistico e nessuna femminista protestò».

«Nessuna». La giornalista Adele Cambria, interrogata per una puntata di Rai Educational dedicata a vallette e veline, ha in effetti ammesso che «noi facevamo grandi battaglie, per esempio sul patriarcato… Ma dei modelli femminili che la televisione presentava ce ne infischiavamo altamente». Era quello il rimprovero venuto da Renzo Arbore: «Le femministe fanno battaglie per delle piccole cose, e non se la pigliano con le vallette; non guardano la televisione, non dicono che è immorale far portare una busta… o comunque far vedere le gambe delle vallette, usarle così e basta». Un Arbore quasi moralista, e che però ammette la propria parte di responsabilità, avendo «inventato» Lory Del Santo e poi le “ragazze coccodè”. Anche se l’intento era satirico e prendeva di mira la strumentalizzazione del corpo femminile in funzione Auditel, quanti i telespettatori che se ne saranno accorti? «Le ragazze – ha confessato Arbore – vengono usate chiaramente per stimolare il testosterone di noi uomini».

Macelleria

Le veline hanno fatto scuola. Sono poi venute, in rigoroso ordine alfabetico: laureate, letterine, letteronzole, meteorine, paperette, schedine, surfiste, troniste, vitamine. E ci perdonino le dimenticate.

Se a questa schiera aggiungiamo Miss Italia con le sue preselezioni, possiamo farci un’idea delle decine di migliaia di ragazze sì e no maggiorenni che ogni anno affollano i casting. Lele Mora, personaggio che, temiamo, non ha bisogno di presentazioni, dichiara che solo la sua agenzia «vede» dalle 100 alle 150 persone al giorno. Ma incalcolabile è il numero di ragazze (e di loro mamme e… nonne) che giorno dopo giorno si inzuppano di quel cliché di femminilità veicolato non unicamente da Striscia e affini, certo, ma dalla massima parte della comunicazione mediatica. Si va dalle affissioni sui muri ai periodici per preadolescenti, fino ai cartoni e alle bambole per le più piccole (Barbie è quasi una monaca rispetto a Witch, Bratz e Winx – a proposito: il manager di queste ultime è un prete, si chiama Lamberto Pigini). È drammatico il grido che si leva dalle pagine di Ancora dalla parte delle bambine (Feltrinelli), il libro in cui Loredana Lipperini prende il testimone di Elena Gianini Belotti, la pedagogista che all’inizio degli anni Settanta aveva fatto un’inchiesta sulla «influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita».

Che cos’è cambiato, da allora? Può bastare una battuta della stessa Gianini Belotti: «È sparito il mito della verginità, causa di massacri di donne nel passato anche recente: è il frutto della conquistata libertà sessuale femminile, o della vittoriosa pretesa maschile di un uso più facile del corpo delle donne?». Cioè non è cambiato nulla. Sabina Ciuffini, valletta in bianco e nero del Rischiatutto, rimpiange la «protezione formale» di cui a quei tempi godeva una giovane. «L’ipocrisia di allora era forse meglio di questa macelleria di adesso».

Succubi e felici

Viviamo oggi in una società – una cultura – in cui un’ingente massa di donne appare felice di votarsi a un’immagine femminile funzionale all’uomo. Anzi al maschio. Non solo: le donne stesse si rendono complici e inculcano tale stereotipo nelle più giovani, nelle proprie figlie e nipoti. Sia in forma attiva, prone come sono esse stesse all’ideale mediatico, sia in modo passivo: ignorando o sottovalutando l’influenza che su piccole menti esercitano grandi mezzi di comunicazione. Indagini statistiche citate da Lipperini mostrano che tante trasmissioni non pensate per i bambini hanno in realtà tra di loro un’audience di prim’ordine. Eppure «si finge che bambini e bambine guardino soltanto i programmi ufficialmente destinati a loro», quando Striscia era, nel 2002, la trasmissione quotidiana più vista dai 5-13enni, con Sarabanda al quarto posto. Fra i programmi settimanali, Stranamore era più seguito dell’Albero azzurro, e questo era tallonato da C’è posta per te.

Donna-oggetto, e me ne vanto

La velinizzazione della società è tale che non stupisce che sia potuta uscire anche una Vallettopoli. «In un paese in cui il modello prevalente è Corona, le Winx sembrano innocue», ha commentato Luca Sofri su Internazionale. «In realtà sono solo il primo gradino».

Se l’era delle vallette non prometteva tutto sommato grandi cose alle aspiranti tali, il velinismo d’oggi alimenta un’industria. Per le veline ci sono, oltre agli sgambettamenti televisivi, le serate, la pubblicità, le foto sulle riviste (con amori e scandali pianificati)… E, attorno alle veline, una girandola di agenzie, sponsor, fotografi…

Se una ragazza è intelligente, dicono in molti, una volta che è emersa può pensare ad altro. A quale “altro”? A procurarsi una formazione che altrimenti non si sarebbe potuta permettere? O, per rimanere nel mondo dello spettacolo, a diventare un’attrice di prosa o una professionista che sa imporre attorno a sé un altro modo di essere donna?… No. Soldi. È una che ha capito che non sono gli studi a regalare il successo. Sentiamo una testimone, Sara Tommasi, già schedina, velina, poi paperetta e naufraga sull’Isola dei famosi (una carriera), e finalmente approdata al calendario di Max: «Dopo quattro anni di studio alla Bocconi, ho imparato a essere la brava manager di una grande azienda di prodotti industriali o di servizi. In questo caso sono io il prodotto, un prodotto da vendere nel mercato dello show business».

Ecco, forse il passo “avanti” è questo: non è più necessariamente eterodiretta, la donna-oggetto. Nei casi migliori (pochi, del resto) è una donna-oggetto per scelta, che sa gestirsi da sé. L’essenziale è non mettere in discussione il modello “naturale” di donna-oggetto. Lo constatano Arbore («La valletta è decorativa, è veramente la donna-oggetto») e Carlo Conti («L’occhio vuole la sua parte»), e lo ribadisce un “intenditore” come Lele Mora («Le donne servono a questo: a piacere e a far piacere»); ma anche sul fronte femminile: Lory Del Santo («Tanto io sapevo già che nella vita non mi avrebbero fatto parlare molto») e altre ex veline: «Ci si adegua»; «Letterine si nasce, non si diventa»; «Lo fanno tutti… Perché no?».

Una domanda, però, tormentava la Del Santo: «Perché ci sono soltanto donne denudate, in tivù, e non uomini? Ma adesso finalmente cominciamo ad avere anche l’uomo-oggetto!». Buon 8 marzo.

 pubblicato su Evangelizzare marzo 2008
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