«Non dipingo sogni»

Frida Kahlo, “Le due Frida” (1939)

Un cuore integro, ma fuori dal corpo; un altro cuore, sezionato – ma collegati l’uno all’altro dalla medesima vena. Una donna che con la pinza emostatica tenta di frenare l’emorragia. Invano.

All’altro estremo del vaso sanguigno, l’altra donna, speculare, regge un medaglione: è la foto del marito, il pittore muralista Diego Rivera – casanova notorio – da cui, all’epoca in cui dipingeva il quadro (1939), lei stava divorziando. Ma che risposerà l’anno dopo; e nuovamente si lasceranno, e poi risposeranno. Colei che è ritratta in duplice copia, sullo sfondo di un cielo tempestoso, e la ritrattista, sono sempre lei, Frida Kahlo.

La messicana Frida (1907-54) fu un personaggio tale ed ebbe una vicenda e sentimenti così sconvolgenti che sarebbe mortificante tentar di descriverlo in poche righe (rimandiamo a un libro – Frida di Hayden Herrera, La Tartaruga, 2001 – e a un film – Frida di Julie Taymor, 2002 – oltre che al web). Soffermiamoci sul quadro, un’opera di notevoli dimensioni, un metro e settanta di lato. A chi interpretava la sua pittura come surrealista (di fatto Frida ebbe contatti con quella scuola), lei replicava: «Non dipingo sogni. Io dipingo la mia realtà». E la sua fu una realtà di dolore: di una poliomielite che supererà a fatica, di un assurdo incidente d’autobus che la immobilizza per mesi e la segnerà per sempre, di tre aborti spontanei e nessun figlio… E, dopo il quadro che qui vediamo, una gamba amputata, fino alla totale immobilità: si farà trasportare sul suo proprio letto alla vernice della sua prima mostra a Città del Messico (infine riconosciuta in patria dopo i successi di Parigi e New York). E un cancro ne decreterà la fine qualche mese dopo quell’esposizione.

Il corpo. Il corpo davvero fu per lei croce e delizia (delizie, certo, di un genere non sempre “edificante”). E anche nella sua fisicità subì, godette, sperimentò, liberò passioni e dolori. Nei suoi numerosi autoritratti – per lei erano un diario scritto col pennello – il corpo è sempre lì, presente, incombente, torturato (da un busto ortopedico, da cicatrici, da un «piccolo colpo di pugnale»…), eppure mai privo di solennità, di uno sguardo che mette in imbarazzo l’occhio di chi l’osserva.

Uno sguardo, poi, sempre incorniciato da quelle folte sopracciglia unite. Inconfondibile. Solo suo. Anche con quella peluria sul labbro che non si sforzava di attenuare. Scrisse un giorno Picasso a Diego Rivera: «Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo».

Verso la fine del film, Rivera parla dell’arte di Frida – che intende declamare da critico, non da marito – «aspra e tenera. Dura come l’acciaio. Delicata come ali di farfalla. Gentile come un sorriso. E crudele come l’amarezza della vita. Io non credo che ci siano state donne prima di lei che abbiano infuso una poesia così straziante sulla tela».

Il titolo di questo quadro è Le due Frida. Un “doppio” che ciascuno potrà interpretare e forse ritrovare nella propria esperienza, con chiavi di lettura psicanalitiche, oppure esistenziali, o spirituali, o altre. Un lacerato Paolo di Tarso sbottò un giorno: «Non comprendo quel che faccio, perché non faccio quel che voglio, ma quello che odio… Vedo nelle mie membra un’altra legge, che lotta contro la legge della mia mente e che mi rende schiavo. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Romani 7,13-25).

Le ultime parole di Frida, da lei stessa annotate pochi giorni prima di morire, saranno: «Attendo con gioia la fine e spero di non tornare più».

pubblicato su Combonifem aprile 2008
 
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