Se anche il nonno è obsoleto

Un nuovo sistema operativo è entrato in commercio, destinato a soppiantare il precedente, vecchio di ben cinque anni. Non occorre intendersene di computer per intuire che accelerazioni di questo tipo hanno delle conseguenze. Non solo economiche

Comincio a scrivere questo pezzo. Battendo coi polpastrelli sulla tastiera di un computer, un portatile (ma chi veramente viene portato: lui o io?… Soprattutto quando sono online in internet). Da una dozzina degli 85 tasti che ho qui sotto ai miei occhi, sono scomparse le lettere o i segni che li rendevano riconoscibili. Consunti in meno di tre anni di utilizzo.

Tre anni: una vita, per un attrezzo elettronico. La durata di questo genere di prodotti è ormai valutata in mesi, per via della mitica (e reale!) «obsolescenza programmata», o comunque perché le tecnologie venture incalzano e renderanno il mio aggeggio inabile a gestire funzioni che nel frattempo anch’io avrò imparato a giudicare irrinunciabili. Il mio Pc sarà presto obsoleto (sinonimi: “disusato, rancido, vecchio”, più altri quindici almeno).

Obsoleto, un aggettivo che va forte (all’indietro, naturalmente). Obsoleti sono da un pezzo anche gli stadi costruiti nel 1990, come ha “dimostrato” l’uccisione di un agente il febbraio scorso a Catania (gli stadi andrebbero costruiti con criteri da carcere di massima sicurezza, a questo punto); mentre acquedotti obsoleti come quelli romani sono ancora lì, chissà perché, che buttano acqua in piazza Navona.

Ecco un’antologia casuale di qualche citazione in tema di obsolescenza. «Sembra proprio che la razionalità contemporanea si muova in antitesi al concetto “obsoleto” di vocazione, come sinonimo di irrazionalità e, appunto, di “sogno infantile”» (Mario Guaraldi, Profezie da due soldi); «Forse il girovagare assurdo dei nostri malati è il perpetuarsi obsoleto e mai domo di un perdersi continuo» (Renato Bottura, Alzheimer); «Il sistema schiavista si rivelava ormai obsoleto di fronte alla nuova razionalità economica della rivoluzione industriale» (Vincenzo Pellegrino, La campana di Balbino). “Obsoleto” si è infilato persino nell’aggiornamento delle celebri Leggi di Murphy, care a chi ama identificarsi con il personaggio di Fantozzi; l’aggettivo qui è legato, com’era da aspettarsi, al mondo dell’informatica, in special modo ai programmatori: «1) Qualsiasi programma, quando funziona, è obsoleto. 2) Qualsiasi programma costa di più e ci mette di più. 3) Se un programma è utile, dovrà essere cambiato». Si sorride perché… è proprio così, e non solo i programmatori lo constatano, ma anche noi, semplici utenti.

La tecnologia esagera

Fa quasi sentire vecchi (obsoleti, appunto) soffermarsi su simili considerazioni, quando è lampante che il futuro e il successo stanno nell’innovazione (negli anni Sessanta si diceva “progresso”, e pazienza se bisognava versare qualche tributo alla sua avanzata, per esempio rinunciare all’aria pulita; prima ancora, ci aveva pensato il futurismo a disprezzare il passato e a inneggiare alla macchina – e sappiamo com’è finita). Eppure non è un oscurantista Roberto Vacca, scienziato e «docente di computer», che tra le altre (mille) cose ha legato il suo nome all’indice di leggibilità Flesch-Vacca: una formula matematica per valutare la leggibilità di un testo. Era uno degli “strumenti” disponibili nell’edizione 6.0 di Word.

Ebbene, l’autore del Medioevo prossimo venturo (uscito nel 1971!) lo dice senza pudore: la tecnologia sta esagerando. Essa «offre a tutti soluzioni richieste dall’uno per mille della popolazione e si sovrabbonda ovunque», ha scritto su un giornale, Il Sole-24 Ore, che non tifa di certo per il ritorno alle caverne. E prosegue con esempi spiccioli ma illuminanti. «Senza navigatore sul cruscotto, ho guidato senza problemi per centomila chilometri in paesi di quattro continenti in cui si parlano dieci lingue diverse. Sono allo studio sensori del tuo stato d’animo per meglio interpretare i tuoi messaggi e prevedere le tue esigenze. Già oggi se digito “sett”, il computer mi chiede: “Premere “invio” per inserire ‘settembre’?”. Ma no: voglio scrivere “setticemia”! Fra gli ausili più modesti, non ci servono davvero le schermate di agende e memento: in tanti anni abbiamo imparato bene a organizzare le nostre giornate, priorità, appuntamenti, scadenze».

Lo studioso e divulgatore snocciola altri casi, reali e ipotetici, che mettono a nudo le nostre bulimie: «Ci sono registratori che costano 1.500 euro e registrano da 4 a 20 ore di programmi tv ad alta definizione. I prossimi arriveranno a 40 ore e oltre. Ma chi ha tempo di guardare tanta tv con immagini definite perfettamente o no? Nessuno, poi, si impegna a produrre programmi tv che valga la pena di guardare sia pure per breve tempo. Intenso, invece, il lavoro per produrre giochetti che staccano dalla realtà».

Perché Vista?

Sono tutte considerazioni innescate dalla distribuzione commerciale di Vista. Prima di tutto fa pensare il nome del nuovo sistema operativo di Microsoft: le edizioni precedenti erano contraddistinte da numeri e poi da siglette molto anglo (tipo Nt e Xp); adesso la nuova frontiera è “latina”? Bill Gates si vuol forse smarcare da un’immagine troppo americana, globalmente non più desiderabile come prima?

Ma soprattutto colpisce leggere le statistiche che confermano quanto già intuivamo: i computer “vecchi” in grado di far “girare” agevolmente Vista sono, in Italia, il 15%. Una porzione dei restanti potranno cavarsela se si rinuncia ad attivare le capacità più spinte del nuovo Windows. Intanto gli esperti discutono se servono 2 Gb di Ram o se ne basta 1 (il mio portatile ne ha la metà, 512 Mb – ma erano appena 256 al momento dell’acquisto).

Non importa se qualche lettore, estraneo alle diatribe elettroniche, non ha capito le ultime righe. Avrà comunque afferrato che i vantaggi per chi vende sono di gran lunga superiori a quelli di chi acquista, che una volta di più crederà di avere fatto la spesa “definitiva”. Microsoft difatti ha annunciato che non lancerà più nuovi sistemi operativi così concepiti, elefantiaci. Non per questo smetterà di innovare: il Windows successivo sarà «modulare».

«Quando cambierò il computer fra tre anni – scriveva Roberto Vacca –, avrò usato poco più della metà del disco rigido, eppure scrivo tanto e immagazzino dati ogni giorno».

Dagli oggetti alle persone

Ma l’obsolescenza a tutti i costi – programmata dalle logiche consumiste – non ha conseguenze solo economiche, ambientali (lo smaltimento dei rifiuti tecnologici) e sociali (l’emarginazione di chi, per l’età o altri motivi, non ce la fa o non vuole “stare al passo coi tempi”), bensì anche psicologiche, antropologiche. Ce lo spiega un filosofo, Umberto Galimberti: «In un mondo dove gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti destinati all’obsolescenza immediata, l’individuo, senza più punti di riferimento o luoghi di ancoraggio per la sua identità, perde la continuità della sua vita psichica, perché quell’ordine di riferimenti costanti, che è alla base della propria identità, si dissolve in una serie di riflessi fugaci, che sono le uniche risposte possibili a quel senso diffuso di irrealtà che la cultura del consumismo diffonde come immagine del mondo» (I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli).

Per Galimberti – e ci sembra un’idea null’affatto peregrina – il nostro effimero rapporto con le cose si rispecchia nei rapporti che poi instauriamo con le persone: «Tutto è intercambiabile, dalle relazioni agli amanti, ai lavori ai vicini di casa, allora anche i rapporti fra gli uomini riproducono alla lettera i rapporti con i prodotti di consumo, dove il principio dell’“usa e getta” regola sia le relazioni matrimoniali sia le relazioni senza impegno».

Una visione dell’essere umano… obsoleta?

pubblicato su Evangelizzare aprile 2008
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